Alessandro Catto per Spazio Politico

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Blogger, analista politico e scrittore. Dello scorso anno è il suo libro Radical Chic, una vera e propria panoramica sul mutamento della sinistra italiana ed il suo progressivo abbandono della causa dei lavoratori. Ho avuto l’opportunità di confrontarmi su varie tematiche con Alessandro Catto, gestore della pagina La via culturale, sicuramente una delle più frequentate dell’orizzonte social italiano

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1) Alessandro, La via culturale da semplice pagina di satira contro l’attuale classe politica postcomunista italiana è diventata un vero riferimento di chi non si sente rappresentato dal politicamente corretto, che per una parte della sinistra è diventato un vero e proprio assunto. Come è nata l’idea di creare questa pagina e come si è trasformata?

L’idea è nata notando lo scollamento tra le idee propagate dalla sinistra liberal e le esigenze del popolo italiano, specialmente tra le classi lavoratrici e tra le persone meno abbienti. Una scollatura non solo politica ma anche culturale, esistenziale, filosofica. Vi è una tremenda distanza tra i miti cosmopoliti e le esigenze dei lavoratori nazionali, che giustamente non hanno nessun tipo di interesse a vedersi rappresentare da una sinistra diventata rappresentante dell’europeismo del capitale, dell’abbattimento dei confini, dell’immigrazione senza sosta, della rinuncia alle identità e della conseguente competizione al ribasso su scala globale. La mia volontà è stata quella di controbattere sia con la satira e l’ironia sia con la critica politica a queste istanze, nonché al dileggio che spesso, in ambito lefty notiamo verso chi compie scelte differenti da quelle imposte dal progressismo imperativo per tutti. Continua a leggere

#Top&Flop: Renzi il Sol Calante

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Matteo Renzi da Firenze, classe 1975, è stato nell’immaginario comune (e lo è ancora per molti) l’uomo della Provvidenza per la politica italiana. La sua ascesa è stata fulminante, forte, d’impatto. E’ impossibile dimenticare la sua scalata a Segretario del Partito Democratico, le parole famose “stai sereno” al Presidente Letta, così come le tante promesse fatte in qualità di Presidente del Consiglio. Il titolo di Flop, però, veste bene addosso a questo oramai non più giovane di belle speranze. Perché purtroppo di sole belle speranze egli si è fatto portavocee spesso senza poi tramutarle in azioni concrete. Ed anche quando queste soluzioni sfioravano il concreto, i cittadini non sembravano ritrovarsi in esse, mostrando ampie forme di dissenso nei suoi confronti. La visione “rottamatrice” di cui si faceva promotore e primo sostenitore all’inizio aveva coinvolto soprattutto i giovani, stanchi di doversi continuamente confrontare con una classe politica e dirigenziale occupata ormai da veterani, senza alcuno spazio di manovra per lo spirito innovatore e genuino della gioventù galoppante. La visione “rottamatrice” è piaciuta, forse un po’ meno a coloro che invece la poltrona non volevano abbandonarla ed a quei “vetusti” virtuosi che credono fortemente nel valore aggiunto dell’esperienza. Continua a leggere

#Top&Flop: La caduta del mito Jim Messina

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La Brexit, la vittoria di Donald Trump, il No al referendum di Renzi e la recente debacle dei conservatori britannici: quattro avvenimenti che oltre a condividere  risultati inaspettati e clamorosi, hanno in comune l’importante ruolo di Jim Messina nei fallimenti elettorali del Remain, del Sì, della May e della Clinton. Ma chi è questo Jim Messina, cosi chiacchierato nel mondo della politica? Da molti viene considerato il guru della comunicazione, della matematica dei numeri applicati alla politica. Uno spin-doctor italoamericano del Colorado pioniere dei Big Data, grandi analisi di dati che permettono di ottenere innumerevoli risposte sui flussi elettorali. Continua a leggere

Europa unita o Europa delle nazioni?

