In viaggio nell’impazienza del Brasile

In viaggio nell’impazienza del Brasile

La partenza era fissata nella tarda serata del primo di luglio. Non vedevo l’ora di bucare le asfissianti nuvole milanesi per poi tuffarmi nello splendido oceano brasiliano. Sognavo di alternare giornate in spiagge tropicali a serate nelle migliori discoteche latinoamericane. Che altro ci si dovrebbe aspettare da un viaggio in Brasile? La prima tappa del viaggio sarebbe stata Sao Paolo do Brasil.

In viaggio dall’Italia al Brasile

Più di 9 mila km dividono Milano da San Paolo, ma in realtà le due città sono meno distanti di quanto pensassi… le accomuna la nomea di metropoli grigie e centro economico del proprio paese. Ovviamente il mare non si vede manco con il binocolo e, in più, il luglio brasiliano cade nel bel mezzo dell’inverno. In pieno stile Fantozzi che ad agosto va ad Ortisei aspettandosi la neve, al nostro arrivo a San Paolo mi presentavo con pantaloncini e maglietta. Il tutto a dispetto dei 10°C, della pioggia e del pullman di paulisti perplessi che ci attendeva all’esterno.

Tra lusso e decadenza

Le prime cose che si notano usciti dall’aeroporto Guarulhos, lungo la rodovia intitolata ad Ayrton Senna, sono lo skyline verticale all’orizzonte e i maxi-cartelloni pubblicitari ai margini delle 12 corsie. Il tutto in aperto contrasto con gli innumerevoli edifici di mattoni rossi sottostanti. Migliaia di opere decadenti, sparse per la periferia della città paulista, abitate da intere famiglie per cui l’occupazione di questi stabili costituisce l’unica alternativa al vagabondaggio. Altra cosa che avvicina Milano e San Paolo è infatti la difficoltà di reperire un alloggio. Ciò che invece le differenzia è il numero di abitanti. La megalopoli brasiliana ne conta più di 12 milioni, di cui quasi un terzo si sposta quotidianamente per lavoro dalle periferie verso il centro.

In attesa di un piano urbanistico

Foto scattata durante il viaggio in Brasile, Vila Formosa, periferia sud di San Paolo

Puntualmente, qualche anno dopo il mio viaggio, proprio nel giorno della Festa dei Lavoratori del 2018, il problema abitativo di San Paolo si è manifestato nella maniera più tragica. Il Wilton Paes de Almeida, edificio di 26 piani in pieno centro, è andato a fuoco. Collassando su sé stesso ha portato via la vita a 7 persone e la casa ad altre decine di famiglie. Tutte abusive, tutte in attesa che lo Stato si accorgesse di loro. Del resto, già nel 2013 era ben visibile quanto la manutenzione delle opere fosse trascurata. Non solo le strutture periferiche, ma anche gli imponenti edifici del centro davano l’impressione di essere abbandonati al loro destino.

L’appuntamento con la storia

In quei giorni però, forza-lavoro e tempo non sembravano mai abbastanza. San Paolo si apriva ai miei occhi come uno sconfinato cantiere. Le lancette dell’orologio infatti, scorrevano inesorabili verso quegli eventi che avrebbero dovuto consacrare il Brasile tra le maggiori potenze economiche: i Mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016. Per gli operai sacrificati nella costruzione delle strutture sportive e per le spese ormai fuori controllo, non c’era spazio nelle prime pagine dei giornali. L’obiettivo di tutto il Paese unito era farsi trovare pronto per i tanto attesi eventi sportivi.

Un sistema corrotto

La nazione del fùtbol bailado sognava finalmente di sedersi a capotavola tra i grandi, ma i fatti, se osservati con occhi attenti, rivelavano ben altro. Nel 2013 infatti, andava esaurendosi l’impeto del fiume socialista del Partido dos Trabalhadores (PT) che avrebbe dovuto rendere fertili e feconde le terre brasiliane. In verità il Partito dei Lavoratori, riversandosi improvvisamente negli alvei della società brasiliana, dopo i primi successi, ha incontrato argini molto alti. Col passare degli anni ha preferito adagiarvisi dolcemente e lasciarsi guidare dalle sinuose curve della corruzione brasiliana. Il PT si è così disperso tra i mille, intricati canali sociali, eretti in anni di erosione dello Stato, per far sfogare senza ripercussioni le piene antisistema.

Le attese deluse

Dilma Roussef e Lula Da Silva

Il Brasile nel 2002, sotto il governo Lula, era al principio di un percorso economico virtuoso. Già nel 2010 il gigante latinoamericano raggiunse una crescita del PIL al 7,5% e un tasso di disoccupazione inferiore al 5%. Proprio quando il grande salto pareva vicino, però, diverse congiunture macroeconomiche e scandali interni interruppero bruscamente la corsa verdero. Negli ultimi anni del governo Roussef infatti, numerose storture politico-amministrative vennero a galla, facendo sprofondare il Brasile in una crisi pari solo alla depressione del ‘29. Il paese della samba oggi rimane ambizioso, ma con scarsi fondamentali economici. È caratterizzato da un mercato delle esportazioni assai differenziato, vista la varia gamma di beni prodotti e venduti all’estero. Non solo caffè, tabacco e prodotti agricoli, ma anche risorse naturali, autoveicoli ed aeroplani della Embraer. Il problema è che in Brasile, paese molto chiuso in termini di concorrenza, si arricchiscono sempre gli stessi.

