Senza uso razionale del vaccino radicalizziamo gli scettici

Senza uso razionale del vaccino radicalizziamo gli scettici

(Pubblichiamo alcune riflessioni gentilmente inviateci dal Prof. Isidoro Pennisi, docente presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria)

Io ho fatto tanti vaccini nella mia vita, quando ancora non erano i genitori a dover decidere, ma quando lo Stato si assumeva la responsabilità di procedere a vaccinazioni razionali e obbligatorie. Il vaccino è un prodotto farmaceutico, e come tutti i suoi simili, compresa l’aspirina, ha delle controindicazioni, degli effetti collaterali, dei rigetti, che sui grandi numeri producono tanti generi di conseguenze e finanche dei decessi. Il dibattito di questi anni sulla loro assoluta sicurezza, da una parte, e sulla sicura letalità, dall’altra, è ai limiti dell’analfabetismo, perché la sola verità conosciuta, è che la sicurezza di un vaccino consiste nella sua efficacia sui grandi numeri, al fine di garantire la salute pubblica attraverso quella personale.

Non ho cambiato idea nemmeno dopo che l’industria farmaceutica si è accomodata dentro le logiche del libero mercato, perché già in Giulietta e Romeo lo Speziale non era raffigurato in modo neutrale rispetto alle vicende umane. Se avessi timore di fare un vaccino vorrebbe dire tante cose tra cui l’aver vissuto invano gli anni di vita che mi sono stati concessi. Proprio per i motivi che ho descritto, quindi, posso e sono finanche obbligato a dire e far notare alcune cose che, invece, sono centrali nella razionalità con cui esso si utilizza.

La velocità inaspettata, con cui si è arrivati a definirlo, sperimentarlo e produrlo a me non lascia sorpreso. Nella storia vi sono diversi esempi d’imprese inaspettate, compiute quando realmente era urgente farlo. Uno dei più noti è il lavoro che portò la scienza e l’apparato industriale degli Stati Uniti a perfezionare, sperimentare, costruire, testare e sganciare la prima Bomba Atomica.

Mettiamo da parte ogni giudizio di valore. Il tempo effettivo per passare dalla montagna di teoria che sino a quel momento era stata partorita sull’argomento all’esplosione di Hiroshima, fu di meno di due anni. Una montagna di teoria che per essere messa in pratica aveva soprattutto bisogno di Uranio e Plutonio, che fino a quel momento erano stati prodotti in quantità irrisorie.

La storia narra, che dal 1939, e cioè da quando fu messo in piedi un Dipartimento dedicato allo studio degli usi bellici dell’uranio, non si era fatto nulla di rilevante, perché il contorno militare e industriale non solo non credeva al progetto, ma era impegnato, soprattutto dopo Pearl Harbour, in un conflitto su più fronti. Fu il sapere che i Tedeschi e i Russi, invece, ci credevano, a cambiare il ritmo.

In due anni fu messo in piedi il più impressionante processo scientifico e industriale che ancora oggi si ricordi (rispetto al quale i lavori per il vaccino in questione fanno ridere) in cui risorse finanziarie, capitale umano, legislazioni speciali, insieme, coprirono in pochi mesi un tempo molto più ampio. La velocità non consentì di valutare gli effetti indesiderati della scoperta, che, per assurdo che possa sembrare, alla fine, al netto delle due uniche esplosioni sul suolo Giapponese, ne ha uno rilevante e dirimente: un’arma di quel genere non serve a nulla in guerra e mai è stata utilizzata in seguito.

Questa non corrispondenza tra i risultati attesi da quell’idea innovativa e quelli effettivamente realizzati, fu provocata proprio dall’urgenza, e cioè dalla necessità di cogliere un obiettivo di breve periodo a scapito di un più rigoroso e lungo studio, di un maggior numero di dati e riflessioni e ripetute sperimentazioni. La stessa cosa, ma su piani diversi, è avvenuto anche per la produzione d’energia attraverso le Centrali Nucleari, in cui la mancanza di studi sugli effetti di lungo periodo, dovuti alla poca considerazione data alle misure di sicurezza in esercizio e allo smaltimento delle scorie, le ha rese ormai quasi inutili. Anche in questo caso, il beneficio di breve periodo, posto ai piedi degli inventori e dei governi, non ha fatto vedere i problemi di lungo periodo che si sono manifestati.

