Quote rosa (antico), anche no

Quote rosa (antico), anche no

Nelle ultime settimane si è tornati a parlare di “quote rosa”. Un termine che a me personalmente fa indigestione, perché come molte altre cose di un certo tipo di femminismo, è una contraddizione. Finisce per dividere, per ottenere un risultato diverso da quello auspicato o comunque a mio avviso non in linea con il senso della battaglia. Ma lo spiegherò meglio più avanti. Questa volta l’ambito del dibattito è televisivo, ma poco importa nel senso che la sostanza non cambia: si discute sul dato oggettivo della poca rappresentanza femminile all’interno dei programmi tv, piuttosto che di eventi vari ed eventuali.

Murgia e altre donne ‘erosive’

“Erosive, la differenza è erotica”, Verona 18 settembre 2020

Non so se ricordate, ma ne aveva parlato a settembre scorso già Michela Murgia, facendo notare la presenza tutta al maschile dei relatori invitati al Festival della Bellezza. In quell’occasione lei, insieme all’associazione “Non una di meno” e a tantissime altre giornaliste, scrittrici, intellettuali, artiste etc. organizzarono un controfestival, sempre a Verona, dal titolo molto esplicito: “Erosive”. Giocando ovviamente sul concetto di eros – quindi amore, desiderio, passione, sesso – ambito nel quale la donna è ancora fortemente costretta dentro soffocanti stereotipi, e accanto l’azione appunto ‘erosiva’ di una cultura, quella che loro rappresentano, che vuole abbattere barriere, scardinare muri, cambiare vecchi pensieri ben strutturati e forti, massicci, compatti. Come l’acqua del mare, ad esempio, che corrode la roccia dello scoglio, cambiandone lentamente la forma.

Rula Jebreal vs Propaganda live

Due settimane fa, invece, ad aprire nuovamente la questione è stata la giornalista Rula Jebreal che ha annullato la sua partecipazione a Propaganda Live dopo aver scoperto di essere l’unica donna in mezzo a tanti uomini. Ora, non voglio entrare nel merito della questione, sia perché Propaganda è una trasmissione che non ha bisogno di essere difesa, sia perché non è il fatto in sé il tema di questo articolo. Però voglio fare una precisazione: Rula Jebreal è la stessa che accettò l’invito a partecipare a Sanremo. Un palco dove, lasciatemelo dire, la donna è stata spesso e volentieri, soprattutto in passato, valorizzata solo ed esclusivamente per la sua bellezza e quindi relegata al ruolo di valletta. Solo negli ultimi anni c’è stata un’inversione di rotta, ma è palesemente condizionata da ciò che accade all’esterno e dal fatto che questi temi sono diventati sempre più forti, che in ogni caso continuano ad essere trattati su quel palco con retorica, qualunquismo e perbenismo che nulla portano alla battaglia culturale, anzi tolgono.

L’imposizione delle quote rosa

Allo stesso modo tolgono le ‘quote rosa’. Rula Jebreal, qualche giorno fa ospite di Corrado Formigli a Piazza Pulita, ha spiegato il perché di quella decisione: “Ho voluto lanciare un segnale per sensibilizzare la nostra società, sensibilizzare uomini e donne rispetto a un tema di giustizia che riguarda tutti noi”. E fin qui, tanto di cappello. Ci piace chi vuole sensibilizzare. Ma come? “Quando avremo la parità, non vorrò avere la rigida applicazione – ha concluso la giornalista – ma finché non ci arriviamo nessun uomo privilegiato penserà di concedere il suo privilegio. Non possiamo chiederlo, ma dobbiamo imporlo altrimenti non ce lo danno”. In pratica Rula ci sta dicendo che dobbiamo chiedere, anzi imporre agli uomini di concederci un privilegio che dovrebbe spettarci di diritto.

Ma nel momento in cui chiediamo che ci venga concesso qualcosa, non stiamo comunque dando a qualcun altro, che ha evidentemente il possesso della cosa, un potere decisionale? In questo modo chi dà la concessione, il permesso, si sente il soggetto forte che cede qualcosa di suo, che da buon samaritano sacrifica se stesso per il meno fortunato, un gesto che gli riconoscerebbe addirittura un prestigio, mentre l’altro è automaticamente il ricevente che in questo modo deve dire “grazie” e magari guardare l’interlocutore gongolarsi della propria generosità. In questo modo ci sarà comunque disparità nel rapporto e chi riceve si sentirà sempre in debito. Per di più c’è l’elemento dell’imposizione. Obbligare a concedere questo privilegio significa non far capire il motivo per cui in realtà esso è un bene comune.

