Resilienza: un Brand da Biennale

Resilienza: un Brand da Biennale

« Dovremmo fregarcene delle buone maniere e tornare a impastare la nostra polvere con quella del Sole. Dovremmo fregarcene di tutte le buone ragioni, perché stiamo camminando su un argine su cui tra poco salirà il fiume »

Resilienza è una parola d’ordine. Le parole d’ordine possono essere intese come parole che assegnano ordini prescrittivi o come concetti che mettono ordine nel discorso. In ambedue i casi, però, sono parole ingombranti, forse fuori luogo, perché gli eventi storici hanno poco ordine e vivono di contraddizioni vaste, come ricorda Whitman: “Mi contraddico? Certo che mi contraddico. Sono vasto: sono fatto di moltitudine”. Per questo, l’uso che ormai si fa, sembra sempre o spesso fuori posto, e di conseguenza pronto per essere utilizzato strumentalmente se non surrettiziamente.

Resilienza è la parola d’ordine del momento. Non ci metteremo a farne la storia, ma andando alla fonte originale dove essa trova il suo senso primario, si può dire che essa ha valore dentro il campo di resistenza di un materiale solo, o soprattutto, nella sua fase elastica di bassa deformazione. Per estensione, in seguito, il termine ha trovato casa anche in altre discipline, assumendo spesso significati contraddittori in ogni ambito. In biologia è la capacità della natura ad auto riparare gli squilibri provocati da eventi esterni o interni a essa, e di tornare allo stato che precedeva il trauma.

In psicologia è la capacità di affrontare in maniera positiva gli eventi avversi. E così via. E’ evidente, ma anche quasi logico, che ogni qual volta si prende in prestito una definizione pertinente in maniera primordiale nell’ambito che l’ha generata, è più facile che essa diventi altro invece di calzare perfettamente ai piedi del nuovo ambito che la assume come novità.

Se passiamo alle cose della cultura materiale e delle sue discipline, la transumanza guidata di concetti dal prato originario dove essi si nutrivano a quello dell’arte e dell’architettura, produce risultati non sempre desiderabili. Perché in linea generale, la distanza tra il pensiero filosofico è la cultura materiale, è molto diversa e più ampia rispetto a quella con le discipline scientifiche, perché in quest’ultime la presenza di alcuni livelli d’astrazione garantisce una capacità di rielaborare un concetto derivato dandogli una radicazione pertinente, anche se, come si diceva prima, spesso contraddittoria. La cultura materiale ha invece una concretezza, un assioma pragmatico, una vocazione al pensiero formativo, che non le permette alcuna rielaborazione astratta, costringendola semplicemente ad assumerla come semplice Brand Concettuale.

Il caso della resilienza non fa eccezione. Se ciò che si è provato a dire è vero, o plausibile, allora c’è da dire che se abbiamo avuto in passato i margini per sopportare, contenere, assorbire, limitando i danni, altre parole d’ordine, questo non è lo stesso momento. Non è lo stesso momento per la storia di questo tempo, e nemmeno per una disciplina, come l’architettura, che se non si compromette con il tempo di cui fa parte, se non intreccia i suoi ragionamenti e le sue risposte anche con le istanze seppellite dagli eventi dominanti, diventa così poca cosa da mantenere uno status simile a quello che hanno le Tribù Indiane del Nord America, cui è concesso di vestire i vestiti tradizionali e danzare intorno al Totem solo ad uso e consumo dei turisti.

In questo caso, quindi, sopportare semplicemente una nuova parola d’ordine non basta, e quindi, bisogna scendere sullo stesso piano, ben sapendo i limiti di questo livello della questione, per provare a contrastare non tanto la Resilienza ma gli oggettivi punti di flesso che cela nelle ricadute del suo significato. In ciò che essa ingenera nei comportamenti professionali, permette nelle elaborazioni intellettuali, facendosi loro premessa fondante. In questo quadro, allora, proponiamo che sia la tenacità, la tenacia, la parola d’ordine più valida, il Brand più efficace, non tanto per contrastare il termine resilienza, ma per via del fatto che la tenacità si presta materialmente a soccorrere un dibattito più generale sulla decadenza del discorso e del ragionamento scientifico, qui inteso non come dibattito sulla scienza, ma come discorso intorno ai fattori epistemologici del sapere, materiale e immateriale.

