Vaccini e Ue: anatomia di un fallimento.

Vaccini e Ue: anatomia di un fallimento.

I vaccini sono l’unico strumento in grado di sconfiggere definitivamente il Covid-19. Questo ormai è un dato acquisito, anche perché i lockdown sono insostenibili dal punto di vista economico e sociale. E, secondo illustri esperti, i benefici in termini sanitari sono discutibili.

Nonostante queste apparenti banalità, i paesi dell’Unione Europea si stanno muovendo in maniera pessima . Vediamo un po’ di numeri.

La matematica non è un’opinione

La massima di Bernardino Grimaldi, risalente al 1879, è perfettamente al passo con i tempi. All’epoca si parlava di tassa sul macinato, oggi di vaccini.

A 3 mesi dall’inizio della campagna vaccinale, il fatidico V-Day del 27 dicembre, i dati sono impietosi.

Prendiamo come riferimento Israele, modello mondiale per la campagna di vaccinazione. Lo stato ebraico ha immunizzato con entrambe le dosi il 55% della sua popolazione, primo paese dell’orbe terracqueo in questa proporzione.                                                          

  Tuttavia, il paragone con Tel Aviv ci sta fino a un certo punto. Gli abitanti del paese sono infatti meno della Lombardia, e la sua estensione territoriale è inferiore a quella della Toscana. La distribuzione e la somministrazione di vaccini sono quindi molto facilitate.

I numeri di Regno Unito(66 milioni di abitanti, più dell’Italia)e Stati Uniti sono molto più significativi.Metà dei sudditi di Sua Maesta è stato immunizzato con almeno una dose di vaccino. Un americano su tre ha ricevuto almeno una dose: non male, considerando che gli statunitensi sono 330 milioni, quasi quanto i 19 paesi dell’Eurozona(350 milioni).

Dei 27 stati membri dell’Ue, solo il 7% dei cittadini ha ricevuto almeno una dose.

Come è possibile un fallimento simile? Considerando che l’Europa è la zona più ricca ed economicamente integrata del mondo. Proviamo a capire.

L’impotenza della Commissione

Sebbene la sanità non sia una materia di esclusiva competenza comunitaria, stante l’emergenza pandemica si è deciso di delegare alla Commissione Von der Leyen nella stipulazione dei contratti con le case farmaceutiche.

I contratti però si sono dimostrati incredibilmente laschi e giuridicamente lacunosi. Il caso di Astrazeneca è emblematico: dei 120 milioni di vaccini promessi per il primo trimestre, ne sono stati consegnati appena 20. Anche per un fattore economico: Bruxelles ha negoziato prezzi al ribasso con le case farmaceutiche.

Questo palesa il primo, grande problema. Anche se spesso si parla della Commissione come organo esecutivo dell’Ue, quest’ultima non è uno stato federale  (molto probabilmente non lo sarà mai) ma una organizzazione sovranazionale con maggiore capacità di ingerenza rispetto ad altre. La Commissione è dunque un’entità aleatoria, svuotata del potere negoziale tipico degli stati veri e propri.

Un’occasione mancata

Se l’omogeneità per l’acquisto dei vaccini fra stati membri sta venendo meno, come dimostrano le acquisizioni di Sputnik V o di alcuni vaccini cinesi, la filiera produttiva europea è un’altra sconfitta di questa vicenda.

Dopo il flop del farmaco GSK-Sanofi , che non ha neanche superato le sperimentazioni, abbiamo la via crucis di Astrazeneca. L’azienda anglo-svedese ne ha passate di tutti i colori: dalla minore efficacia rispetto ai vaccini americani, ai ritardi nell’approvazione, i tagli nelle forniture, le modifiche nelle fasce d’età e ,dulcis in fundo, la sospensione voluta dall’Ema su sospetta segnalazione della Germania.

Viene da pensare che dietro queste critiche ci siano motivazioni più politiche che scientifiche, visti i numeri infinitesimali di reazioni avverse ed il fatto che questo vaccino(in parte anche italiano, non dimentichiamolo) sia stato sponsorizzato da Londra fresca di Brexit. Con esso, Boris Johnson si è preso un’importante rivincita dopo i colossali fallimenti iniziali nella gestione della pandemia.

Anche il progetto di un vaccino europeo si è dunque infranto.

Chi ha la potenza e chi no

L’Unione Europea pare dunque vincolata ai capricci delle case farmaceutiche o alla volontà politica degli Stati Uniti. Oltreoceano, l’amministrazione Biden ha varato un sovranismo vaccinale sic et simpliciter.

Dopo aver ottenuto il vaccino grazie ai copiosi finanziamenti voluti da Trump con l’operazione Warp Speed, l’attuale inquilino della Casa Bianca si è detto disponibile a fornire dosi al Vecchio Continente.

Ma non prima di maggio-giugno, quando il virus in America dovrebbe essere neutralizzato. E l’amministrazione federale mira  inoltre di ostacolare l’acquisto dei vaccini russi e cinesi, che Mosca e Pechino intendono impiegare come strumento per accrescere la propria influenza. Lo dimostra il fatto che le vaccinazioni di cittadini russi e cinesi sono estremamente basse, in quanto la priorità è stata data all’export.

Tutto ciò dimostra plasticamente come, al momento dei negoziati, uno Stato con la “s” maiuscola non a problemi a imporsi contro Big Pharma.

Anche se nel bel mezzo di una pandemia il vaccino dovrebbe essere un bene globale, quando di mezzo c’è la vita di milioni di persone la differenza fra chi peso geopolitico e chi no diventa icastica.

Amare conclusioni

Lo scorso decennio è stato durissimo per il processo di integrazione europea. Crisi finanziarie, migratorie,  l’avvento dei movimenti euroscettici e l’abbandono di un membro importante come il Regno Unito. Nel 2020 l’Unione è stata sottoposta ad una prova durissima con la pandemia. Alla quale sembrava aver dato risposte incoraggianti, come il Recovery Fund e la centralizzazione degli acquisti dei vaccini.

Entrambe queste premesse però si sono rivelate illusorie. I soldi del Recovery ancora non sono arrivati, mentre le vaccinazioni vanno a ritmi da lumaca.

Anche se una maggiore integrazione europea è ritenuta necessaria o inevitabile, un proverbio italiano sintetizza al meglio i fatti degli ultimi mesi in fatto di vaccini.

“Chi fa da sé…fa per tre!”

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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