“Solo perché donne” è comunque discriminante

Ecco le quote rosa in tv, in politica, nelle aziende, ovunque: imporre agli uomini, detentori del privilegio, del potere, di dare spazio, voce, alle donne in quanto tali e non in base alle loro competenze. In questo modo i partiti possono candidare una donna perché donna, non importa se brava o intelligente, ma in quanto portatrice di vagina potrebbe accaparrare consensi fra chi, illuso, vedrebbe la scelta come un cambiamento e invece è solo uno specchio per le allodole. Le aziende potrebbero assumere il numero di donne previsto dalle quote rosa, ma per ruoli secondari, di poca rilevanza. Allo stesso modo i programmi potrebbero invitare personaggi femminili solo perché piacevoli alla vista, da lasciare sedute su una sedia in silenzio, o interpellarle solo per frasi imboccate prima o scritte su un foglio come le vallette di Sanremo, ad esempio.

Tutte dinamiche che già accadono e che sono contentini per farci stare zitte e placare la polemica, per pulirsi la coscienza, caramelle per addolcirci la pillola, per illuderci facendoci sentire parte della squadra, ma in realtà ci lasciano in panchina. E’ veramente quello che vogliamo? Pensiamo veramente che a furia di vederci sedute accanto a loro, allo stesso tavolo, anche se taciturne o inadeguate, gli uomini si abituino a tal punto di arrivare un giorno a lasciarci la parola, o addirittura una decisione? Non so voi, ma personalmente, in quanto donna, non voglio essere né discriminata né trattata come un essere in via di estinzione. Vorrei essere presa in considerazione per quello che dico, scrivo, penso e conosco, non per via dei miei ormoni.

Un problema di riconoscimento delle competenze

Diego Bianchi, in risposta a Rula Jebreal, ha detto una cosa molto simile: “Ci viene istintivamente di chiamare un uomo o una donna perché competente, la persona migliore a parlare di quella determinata cosa, al di là del sesso”. Perfetto, tutto giusto ma c’è un però. Il problema è proprio questo infatti: la discriminazione di genere c’è, in molti settori, ed è sotto gli occhi di tutti, ma non è un problema di presenze o rappresentanze, ma di riconoscimento delle competenze. E’ evidente, e si può evincere anche dal discorso dello stesso Bianchi, che ancora non si ritengono le donne all’altezza di ricoprire certi ruoli o, come nel caso specifico, di parlare di certi temi. C’è, purtroppo, una tendenza a percepire alcune competenze come esclusive del genere maschile, ovviamente non sempre e non ovunque, e a mettere in atto spesso una divisione ben precisa delle stesse in base appunto al sesso di una persona.

Come quando da piccole volevamo giocare alla play station e i nostri cugini, fratelli o amici maschi ci dicevano che era meglio giocare con le bambole. O come quando molto stupidamente ti chiedono di spiegare il ‘fuorigioco’ per testare il tuo livello di preparazione calcistica. Sono stupidi luoghi comuni, lo so, ma sono veri. E poi c’è anche una certa incapacità nel riconoscere la propria posizione di privilegio da parte di chi la ricopre, questo perché osservare le cose dall’interno è sempre complicato, perché significherebbe mettere in discussione un sistema al quale si appartiene, e quindi se stessi.

Come vogliamo fargli capire una volta per tutte che le competenze le abbiamo anche noi? Obbligandoli a concederci un posto a quel tavolo solo perché donne o obbligandoli ad ascoltare quello che abbiamo da dire? L’imposizione c’è sempre, ma la seconda opzione ci mette nella posizione di soggetti attivi e, visto che si parla di abituare e sensibilizzare, fa sì che loro si abituino a sentirci parlare e non solo a vederci, perché ci guardano anche abbastanza. Michela Murgia & co, escluse da un palco, sono salite su un altro che loro stesse hanno messo in piedi e dal quale hanno dimostrato le loro capacità nel disquisire di certi temi.

Non possiamo pensare che gli uomini si abituino alla nostra presenza, se ci accontentiamo di esserci ma non di partecipare. A furia di ascoltare, se non si è stupidi ottusi, si coglie la competenza del nostro interlocutore e magari la prossima volta ci verrà spontaneo confrontarci con lui. Mi rendo conto che è un processo lungo, che chiede pazienza e dedizione, ma ogni cambiamento culturale passa dall’educazione e quindi dal confronto, dal ragionamento e non dall’obbligo e basta. L’acqua del mare erode lo scoglio negli anni, pian piano.

Teresa Scarcella

Di origini e di indole meridionale. Nata a Cariati, cresciuta a Crotone col profumo del mare e dei 'pip e patat', vive a Siena da tanti anni a tal punto da aver dimenticato come si parla il dialetto e da non riuscire più a mangiare piccante. Nemica della monotonia, rompiscatole per natura, amante della verità, ma soprattutto del brivido della precarietà, ha scelto di fare la giornalista prima ancora di conquistare il diritto di decidere come vestirsi, e sceglie di farlo ogni giorno

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