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« Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di repubblica? »

Dodici semplici parole che però potrebbero cambiare totalmente il futuro del continente europeo. Come il referendum scozzese di tre anni fa, la tornata referendaria che deciderà il destino della Generalitat de Catalunya avrà un impatto enorme sul vecchio continente. E quindi non è un caso che il referendum sull’indipendenza di Barcellona sia stato giudicato incostituzionale e che il premier Rajoy utilizzi il pugno duro per non fare votare i Catalani il 1 Ottobre. Gli arresti dei 14 funzionari e membri del governo della regione hanno reso altissima la tensione nel Regno. Ma la tensione si sente anche nell’ Unione Europea. Il continente che si vuole unire rischia di restare immerso nel mare degli indipendentismi. Continua a leggere

UNIONE MONARCHICA ITALIANA: ECCO CHI VUOLE IL RE IN ITALIA

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L’Italia festeggerà tra poche settimane 71 anni di Repubblica e come al solito ci saranno grandi parate e celebrazioni come l’alzabandiera solenne all’Altare della Patria e l’omaggio al Milite Ignoto, con la deposizione di una corona d’alloro da parte del Presidente della Repubblica dinanzi alle massime cariche dello Stato. È probabile, però, che qualcuno iscritto all’Unione Monarchica Italiana quel giorno sia meno euforico di altri. Ma cos’è questa Unione Monarchica Italiana (UMI)? È un’associazione politica, indipendente da partiti, che conta circa 70.000 iscritti. I suoi membri vogliono restaurare la Monarchia in Italia e lottano per ricucire il legame tra istituzioni e cittadini perso a causa della “malapolitica” repubblicana. Infatti, al suo interno, ci sono “vecchi” e meno vecchi; chi ha vissuto il Re con bel ricordo e chi sta vivendo la Repubblica con avversione. Il movimento, nato nell’Agosto 1944 a Roma, diventa ufficiale il 1° Ottobre 1945 a Firenze con il  primo congresso. Lo scopo primario, allora, è di coordinare tutte le sigle monarchiche sparse per l’Italia nella campagna elettorale per il referendum del 2 Giugno 1946. In seguito all’esito, noto a tutti, della consultazione popolare di quel giorno, l’UMI fu costretto a ridimensionarsi pur Continua a leggere

REFERENDUM: LA DEMOCRAZIA SUICIDA

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Dare fiducia al popolo è quanto di più democratico possa esistere, non a caso il referendum viene detto “strumento di democrazia diretta”, uno strumento ereditato e portato avanti sin dai tempi degli antichi quando un piccolo numero di cittadini si riunivano e decidevano sui problemi che li riguardavano. Oggi però viviamo nel secolo delle democrazie rappresentative, nelle quali le decisioni sulla “cosa pubblica” vengono delegate a professionisti della politica che, attraverso elezioni democratiche, si fanno carico dei voleri del cittadino che non vuole o non può prendere in mano la situazione direttamente. Riguardo al referendum è risaputo che cittadini non professionisti della politica possano essere manipolati od influenzati e, spesso e volentieri, come siano pigri nel prevedere il futuro della loro decisione. Spesso perché le informazioni che può detenere un cittadino non sono le stesse che può avere un politico, che vive l’ambiente, è esperto in materia ed è consapevole dei benefici o delle insidie che ogni decisione presa può avere. In Italia però, storicamente, siamo stati abituati anche a tipi di referendum nei quali non è stato tanto un problema la “volontà popolare” e le sue derive, quanto il dovere delle istituzioni di renderne conto. Continua a leggere

Dalla Brexit alla secessione scozzese, esplodono le contraddizioni tra europeismo, stato-nazione e democrazia

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Qui sotto vi proponiamo l’articolo per il giornale “Il Foglio” del Professore Carlo Lottieri, con il suo placet, grazie alla stima verso il nostro progetto.

“Il dibattito europeo degli ultimi anni, prima che molte certezze cominciassero a sgretolarsi, è stato dominato da alcune parole d’ordine: la necessità di costruire un’Unione europea sempre più forte; la valorizzazione degli Stati nazionali quali elementi portanti di questo progetto; i principi della democrazia costituzionale come sfondo imprescindibile di ogni ordine sociale degno di rispetto.

Entro questo quadro, chi ha immaginato che una realtà regionale (Scozia, Catalogna, Fiandre o altro) potesse reclamare la propria indipendenza è stato considerato l’interprete di una visione retrograda, esattamente come chi si è opposto a una crescente integrazione europea. In qualche modo, si doveva esprimere una sorta di “patriottismo costituzionale” a casa propria, quando si trattava di fronteggiare i localismi, salvo poi sposare il più esplicito europeismo ogni qual volta c’era l’opportunità di espandere il potere dell’Europarlamento e della Commissione.

Le recenti vicende britanniche, però, stanno facendo saltare questi schemi. Il 23 giugno scorso l’opinione pubblica europea ha dovuto riconoscere che, poggiando su uno dei miti indiscussi della modernità politica (e cioè il diritto della maggioranza d’imporre la propria volontà alla minoranza), il Regno Unito aveva legittimamente deciso di lasciare l’Unione. Continua a leggere