Reddito e salute sono inscindibili, il pensiero del Prof. Pennisi

Reddito e salute sono inscindibili, il pensiero del Prof. Pennisi

(Pubblichiamo alcune riflessioni gentilmente inviateci dal Prof. Isidoro Pennisi, docente presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria)

Il livello di salute è dato dal reddito delle persone. Il reddito delle persone è la condizione della salute. Senza un reddito la salute è precaria. Questa evidenza, però, è evidente a quelli che non hanno reddito e rendite. Quelli che hanno uno e l’altra cosa non lo sanno e lo vengono a sapere solo quando perdono il reddito e la rendita.

Una nuova malattia può modificare la realtà assoluta di questo fatto che regna sul mondo reale sin da quando le prime civiltà si raggruppavano in tribù? Da quando, scendendo dalle Paludi del Nord Europa e dalle Steppe Caucasiche in cerca di una rendita geografica e di un reddito alimentare si spinsero sino a qui trovandoli? Il Mediterraneo è stato per secoli e secoli l’una e l’altra cosa, è stata la rendita per i suoi fattori di localizzazione e il reddito per le risorse di cui disponeva.

Senza un reddito e una rendita, finanziaria o materiale, non esiste la salute. La polarizzazione tra salute e reddito, che scienziati, governo ed intellettuali ormai maneggiano con disinvoltura, chi per perorare la prevalenza di una sull’altra chi per evocare la sacralità di una loro composizione, non esiste se non nella mente astratta di chi la crede esistente. Salute e reddito stanno sullo stesso polo perché sono nella sostanza la stessa cosa. Sull’altro polo si trovano la miseria e l’assenza di una salute. Su un polo esiste una certa dimensione di attesa di vita alla nascita e sull’altro una dimensione diversa e minore. Per attesa di vita si intende, convenzionalmente, gli anni di vita che si possono promettere ad un nascituro in funzione del luogo geografico e della società in cui nasce.

Una nuova malattia non può destituire di fondamento queste evidenze elementari e provate sino al più alto grado di giudizio dell’intelligenza, ed essere sostituite da arbitrarie, soggettive, umorali e astratte idee come quella, ad esempio, in cui si afferma che la salute è più importante del reddito o viceversa, oppure, quella in cui si afferma che esse devono trovare un equilibrio. Sono la stessa cosa e le si persegue allo stesso modo, nello stesso tempo e con le stesse azioni, senza alternative. Il non farlo è un errore e ha delle conseguenze, in ultima istanza, proprio sulla salute.

Le difficoltà che al momento affrontiamo, quindi, non sono dovute al virus ma alla maniera con cui lo stiamo vivendo socialmente in base ad un epocale fraintendimento che provo a spiegare e che non dipende, nella sua validità o meno, dal possedere o meno conoscenze scientifiche. Quella che stiamo affrontando è l’insorgere di una nuova patologia (nuova non nella sua natura ma nella sua tipologia) che ha due aspetti, come tutte le patologie: una di genere biologico e una di tipo medico.

La prima studia, tra le altre cose, i fenomeni naturali che provocano patologie e la seconda la maniera per prevenirle, diagnosticarle, curarle, con la sua scienza e la sua arte. La stessa cosa si potrebbe dire del rapporto che esiste tra la scienza geologia e le scienze e le arti del costruire nel caso dei terremoti, anch’essi fenomeni naturali: la prima studia le cause e la seconda le previene e le cura, se per cura in questo caso s’intende il costruire sempre meglio per portare i danni umani e materiali al minimo possibile.

Il fraintendimento epocale e globale, che ha dei motivi su cui accennerò in conclusione, è dovuto nell’aver impostato una strategia in cui le due dimensioni, quella biologia e quella medica, sono state composte in maniera sproporzionata puntando quasi esclusivamente su quella biologica e giustificando questa scelta con il fatto che questo è il solo modo per non far ricadere gli effetti sul piano medico sanitario. E’ giusto? I risultati non sembrano affermarlo, tanto che per renderli accettabili si dice semplicemente, senza alcuna prova sperimentale esistente, che se non si fosse fatto così la situazione sarebbe stata peggiore.

