The Social Dilemma e la riflessione “forzata” sul capitalismo della sorveglianza, i dati e gli algoritmi

The Social Dilemma e la riflessione “forzata” sul capitalismo della sorveglianza, i dati e gli algoritmi

“I put a spell on you, cause you’re mine”. Ti ho fatto un incantesimo, perché sei mio. Il brano di Screamin’ Jay Hawkins accompagna il volto di Ben, il protagonista del docufilm “The Social Dilemma”. L’incantesimo parte con la notifica sullo stato sentimentale della sua ex fidanzata, da quel momento Ben non mollerà più il telefono. Nel documentario scritto e diretto dal regista statunitense Jeff Orlowski l’algoritmo che governa il comportamento dell’utente (ovvero almeno due miliardi di persone nel mondo) sui social network assume sembianze che sembrano umane, reali.

Ci sembra quasi di conoscerli, di poterci parlare, perchè sono uomini che vivono posizionati di fronte a enormi macchine e che manovrano il giovane come fosse una pedina. Conoscono i suoi gusti, le sue preferenze, le hanno osservate e per questo sanno bene come tenere Ben incollato allo schermo mentre inserzioni pubblicitarie come per magia gli faranno capire cosa vuole, cosa desidera.

“Ti ho fatto un incantesimo, perché sei mio”.

E così ecco spiattellate di fronte al telespettatore di Netflix gli effetti di questo incantesimo generato da giganteschi interessi economici, capaci di realizzare forme di controllo tanto sottili quanto invasive, creando meccanismo di manipolazione delle coscienze e del processo democratico. Ansia, depressione, tendenza al suicidio con dati inquietanti sui giovani americani, polarizzazione politica e hate speech, passano in rassegna uno ad uno, ma se si vuole anche solo approfondirne uno solo di questi effetti basta prendere in  considerazione l’aggressività sociale che ha trovato nella rete uno spazio di diffusione senza uguali. Ciò ha permesso che le ideologie abbandonassero ogni pudore.

Quello che fino a pochi anni fa non si poteva dire per buon senso oggi si può esprimere nella maniera più cruda. Ed è anche il documentario a mostrare come i messaggi politici estremi che incitano all’odio circolino più velocemente rispetto ad altro, così da attrarre l’attenzione di molti utenti in modo più immediato, e quindi generando subito maggiori profitti. Un vero pericolo in tempi di pandemia quando far circolare fake news che contraddicono la scienza significa rischiare, morire, far morire.

Ma tornando al docufilm: “Perché gli inserzionisti pagano per un servizio che gli utenti usano in modo gratuito?” Ecco la risposta: “Li pagano perché ci facciano vedere la loro pubblicità. Siamo noi il prodotto, comprano la nostra attenzione”.  Niente di nuovo, verrebbe da osservare: i colossi della Silicon Valley chiedono agli inserzionisti milioni di dollari in cambio di una promessa, che diventa una certezza man mano che i dati aumentano e le previsioni diventano più esatte, quella di modificare il mondo di una piccola percentuale ogni anno nella direzione in cui essi desiderano. Ma è davvero tutta colpa loro?

Osservando Ben come fosse ancora vittima dell’incantesimo viene da chiedersi se i dilemmi di cui parla il documentario non siano prima di tutto un prodotto della società e di Ben stesso.

Per questo The Social Dilemma non è perfetto.

In primis perché è un documentario divulgativo prodotto da una piattaforma che, al pari di quello che racconta, è in competizione con altre piattaforme per ottenere la nostra attenzione proponendo contenuti che a noi piacciono. Tutto questo, però, non rende The Social Dilemma meno efficace, al contrario. Lanciando la pietra e nascondendo la mano, iniziando la conversazione ma non chiudendola, ci obbliga alla riflessione anche perché una volta arrivati alla fine è impossibile non sentirsi succube dello smartphone.

Io stessa lo confesso. Tra lavoro e diletto ho il cellulare sempre in mano. Ma non sono certamente la sola. Il mio personale social dilemma è che il telefono fa parte del lavoro. Questa è la mia scusa, ma sono anche consumatrice per il piacere di esserlo (quante cose compro grazie alle sponsorizzazioni di Facebook e Instagram, molto più puntuali e specifiche di quelle che passano TV, è l’algoritmo!). Ed è  difficile negarlo, ma il potere di questi big tech deriva dal controllo della domanda: nessuno ci costringe a cercare link su Google, a parlare con Alexa, a creare un profilo su Facebook, o scaricare musica dall’Apple Store.

Lo facciamo per comodità, perché è utile, divertente, efficace. Per questo quando gli Usa attaccarono le aziende petrolifere o i produttori di nicotina o le banche, l’opinione pubblica era a favore di misure dure, mentre oggi la convinzione è che queste aziende facciano del bene alla società, molto bene.

Ma torniamo ancora al docufilm. Fa ridere molto, come ho scritto sopra, che sia a disposizione di un lungo catalogo di serie tv e film su Netlfix e che molti ne stiano parlando a suon di hashtag  sul proprio profilo social, o su internet. Io lo sto facendo ad esempio. Chissà se l’algoritmo me lo promuoverà. E, ironia della sorte, se si cerca #socialdilemma si nota che questo film è stato soprattutto molto criticato.

Non sono stata la sola a pensare che le conclusioni lasciano abbastanza a desiderare proponendo risposte semplici a problemi complessi adottando un atteggiamento abbastanza americanizzato: “i social network producono male, sono nocivi e sono nemici dell’uomo così per come sono fatti. L’abbiamo capito tardi, ma meglio che mai”. Forse però sarebbe necessario puntualizzare su quanto e come la tecnologia alla portata dei minori debba seguire precise metodologie d’insegnamento e che per imparare a saperla usare non è sufficiente lasciare l’arduo compito a genitori che preferiscono autoconvincersi di  saper gestire la dipendenza (perché è già dipendenza) dei loro figli nell’utilizzare il loro telefono per giochi, foto, cartoni su Netflix, canzoni su youtube, eccettera eccetera.

Chi dice “mio figlio non usa mai telefono e tablet”, mente sapendo di mentire. Ma sarebbe necessario anche ridiscutere su questa forma di capitalismo totalmente orientato alla competizione a danno degli avversari economici; e soprattutto sarebbe necessaria una riflessione sul concetto di tecnologia a servizio dell’uomo e non il contrario.

Insomma è sempre la stessa storia: il capitalismo è un problema perché il capitale è un male o perché è ingannevole il sistema attraverso cui si regola?

Bella domanda, ma il problema è che adesso è già tardi e se di istinto ci viene da cancellarci in massa non serve a niente, a parte che per la morale. I  nostri dati sono già stati presi. Per questo sarebbe importante parlare politichese, ovvero di politica e come questa può e deve regolamentare le piattaforme.

Simona Sassetti

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