La legge del più fesso

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La legge del più fesso, tra giovani, informazione e politica

Diciannovesimo secolo. Due scelte: vita o morte. Darwin aveva ben chiaro il concetto di sopravvivenza, e secondo la sua teoria una e una sola specie poteva, a conti fatti, rimanere in piedi evitando di sopperire: quella (biologicamente) più forte. Ventunesimo secolo. Stesse scelte, ma la teoria del famoso scienziato Charles Darwin potrebbe essere rivisitata in chiave moderna. Volendola attualizzare alla realtà che ci circonda, potremmo intitolare la nuova teoria contemporanea dell’evoluzione “la legge del più fesso”, dalla sconfinata idiozia in cui il mondo sta precipitando.

Vuoi vivere bene? IGNORA!

“La felicità nelle persone intelligenti è la cosa più rara che io conosca.”. Così sentenziava Ernest Hemingway e il motivo sembra essere il seguente: stando alle esperienze di molti, le persone intelligenti (o minimamente dotate di materia grigia) tendono a non vivere bene la propria vita: troppo consapevoli del mondo che li circonda, preferiscono riflettere, contemplare l’esistente e questo provoca in loro una sconfinata, scoraggiante malinconia. Tutte cose che le persone più ignoranti (nel senso letterale del termine e che, cioè, rimangono avulsi rispetto a ciò che li circonda), trascurano insomma. E trascorrono la vita non curandosi di quello che accade al di là del proprio naso, coscientemente o meno. Questa ampia introduzione e speculazione, però, non vuol rimanere una critica buttata in modo casuale, ma ha un senso soprattutto nei  mesi pre elettorali. Il momento del voto popolare, infatti, è una delle tante dimostrazioni di ignoranza (popolare) volte a sostenere la legge del più fesso. Perché?

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REFERENDUM: LA DEMOCRAZIA SUICIDA

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Dare fiducia al popolo è quanto di più democratico possa esistere, non a caso il referendum viene detto “strumento di democrazia diretta”, uno strumento ereditato e portato avanti sin dai tempi degli antichi quando un piccolo numero di cittadini si riunivano e decidevano sui problemi che li riguardavano. Oggi però viviamo nel secolo delle democrazie rappresentative, nelle quali le decisioni sulla “cosa pubblica” vengono delegate a professionisti della politica che, attraverso elezioni democratiche, si fanno carico dei voleri del cittadino che non vuole o non può prendere in mano la situazione direttamente. Riguardo al referendum è risaputo che cittadini non professionisti della politica possano essere manipolati od influenzati e, spesso e volentieri, come siano pigri nel prevedere il futuro della loro decisione. Spesso perché le informazioni che può detenere un cittadino non sono le stesse che può avere un politico, che vive l’ambiente, è esperto in materia ed è consapevole dei benefici o delle insidie che ogni decisione presa può avere. In Italia però, storicamente, siamo stati abituati anche a tipi di referendum nei quali non è stato tanto un problema la “volontà popolare” e le sue derive, quanto il dovere delle istituzioni di renderne conto. Continua a leggere