Io voglio dire che la lotta al contagio (che comunque in qualche misura deve esserci) non può essere prevalente alla lotta alla malattia, che avrebbe bisogno, nel quadro di una lunga emergenza, di essere il cuore dello scontro. Ma così non è ancora adesso ed è in questa maniera che ci avviamo a vivere i prossimi mesi, in cui, seguendo una strategia sbagliata, per provare a non dover curare la malattia, cosa di cui si è capaci se opportunamente rinforzati, in risorse, spazi, capitale umano e attrezzature, preferiamo far ammalare una società e mettere i presupposti strutturali di un calo del livello della salute dato da un calo del reddito che rimodellerà la consistenza e la qualità delle classi sociali rispetto al quale nessuno sa cosa conseguirà realmente, ma che, certamente, corrisponderà ad un arretramento epocale e non temporaneo.

I motivi per cui, in quest’alba avanzata del millennio, di fronte ad un evento assolutamente non inedito (se non nella sua dimensione globale in tempo reale) e certamente non tra i più gravi di quelli che si possono al momento immaginare come possibili, esso sia stato subito affrontato separando artificiosamente l’unità reddito-salute nelle sue due parti indivisibili, sono secondo me ormai abbastanza evidenti e costituiscono il punto di confluenza di alcuni problemi strutturali della nostra maniera di vivere, della nostra cultura, arrivati al pettine ma senza trovarlo.

Mi limito a quello più evidente da comunicare, lasciando da parte quelli che coinvolgono il pensiero e lo stato antropologico che ci contraddistingue. Il problema non è della scienza, ma dei saperi tutti, che nel giro di un centinaio di anni, lungo un percorso ricostruibile facilmente, hanno perso la capacità di comprendere razionalmente la realtà. E questo è avvenuto per via di una loro destrutturazione, così radicale ed estrema che, allo stato delle cose, ancor più che inutili li rende finanche pericolosi per gli abbagli e i fraintendimenti che sono capaci di realizzare. E questo avviene, per assurdo o per paradosso (fate voi) nel momento in cui la loro applicazione nel campo dell’innovazione tecnologica non è mai stata così elevata.

Avanziamo molto e velocemente, quindi, ma non sappiamo più cosa stiamo attraversando, che territorio stiamo calpestando, cosa vedono i nostri occhi, cosa sentono le nostre orecchie, cosa odorano i nostri olfatti. Nella concretezza, questo al momento vuol dire che la parcellizzazione dei saperi, ha fatto si che la Medicina e la Biologia, che sono i saperi più coinvolti in questa vicenda, hanno al loro interno tante specializzazioni senza averne una che sia dotata di un sapere che sia capace di conoscere il quadro completo del problema. Ogni cellula del corpo del sapere, una volta unitario, ha costruito una propria epistemologia autonoma. Ecco il motivo per cui, nel momento in cui i medici tra di loro e i biologi tra di loro, e i medici e i biologi tra loro, si trovano a ragionare su un virus respiratorio (fenomeno ormai conosciuto da decenni) non avendo alcuna base epistemologica condivisa vedono la stessa cosa vedendo cose diverse, non riuscendo così a consegnare alla politica un quadro plausibile sul quale basarsi e basare una strategia.

Questo è il dato che omologa globalmente l’intero consesso delle nazioni, pur nelle differenze d’altro genere, perché il sapere e le accademie dove esso s’insegna sono globali da molto più tempo delle altre dimensioni del vivere in società. Da tempo vivono di questo fatale errore storico che è la specializzazione del sapere, che stiamo pagando da tempo, ma che oggi stiamo pagando molto duramente, soprattutto per una ridefinizione delle realtà sociali che ciò comporterà e che solo per ingenuità, per ideologismo o per ignoranza è possibile intendere come cariche di possibili novità migliorative. No. Il problema non è se ne usciremo migliori o peggiori, cosa sciocca e senza senso. Ne usciremo arretrati, rispetto alle conquiste di civiltà generali che altri prima di noi avevano conquistato per noi.  

SpazioPolitico

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