Anche nel caso del vaccino in questione, vedo una certa faciloneria a non valutare le possibili conseguenze di lungo periodo che io, ovviamente, non posso sapere: che nessuno ha possibilità di sapere, se la gittata delle osservazioni, delle analisi, dei risultati, è collocata ai nostri piedi o qualche passo avanti.

La cosa che trovo, non pericolosa, ma poco scientifica e scarsamente razionale, è la mancanza di precauzioni. A me preoccupa questa corsa forsennata e pervasiva a una vaccinazione di massa senza l’utilizzo di principi cautelativi e selettivi. Senza l’utilizzo di un criterio, che gli scienziati stessi potrebbero in questa fase individuare, che permetta sia l’aumento degli immuni attraverso la vaccinazione (alzando la soglia per raggiungere la famosa immunità di gruppo) sia di valutare, entro un periodo più lungo e con numeri maggiori e reali, l’esistenza o meno di qualche problema al momento non ipotizzabile. Quest’atteggiamento sarebbe ragionevole e non inficerebbe la rilevanza del vaccino come uno degli strumenti necessari per uscire dalla crisi sanitaria in corso. Quando non si guarda lontano, capita, inoltre, di farsi sfuggire qualche cosa di molto vicino. E su questo si può dire qualche cosa di plausibile.

Due aspetti io vedo chiaramente. Il primo. Il raggiungimento della massa critica di vaccinati che determina l’immunità di gruppo, cambia dimensione e specie in una realtà comunitaria non più nazionale e continentale ma globale. In una realtà in cui lo scambio e gli spostamenti umani erano e torneranno a essere globali, sia il Gregge sia il Territorio dove pascola, è diverso rispetto alla realtà che rese scientificamente evidente l’Immunità di Gregge, così definita. Non è detto che la somma delle singole campagne di vaccinazioni corrisponda al necessario raggiungimento di una massa critica di vaccinati che andrebbe misurato globalmente.

Il secondo. In un periodo storico in cui si è determinato l’illogico ma irreale conflitto tra sicurezza assoluta e letalità certa dei vaccini, i grandi numeri in gioco in quest’abnorme campagna di vaccinazione, porterà alla luce e determinerà un numero alto di casi letali (o comunque gravi nelle conseguenze) in cui il rapporto tra causa ed effetto (tra la vaccinazione e le conseguenze) produrrà una lettura distorta dello strumento, che radicalizzerà, invece di placare, questo illogico dibattito. Più aumenta il numero dei vaccini inoculati, maggiori saranno i casi reali, o solo casuali, in cui alcune conseguenze diventeranno non occasione di chiarimento razionale ma di conflitto irrazionale.

Questo perché, in ultimo, tutto ciò sta avvenendo dentro una novità antropologica, soprattutto occidentale, in cui la “nuda vita” è la sola cosa che conta; l’unica realtà da difendere, in ogni qui e adesso, senza pensare al dopo. Una “nuda vita”, con caratteristiche simili a ciò che è la “nuda proprietà” nel campo del Diritto.

Credere oppure no alla scienza, come se fosse una religione, non è dovuto ad alfabetismo o analfabetismo, esattamente come non lo fu il credere o meno a una religione imperante e regnante, come il Cattolicesimo. La scienza promette a chi ha fede la garanzia della nuda proprietà sulla vita temporanea così come la religione promette ai fedeli, ancora adesso, la proprietà sulla vita eterna. Che di fronte ad una qualsiasi fede ci siano degli Atei, quindi, è ovvio, e chi si sorprende, è solo poco attrezzato con la storia e la cultura, anche se crede d’avere sia l’una sia l’altra.

SpazioPolitico

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