Gli Stati Uniti dopo il Covid: come una guerra mondiale?

Gli Stati Uniti dopo il Covid: come una guerra mondiale?

Con oltre 1,5 milioni di casi e 90.000 decessi, gli Stati Uniti, superata la crisi sanitaria scatenata dal virus Covid, nei prossimi mesi dovranno misurarsi con le ripercussioni socioeconomiche. Queste si preannunciano durissime per Washington, probabilmente la peggiore situazione dalla seconda guerra mondiale. Ma il paragone è davvero azzeccato?

Le misure di oggi

Il governo federale e la FED hanno finora mobilitato 5000 miliardi di dollari per contrastare la recessione imminente, molti di più rispetto al Vecchio Continente. Questo virus però è diverso rispetto ad una guerra: in guerra giovani e abili si schierano al fronte, non sono confinati in casa; città e infrastrutture sono polverizzate, ora restano intatte; lo stock di capitale è fortemente intaccato, qui risulta intonso.

Facendo riferimento ai precedenti storici, si delineano una visione ottimista ed una pessimista.  

 Gli ottimisti guardano alla crisi del 2008, superata grazie al combinato disposto fra stimolo fiscale e quantitative easing monetario. Questa diade ha probabilmente gonfiato i prezzi degli assets finanziari , senza però generare spirali inflattive o bolle speculative devastanti come i subprime. La fiducia dei mercati verso le istituzioni americane e la solidità del loro sistema bancario e del dollaro rimase forte.

Al contrario, i pessimisti prenderanno come riferimento gli Anni 70,caratterizzati dalla micidiale stagflazione, inedita combinazione fra un’alta disoccupazione ed un’alta inflazione, scenario ritenuto impossibile nella visione keynesiana allora dominante. Situazione dovuta al boom dei prezzi petroliferi ma anche da politiche monetarie e fiscale restrittive e poco lungimiranti.

1945 vs. 2020?

Entrambi i precedenti sono però poco significativi per il 2020. Può risultare utile guardare alla situazione vissuta dagli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra, tre quarti di secolo or sono. Il razionamento del cibo ed il coprifuoco erano il lockdown coevo; i militari al fronte erano lavoratori tolti dal settore privato, analogamente a quanto accade oggi per le attività bloccate; la produzione di beni e servizi di consumo era limitata a causa della conversione bellica. La produzione era poi sostenuta dalla massiccia spesa pubblica, che oggi serve a tamponare l’emorragia occupazionale. Il debito pubblico statunitense di allora conobbe un’esplosione per le spese militari, come il bilancio della banca centrale. Scenario che si ripeterà quasi pedissequamente. Va detto che la conversione in economia bellica consentì di superare definitivamente la Grande Depressione, anche più del New Deal rooseveltiano.

Per nove mesi, dal febbraio al novembre del 1945 la spesa pubblica, esplosa al 45% del PIL per lo sforzo bellico, ebbe un calo molto pronunciato. Il reddito nazionale si ridusse addirittura del 12%, causando tecnicamente una depressione anziché una recessione.

Gli Stati Uniti però gestirono bene la transizione post-bellica da economia di guerra ad economia di pace. Ci fu una iniziale impennata dell’inflazione a seguito delle rimozioni dei congelamenti circa prezzi e salari; ma la paura dell’inflazione non portò le persone a spendere rapidamente il loro reddito al fine di anticiparne la caduta di valore o altri comportamenti irrazionali. I prezzi degli assets rimasero relativamente stabili e l’economia a stelle e strisce crebbe per un decennio circa ad ottimi livelli, escludendo due lievi recessioni nel 1949 e nel 1953.

Naturalmente, il 2020 non è il 1945, ma non è da escludere che la resilienza economica sia assimilabile. Il sistema produttivo statunitense , almeno per il momento, non ha subito danni irreversibili ed i rischi di una spirale inflazionistica causata da un aumento della spesa o di una politica monetaria ultra-espansiva sono remoti.

I costi derivanti da questa crisi impatteranno sulla fiscalità generale statunitense, ma la forza intrinseca della superpotenza americana rende il nuovo debito sostenibile, almeno nel breve-medio termine. Inoltre, a differenza di quanto accaduto nel 2007-2008, lo stimolo messo in campo adesso è stato più celere e  più nobile: servirà molto di più ad aiutare soggetti in reale difficoltà rispetto ai bailouts bancari destinati a salvare speculatori.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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