#chiamatemipopulista

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london_student_protestLenin oggi sarebbe considerato un populista. All’epoca della Rivoluzione d’Ottobre, che due mesi fa ha compiuto cento anni, Lenin trasse spunto da alcuni pensatori che prima di lui avevano parlato a favore del lavoratore sfruttato e brutalmente umiliato dall’Impero ed a favore dell’uguaglianza e del diritto contro il despotismo.

Oggi diremmo che Lenin è un populista perché non aveva timore di indicare sfruttatori e sfruttati e, più semplicemente, perché si ergeva a paladino della sovversione dello status quo. Ed oggi, purtroppo, l’idea di Rivoluzione è morta.

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Anni 2000, il requiem delle sinistre europee?

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Gli anni che stiamo vivendo saranno i testimoni del grande declino della Sinistra europea? Ad oggi questa tesi sembrerebbe confermata: il Movimento Socialista Panellenico (PASOK) ormai estinto in Grecia, la Gauche francese fuori dalla corsa per l’Eliseo (secondo i sondaggi), il PD e le sue numerose scissioni. Le forze socialdemocratiche vivono una crisi di consensi mai vista prima. Lo confermano le numerose “debacle” elettorali in tutti i paesi Ue. Ma come sono arrivati a questo momento inglorioso? Per i media una prima risposta si può trovare analizzando le politiche intraprese in ambito socio-economico dai governi “leftist” (vedi la “Loi travail” di Hollande, o il Jobs Act di Renzi). I progressisti europei sembrerebbero essere incapaci di differenziarsi dai conservatori, proponendo una politica di “Destra economica, Sinistra dei diritti civili”. Tagli, Stato minimo e apertura indiscriminata delle frontiere, questo sembra essere il mantra della nuova Sinistra europea del XXI secolo, quella che ha visto nei dettami di Tony Blair e di Schröder l’unica via percorribile. Dopo la caduta del Muro ogni parvenza di identità socialista o post-comunista è stata subordinata alle logiche del capitalismo e della globalizzazione. Le segreterie dei partiti sono diventate colonie di politici clintoniani che fanno orecchie da mercante verso le istanze dei vecchi e nuovi proletari.

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I Movimenti femministi sono il peggiore nemico della Donna

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Può suscitare uno strano effetto il titolo, eppure alla luce degli eventi che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente c’è da chiedersi quanto effettivamente il femminismo sia rappresentativo dello status attuale della donna. Il ventunesimo secolo è un secolo strano, dove la realtà sembra sempre più mistificata e ci si aggrappa a termini coniati in precedenza per potersi etichettare. Ma ad oggi possiamo ancora parlare di femminismo, nelle sue finalità originali? Io credo di no. La realtà femminista non è a noi nuova, è nato nell’Ottocento, per poi trovare la sua massima espressione tra gli anni ‘60 e ’70, con l’intento di innalzare, dare uguaglianza nei diritti economici, sociali, pari dignità alla donna. La pari dignità sociale ad oggi è una realtà ampiamente professata ed interiorizzata nell’Occidente così come gli eguali diritti sociali. Il punto dolente rimangono i diritti economici, in quanto le donne tendenzialmente guadagnano meno degli uomini, a parità di ruolo. Eppure la retorica in cui oggi siamo sommersi poco porta alla ribalta la questione “materiale”, ma sempre più la questione dell’uguaglianza tra i sessi. Le manifestazioni a cui assistiamo sono sempre più un tripudio di luoghi comuni e sentimentalismi repressi che esplodono contro misure o persone, come è successo negli Stati Uniti con l’elezione del Presidente Trump.