Padiglione italia della Biennale di Venezia 2021
“Comunità Resilienti”, il tema del padiglione Italia presentato dal Ministero della Cultura | Dal sito del MiC

Scompariamo dunque. La dignità di una specie come la nostra lo esige” Manlio Sgalambro sintetizza bene, in una frase, la rimozione dentro la quale viviamo, in cui la reversibilità che inseguiamo illude sulla reale possibilità di fuga dal naufragio che, al contrario, è fondamento della cultura e della civiltà occidentale d’area Mediterranea. La scarsità di tempo, di spazio, di risorse, quindi la nascita non tanto dell’economia come scienza, ma come consapevolezza della necessità di organizzare il consumo entropico della vita sulla Terra, di non lasciare al caso la maniera con cui inesorabilmente la consumiamo consumando noi stessi, è la base dell’altezza cui siamo giunti. E così è stato sino a quando è apparsa la grande illusione del progresso, in cui si contesta il semplice fatto, che nel dire domani si sta descrivendo una realtà simile a oggi ma con qualche cosa di meno, imponendo la possibilità che possa avvenire il contrario.

Ecco allora che se l’umanità è un materiale e la vita, il suo splendore, sono il carico cui è sottoposta, è illusorio pensare che essa rimanga in eterno nella sua fase elastica dove, per l’appunto, la resilienza manifesta capacità di reversibilità alle sollecitazioni di rottura. Illusorio e pericoloso. Ben sapendo che non sarà una scorciatoia lessicale a evitare che il materiale umano, sotto i carichi della vita, non superi la fase elastica per entrare in quella di snervamento e, dopo, in quella plastica, allora è la tenacità quella che va migliorata, se è possibile.

E’ la tenacità quella che assegna prospettiva alle cose, garantendogli un dignitoso destino da rudere, attraverso la capacità di resistenza, soprattutto nelle fasi di snervamento e plastiche. E’ dentro il tempo e nonostante esso che la tenacità ci concede di vedere come il fine di ogni produzione umana e il suo significato, possono essere non confusi e non divisi. Estrapolare la resilienza, e cioè una capacità di resistenza a tempo determinato, e farne una prospettiva valida per la produzione di cose e di senso, vuole dire allora illudersi che sia possibile frenare il consumo entropico del reale, o riciclando continuamente esiti in fase prematura (quando ancora non sono entrati in quella di snervamento e di plasticità) oppure producendo realtà materiali e senso immateriale concepiti appositamente per vivere dentro il tempo effimero della loro fase elastica. E’ soprattutto in questo senso che la resilienza, intesa come parola d’ordine, principio informatore, chiave ideativa di una politica, traccia di riflessione culturale, maniera di sperimentazione artistica e architettonica, si presta a essere, ancor più che criticata, messa in un angolo da chiunque conosca non tanto le interpretazioni dei fatti storici ma quelli per come sono, nei limiti delle notizie che ne abbiamo.

La resilienza sembra una versione aggiornata, o una linea di azione ancor più arretrata, del concetto di sostenibilità legata allo sviluppo. Già Claudio Napoleoni, anni fa, ebbe a dire, di stare attenti al concetto di sviluppo sostenibile, perché esso è più che altro un’immagine senza contenuti di realtà. Lo sviluppo e la crescita, infatti, se stiamo a quello che dovremmo tutti conoscere, sono i contenuti di una fase precisa, con un inizio e una fine, della vita di un essere umano. A un certo puntò l’età dello sviluppo cessa e non ne esiste un altra, a seguire, che possa essere definita in altro modo. Se un essere umano continua a mantenere, finito lo sviluppo, lo stesso regime alimentare e le stesse abitudini della fase dello sviluppo, oppure ne escogita uno diverso ma sempre calibrato sullo sviluppo, va incontro a patologie.

Dopo lo sviluppo esiste un’altra fase che non è di sviluppo. La vera questione, quindi, dentro i profili demografici del nostro tempo, la maniera del nostro vivere personale e collettivo, è quella di farci una ragione sull’infondata e superstiziosa idea che vi possa essere un modello di vita sulla Terra che fa della sua presunta perfezione e desiderabilità un’abitudine così irrinunciabile dal volerla perpetuare in maniera sovrastrutturalmente diversa, ma strutturalmente identica. E’ noto che in un’operazione sbagliata, non si trova l’errore cambiando il risultato, ma andando a correggere l’errore.

La resilienza è il nuovo tentativo, sia pratico sia retorico, di dare un giusto risultato a un operazione ormai errata da tempo, su cui invece dovremmo provare a ragionare meglio.

« Per salvarci da questo Mondo che si va deformando dobbiamo tornare a costruire sapendo che lo facciamo utilizzando acqua come se fosse pietra dura; edificando sulla sabbia come se fosse roccia pura »

Riflessioni del Prof. Isidoro Pennisi, docente presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria

SpazioPolitico

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