I governi in ostaggio

Il parlamento infatti, sempre pronto a difendere i privilegi dello “Stato profondo”, è diviso più che in partiti politici, in gruppi parlamentari organizzati. Si tratta di esponenti di diversi partiti che una volta eletti formano un fronte unico a Brasilia in difesa dei propri interessi. Così accade ad esempio per il Fronte parlamentare evangelico e per quello ruralista dei fazendeiros, capaci da soli di indirizzare le politiche di loro interesse. I vari governi quindi, non posso che dipendere dalla volontà delle élite brasiliane. Fino a quando le cose funzionano, le diverse caste sono pronte ad accordarsi per spartirsi i vantaggi derivanti dal controllo delle rispettive aree d’influenza. Non appena si presentano i primi problemi però, si scatenano gli uni contro gli altri dando vita a profondissime crisi istituzionali. L’ultima delle quali è costata l’impeachment, e quindi la rimozione dalla presidenza, a Dilma Roussef.

Brasile ’50

Come nell’economia anche in diverse espressioni sociali, i lusofoni sono pronti ad unirsi ed esaltarsi, esprimendo il meglio di sé nei momenti favorevoli. Salvo poi dimostrarsi talvolta incapaci di reagire razionalmente alle difficoltà, rendendo così teatralmente drammatiche le loro sconfitte. Emblematico esempio degli eccessi brasiliani è il giorno del 16 luglio ’50, noto ai più come Maracanazo. Il Brasile si presentava alla finale dei Mondiali di calcio con tutti i favori del pronostico. La partita contro l’Uruguay, dopo che la Seleҫao aveva distrutto Spagna e Svezia con risultati tennistici, rappresentava agli occhi di tutti una mera formalità. Caroselli festanti avevano dipinto le vie della città fin dal mattino e la stampa aveva già celebrato la scontata vittoria verdeoro. Il match si sarebbe disputato nell’allora nuovo stadio di Rio, il Maracanà. 200mila tifosi, assiepati sulle tribune, erano pronti a soffiare un unico vento che li avrebbe obbligatoriamente trascinati alla vittoria.

Un tragico epilogo

Il gol vittoria di Alcides Ghiggia, Rio de Janeiro – Brasile – 16 luglio 1950

Era già tutto previsto, eccetto la vittoria dell’Uruguay”. Con un calcio moderno, fatto di catenaccio e ripartenze, la Celeste riuscì ad imbrigliare la Seleҫao facendo sbollentare il pubblico ed innervosire gli avversari. Nel secondo tempo il carisma del capitano Varela, la tecnica del romanista Ghiggia e il talento di Schiaffino fecero il resto. L’1-2, targato Schiaffino – Ghiggia, consegnò il Mondiale agli uruguaiani e alla storia una partita soprannominata poi “l’Hiroshima brasiliana. Decine di suicidi, e centinaia di malori, furono la funesta cartolina conclusiva di un evento celebrato con tanto ardore in anticipo e poi realmente mai accaduto.

L’impazienza di arrivare

Un atteggiamento sconsiderato, spiegabile solo con la volontà di tanti appartenenti ad uno Stato di apparire agli occhi del mondo come un’unica Nazione. Una follia collettiva spinta dalla foga di arrivare al successo che ha portato solo a drammatiche conseguenze. L’impazienza aveva obbligato il Brasile a continuare a vivere nel sapore amaro di un fondo di caffè. Anch’io, osservando dal finestrino le nuvole basse sui grattacieli dalle linee severe, ero impaziente di arrivare. Dovevo conoscere le mille facce di un popolo così passionale.

Gira che ti rigira

Finalmente, poco prima dell’alba scendemmo dal pullman che dall’aeroporto ci aveva portato nel quartiere di Sapopemba, periferia a sud di San Paolo. In nostra attesa, davanti ad una pensilina malconcia, un uomo sulla sessantina evidentemente pratico del posto. Stava lì sorridente nonostante l’ora, nonostante il freddo. Con i guanti bucati e un cappello di flanella ci scrutava col sorriso di chi avrebbe qualcosa da rimproverarti ma manca di confidenza per farlo. Neanche il tempo di presentarci. Notatomi sfregare le braccia e rabbrividire dal freddo, mi piazzò addosso una giacca a vento accompagnando il gesto con pacca amichevole. “Obrigado” – risposi subito con l’unica parola portoghese che mi venisse in mente. “Ue testina, mì son Don Piero da Milàn. Indossa la giacchetta, il caldo non aspetta mica gli italiani!” – ribatté lasciandomi sorpreso.

Allora è vero che gira che ti rigira Milano e San Paolo non son poi così distanti.

Alessandro Bergonzi

"Come spesso capita con le più belle avventure della vita, anche questo viaggio cominciò per caso." Tiziano Terzani

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