Politica e magistratura: l’eterna lotta

Politica e magistratura: l’eterna lotta

Il recente terremoto interno al Consiglio Superiore della Magistratura(CSM) , che hanno visto il pubblico ministero Luca Palamara e l’ex ministro dello Sport Luca Lotti al centro della bufera, offrono un utile spunto per analizzare un tema sul quale si sono spesi fiumi di parole ed inchiostro da ormai tanti anni, con il problema che però ciclicamente si presenta nella sua immancabile natura mediatica ma anche in veste giuridica: il conflitto fra politica e magistratura.

Dai filosofi antichi come Platone ed Aristotele, fino all’era moderna con Locke nel XVII secolo e ,soprattutto, lo Spirito delle Leggi di Montesquieu del 1748, la democrazia e lo “Stato di diritto” sono stati garantiti dalla separazione dei poteri, tripartiti in : potere esecutivo, legislativo e giudiziario. I grandi pensatori che si sono succeduti nel corso dei secoli hanno ritenuto la separazione di tali poteri essenziale per assicurarsi un reciproco controllo fra essi ed evitare di conseguenza l’avvento della tirannia.

Anche in Italia questo principio ordinatore è stato accettato ed inserito nella Costituzione nostrana, nell’ormai lontano gennaio 1948. Questi principi costituiscono, in conclusione, l’essenza stessa del diritto pubblico ed hanno assicurato la libertà nel nostro Paese a più livelli: ognuno dei poteri è infatti indipendente dall’altro, senza compiere ingerenze nell’ambito altrui. Si può prendere ad esempio il già citato CSM: sorto nel 1909 con funzioni amministrative e consultive, negli anni 50 è assurto al rango di organo di rilievo costituzionale , con lo scopo di garantire l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, soprattutto quello esecutivo( artt.104-107 della Carta Costituzione).

Tuttavia, il dovuto rispetto nei confronti di chi fa le leggi, chi governa e chi applica la giustizia non è un requisito sufficiente individualmente: la collaborazione attiva è imprescindibile per l’ottenimento del bene comune.

Sebbene possa sembrare lapalissiano nella sua enunciazione, questo assunto è stato sconfessato praticamente in toto dagli ultimi decenni di storia italiana.  Già a metà degli Anni ’80 i dissapori e le ostilità tra l’allora presidente del Consiglio, il socialista Bettino Craxi e la magistratura di certo non mancavano. Il tutto è deflagrato nell’infausto 1992, anno in cui il cataclisma dell’inchiesta Mani Pulite mise in ginocchio l’intera classe dirigente e partitica coeva, ponendo fine alla Prima Repubblica. Le sfilate di tanti politici a Milano, davanti alla triade Di Pietro-Colombo-Davigo, esponenti di quei partiti che avevano guidato l’Italia per quasi mezzo secolo, non erano solo il sintomo dell’illegalità che aveva permeato tutte le istituzioni; si trattò di una dimostrazione in piena regola del potere giudiziario, in quel momento agli occhi dell’opinione pubblica l’unico argine contro il malaffare dei politici e gli interessi dei cittadini.

A cavallo fra 1992 e 1993, la parola politica assunse un connotato fortemente dispregiativo, quasi sinonimica di corruzione.  I profondi mutamenti degli assetti internazionali contribuirono a liquidare definitivamente quei partiti che dagli equilibri globali precedenti avevano tratto la loro forza, definito i loro riferimenti e svolto le proprie funzioni. Siamo poi arrivati alla Seconda Repubblica, con nuovi protagonisti e nuove formazioni politiche. Un protagonista che spicca su tutti è, ca va sans dire, Silvio Berlusconi, che ha dato vita ad un acceso scontro istituzionale con la “casta” dei magistrati, accusata di agire solo in funzione di obiettivi politici. Accuse pienamente contraccambiate: Berlusconi è stato ripetutamente accusato dagli esponenti del mondo giudiziario come il premier delle leggi ad personam.

Le parole “Resistere, resistere, resistere” pronunciate dal magistrato Francesco Saverio Borrelli del 2002, in opposizione alle riforme annunciate dall’allora governo Berlusconi, sono l’emblema dell’intensità dello scontro giustizia-politica di allora. Negli anni più recenti, ricordiamo gli screzi fra l’ex premier Matteo Renzi  e Pier Camillo Davigo,  presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati(ANM) organo rappresentativo senza carattere politico(?) dei magistrati italiani, circa il referendum costituzionale del dicembre 2016,  e più recentemente fra il ministro dell’Interno Matteo Salvini ed il PM agrigentino Luigi Patronaggio in relazione allo sbarco dei migranti della nave Sea Watch.

Giungendo fino al caso Palamara, i rapporti tra potere esecutivo e giudiziario hanno vissuto costanti lacerazioni. Purtroppo, la corruzione di alcuni politici è una problematica ieri come oggi, da combattere con risolutezza, senza però scordarsi mai come fra di essi ci siano persone oneste e competenti. I giudici devono svolgere il loro lavoro seriamente, visto come in passato abbiamo assistito a molti casi di giustizia sbagliata( caso Enzo Tortora docet). Un imputato condannato ingiustamente da un giudice è come un paziente che muore sotto i ferri del chirurgo, un evento tragico ma reale, benchè in Italia vigano 3 gradi di giudizio.

La politica e la magistratura, a questo punto, dovrebbero capire che l’esacerbazione dei toni non conviene a nessuno, ma solo tramite il dialogo si possono superare polemiche e tensioni. Guardarsi negli occhi senza sfidarsi, diceva Papa Giovanni XXIII , uno dei più importanti innovatori della sua epoca. Parole pronunciate diversi decenni fa, ma il cui significato non va mai dimenticato.

  ANDREA MARROCCHESI

Andrea Marrocchesi

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