Trascurare l’Istruzione ci ha imbarbarito: è ora di dire basta

Trascurare l’Istruzione ci ha imbarbarito: è ora di dire basta

Il rapporto auspicabile fra progresso tecnologico e progresso sociale è in crisi. Costantemente, quasi convulsamente, estraiamo dalle nostre tasche e borsette apparecchi il cui hardware supera di gran lunga la potenza di calcolo del computer che mandò l’uomo sulla luna. Nonostante ciò, non viviamo in una società di filosofi ma anzi, come spesso accade alla fine di un ciclo economico, la nostra società sta regredendo, imbarbaritasi per colpa di politiche poco lungimiranti. La crisi pandemica e la conseguente chiusura intermittente delle scuole e dei luoghi di aggregazione culturale lasciano scoperte ferite importanti che necessitiamo di rimarginare, se non vogliamo andare incontro a danni permanenti nel nostro reticolo sociale. Checché se ne dica, fregiandosi di discendenze romane, influenze rinascimentali e predilezione per i lumi, i barbari siamo noi, o rischiamo di diventarlo.

Scuola e cultura contro la barbarie moderna

L’attuale sistema economico non lascia ben sperare. Il rischio, finita la crisi, sarà quello di tornare ai vecchi dettami della reaganomics, incarcerati nelle titaniche sbarre di un debito pubblico mastodontico, incapaci di investire in tutto ciò che conta al fine di raggiungere un progresso sociale auspicabile. E’ successo con la sanità, vittima indispensabile di anni di tagli alla spesa pubblica, misure di cui paghiamo oggi le conseguenze.

E’ di ieri la notizia che l’Italia è il paese occidentale con più morti da covid per carenza di terapie intensive o strutture in grado di elaborare un gran flusso di tamponi. Ma la pandemia del domani è quella sociale e culturale di riflesso. Lo Stivale, che già mostrava segni di imbarbarimento, come dimostrano le proteste, il costante ricatto dei negazionisti e dei complottisti, le ferite del lockdown, rischia di uscire dalla crisi senza strumenti per migliorare quelle componenti della società che più contano, puntando magari ad un loro ulteriore depotenziamento per placare il dio debito.

Istruzione e cultura costituiscono la nostra più grave spada di Damocle. Entrambi i settori sono stati molto colpiti dalla pandemia. La prima ha affrontato cambiamenti drastici che hanno acuito il divario fra centro e periferia e fra studenti più benestanti o meno, nelle singole classi. La seconda paga lo scotto di una politica che ha sempre considerato le attività culturali come una componente del tempo libero non indispensabile alla produttività della nazione. Ma non di solo PIL vive l’uomo e chiaramente chi opera nel mondo della cultura non lo fa per passare il tempo.

Un paese senza lettori

Ma veniamo alle criticità, alle radici del nostro imbarbarimento, per lanciare un monito nei confronti delle politiche di spesa future. Secondo l’Istat, nel 2019, in Italia meno di un una persona su due ha letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi (esclusi testi scolastici). Ma la lettura, che più semplicisticamente può essere definita come un piacere personale, non lo è: nella maggior parte dei casi è uno strumento di emancipazione, educazione e stimolo. Openopolis tratteggia un quadro ancora più preoccupante. La lettura, oltre a quanto detto, è sempre più appannaggio delle fasce economiche forti e sempre più a carattere ereditario. Una famiglia su dieci non possiede neppure un libro in casa, mentre il 30,8% è la percentuale di lettori fra “figli di genitori che non leggono”. Quindi, chi non legge generalmente trasmette questa caratteristica alla prole ma non lo fa per una questione di “gusti”.

Sempre un’indagine di Openopolis rivela che in Sicilia, Campania e Calabria la percentuale di minori che non legge è superiore al 60%, con picchi fino al 72% nell’isola. Le tre regioni elencate, assieme a tutto il meridione, sono anche quelle che possiedono più famiglie con figli in condizione di “potenziale disagio economico”. Questi dati assumono un aspetto ancora più inquietante se messi in rapporto con i dati OCSE-Pisa sulle competenze di lettura, dove in Italia solo 1 studente su 20 riesce a padroneggiare compiti di lettura complessi (contro la media OCSE di 1 su 10).

