L’Umbria conferma, in Italia la politica tradizionale è in crisi

L’Umbria conferma, in Italia la politica tradizionale è in crisi

Ha fatto molto rumore la vittoria del centrodestra in Umbria, una regione che fin dal 1970 era stata guidata dai partiti di sinistra. Alcuni dei più importanti giornalisti e analisti si sono concentrati sugli effetti che potrebbero esserci sul futuro del governo “giallorosso”, visto che PD e Movimento 5 Stelle si sono presentati insieme, altri invece hanno descritto questa tornata elettorale come l’ennesimo atto del declino che sta investendo la sinistra in Italia e nel mondo, colpevole di aver abbandonato le fasce più deboli della popolazione.

Premettendo che queste analisi meriterebbero di essere approfondite e discusse, c’è però un punto di cui si sta parlando poco, forse solamente in modo implicito, cioè che la vittoria delle forze di destra in una regione “rossa” scombussola quella che era la tradizionale mappa dell’elettorato italiano, rendendo ancora più evidente che le ideologie e i partiti tradizionali ormai non esistono più.Nel corso della Prima Repubblica il Triveneto, alcune aree della Lombardia e (in parte) il meridione erano le cosiddette regioni bianche, cioè legate alla Democrazia Cristiana, mentre l’Emilia-Romagna, l’Umbria e la Toscana erano roccaforti del Partito Comunista, quindi erano definite “rosse”. Era predominante il voto di appartenenza, ovvero l’elettore esprimeva la sua preferenza in base al legame culturale e valoriale con un determinato partito, piuttosto che guardare ai singoli temi emersi nel dibattito pubblico e in campagna elettorale oppure sulla base dell’euforia del momento.

I partiti tradizionali svolgevano una sorta di funzione politico-pedagogica: ogni singola problematica, locale o nazionale, oltre ad essere “filtrata” dall’ideologia di riferimento, veniva dibattuta e sviscerata in tutte le sedi di partito, ben radicate sul territorio, e questo consentiva all’elettore di avere gli strumenti culturali e conoscitivi per affrontare la complessità del problema. Il crollo del Muro di Berlino e Tangentopoli sono stati i detonatori per l’implosione del PCI e della DC e dalle loro ceneri è nata la Seconda Repubblica. Il voto di appartenenza non è scomparso di colpo come i due partiti in questione, ma ha intrapreso un lento declino durato decenni. Infatti in Umbria, prima di perdere l’intera regione, il centrosinistra aveva già passato il testimone nei principali comuni, segno che quello che è successo domenica non è altro che un semplice punto di arrivo di una trasformazione già in atto.

Cosa caratterizza allora l’elettorato italiano oggi? È innanzitutto molto volatile, o meglio “liquido”, per usare un termine caro a Zygmunt Bauman. I partiti vengono votati non tanto per l’idea di società che propongono, ma in base a come si esprimono su singoli temi, che vengono sommati in un programma. È il voto di opinione. La conseguenza è che votare un determinato partito può andar bene solo in un determinato momento e solo su un determinato tema, sul lungo periodo la scelta è destinata a cambiare. Ma questo non è un male di per sé. Molto peggio è la fine della funzione politico-pedagogica di cui si parlava prima, l’elettore medio ha infatti pochissima coscienza politica e questo si traduce in un sostanziale disorientamento nella scelta di voto, oltre che in un’ancor più grave impreparazione nell’affrontare la complessità di alcune questioni.

Questo ha portato coloro che credono di essere più istruiti e più informati rispetto ad altre fasce della popolazione a chiedere l’abolizione del suffragio universale e a sostenere governi tecnici, riducendo la politica a mera governace, rifiutando il conflitto sociale e la rappresentanza degli interessi, una triste deriva antidemocratica e contraria ai diritti politici più elementari. Infine l’elettorato, senza più riferimenti culturali a cui attingere e senza più partiti di massa organizzati, si affida a questo o quel politico sulla base dell’immagine che egli dà di sé stesso, sulle sue promesse e sulla sua capacità di leadership. È la personalizzazione della politica, vale a dire uomini soli al comando che spesso esaltano le virtù della società civile contro la “casta”, “l’Europa”, “i vecchi politici da rottamare”, creando un rapporto diretto tra loro, leader carismatici e puri, e gli elettori, altrettanto puri. In una parola: populismo.

Volatilità, scarsa coscienza politica, personalizzazione: tre elementi che ci hanno portati da Berlusconi a Prodi e di nuovo a Berlusconi, poi Renzi, Di Maio e ora Salvini. Un’altalena di personaggi inizialmente popolarissimi, diventati poi odiati e rinnegati dalla maggioranza dall’opinione pubblica, che ha addirittura iniziato a votare contro di loro per dispetto.

Per cui quello che è successo in Umbria non è solo una semplice battuta di arresto delle forze al governo e un semplice trionfo del centrodestra, ma fa parte di un cambiamento più ampio, più profondo, ovvero la trasformazione della politica in Italia per come l’avevano conosciuta i nostri nonni e i nostri genitori. Un processo che per certi versi non è altro che una delle tante facce della crisi della democrazia.

VINCENZO BATTAGLIA

Vincenzo Battaglia

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