Infografica del rapporto OCSE-Pisa 2018

La piaga dell’abbandono scolastico

Dove non arriva la famiglia, in Italia fornitrice di prima istanza di educazione, istruzione e welfare, dovrebbe arrivare lo Stato. Ma questo spesso non accade. Rispetto ai traguardi stabiliti dall’Unione Europea sulla lotta all’abbandono scolastico, l’Italia non ha ancora raggiunto la quota limite del 10% fissata per il 2020. Nel 2017 l’abbandono scolastico era attestato al 14%, in leggera crescita rispetto al 2016 ma molto in diminuzione rispetto al decennio precedente. A preoccupare, però sono soprattutto le differenze regionali, con picchi fino al 20% per quanto riguarda la Sicilia.

Come tutti i problemi, anche quello scolastico è intersezionale e non può essere derubricato soltanto a differenze regionali o statali. Fra le regioni, vi è forte disparità fra aree rurali ed urbane, mentre all’interno delle stesse città vi è divario fra centro e periferia. Nell’ottica dell’abbandono scolastico pesa sicuramente la lontananza dei poli di istruzione, i collegamenti con i mezzi pubblici ma anche la presenza di strutture culturalmente rilevanti.

Nel primo caso, Openopolis stima che le aree periferiche ed ultraperiferiche soffrano dell’assenza di scuole secondarie di primo e secondo grado. La stessa sorte tocca alle aree “cintura”, cioè quelle della periferia urbana. Non sorprende che gli studenti provenienti da queste tre zone vadano a popolare gli istituti dei centri più grandi, con tempi di percorrenza del tragitto casa-scuola che possono variare molto, arrivando anche a 50 minuti per le zone ultraperiferiche. Questo comporta una scelta del percorso scolastico non sempre dettato dalla passione quanto dalla praticità ed un tasso di abbandono scolastico che può salire per gli studenti della “cintura” e dell’ultraperiferia.

Il ruolo di biblioteche e musei

Ma lo Stato, oltre a migliorare i trasporti e non operare una razionalizzazione sterile per quel che concerne la chiusura o il ridimensionamento degli istituti nelle aree extraurbane, dovrebbe spingere verso un maggior rafforzamento dei presidi culturali nelle zone meno agiate, così da rafforzare anche l’istruzione. Le biblioteche, in questo frangente, risultano molto utili a combattere l’abbandono scolastico. Gli studenti, soprattutto delle superiori, le frequentano come luogo di studio e socialità, per contrastare la mancanza di spazi nelle proprie abitazioni o la carenza di una rete internet o PC. Ebbene, nonostante la carenza di dati riguardanti il numero di posti a sedere e la grandezza della struttura, 10 delle 15 provincie con il più alto tasso di abbandono scolastico possiedono meno di una biblioteca pubblica ogni 1.000 minori.

Lo stesso vale per l’offerta museale, ennesima occasione mancata per stimolare i giovani fuori dalle mura scolastiche. In alcune provincie con forte abbandono scolastico e forte disagio economico come Napoli, Caltanissetta e Taranto sono presenti meno di due musei ogni 10.000 minori. Nel primo caso, poi, i musei sono maggiormente concentrati nell’area litoranea rispetto alla periferia.

Nella giornata universale dei diritti dell’infanzia, pensare ad un sistema scolastico che, causa crisi e pandemia, sembra lentamente arretrare, non può essere un dato confortante. L’istruzione, sbeffeggiata da Presidenti di Regione nell’epoca del Covid e rivendicata con forza da parte degli studenti in protesta non può e non deve passare solo dalle scuole e dalle famiglie. Il progresso sociale, minacciato dallo sbilanciato peso di quello economico e tecnologico, è indispensabile per non inaugurare un’epoca di barbarie (reali e virtuali) e per rafforzare il pensiero critico e ragionato. Lo Stato, però, deve fare la sua parte, evitando di smantellare e depotenziare il mondo della cultura e dell’istruzione, una sfida che sembra impossibile ma necessaria nell’epoca dei debiti e dei tagli alla spesa.

Riccardo Paradisi

Etrusco con il salmastro nella testa. Cresciuto sulle sponde maremmane del Tirreno, ho vissuto a Siena, a Dublino e nel Montana. Ma, nonostante le culture conosciute e le opinioni raccolte, non sono ancora in grado di votare un partito che prenda più dello 0,3%. Alla fine, arresomi all'evidenza di essere più bravo a battere al computer piuttosto che a fare una X a matita, mi sono dato all'analisi politica per passione.

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