Perchè Renzi sbaglia sulla scissione di Livorno del 1921

Perchè Renzi sbaglia sulla scissione di Livorno del 1921

La mattina del 5 marzo 2018 il risultato delle elezioni politiche è inequivocabile, l’onda del populismo ha travolto l’Italia. Il Movimento 5 stelle e la Lega hanno i numeri in Parlamento per formare il primo Governo dichiaratamente populista della storia repubblicana. La sera stessa il leader del PD Matteo Renzi ammette la sconfitta e si dimette da segretario del partito. Due anni e mezzo dopo, il 22 novembre 2020, in vista del centenario della scissione di Livorno del 1921, sempre Matteo Renzi scrive in un tweet che “la sinistra o è riformista o perde”. Qualcosa non torna.

Le origini del “male”

Sembrano ormai lontani anni luce i giorni del Governo giallo-verde. Le scaramucce con l’Europa, i continui ammiccamenti alla Russia di Putin, i mini-bot, il 2.04 di deficit, l’alleanza con i Gilet gialli, Rocco Casalino al G7. Ah già, Rocco Casalino. Ma come si è arrivati a quel Governo tragicomico e dilettantesco? La legislatura precedente era stata contrassegnata da 1024 giorni di Governo Renzi. L’ex Sindaco di Firenze si era distinto in modo davvero brillante sui diritti civili, approvando la Legge Cirinnà. Ma aveva completamente accantonato i diritti sociali, smantellando alcune tutele, come l’ormai famoso art 18 dello Statuto dei Lavoratori. Perfino Michele Boldrin, economista tutt’altro che socialista, ha ammesso che “a sentirlo parlare sembrava che l’unico problema in Italia fosse la CGIL”. Difficile stupirsi poi se gli operai non votano PD…

L’era del populismo

Luigi Di Maio e Mattelo Salvini

Il Salvimaio – come direbbe Andrea Scanzi – era quindi in qualche modo figlio di Matteo Renzi. Non solo perché lui si era opposto ad ogni dialogo con i 5S – rimangiandosi clamorosamente tutto poco più di un anno dopo – ma anche perché le sue politiche avevano dato manforte alla narrazione populista. Quei 1024 giorni sono stati la miglior culla per sovranisti, euroscettici, complottisti, No-vax e qualsivoglia forza antisistema. Certo, queste tendenze si erano manifestate già subito dopo la Crisi del 2011 e quindi con il Governo Monti. Ma anche il contributo di Renzi, tra Jobs Act e Buona Scuola, è innegabile. Quando la povertà cresce e il reddito dei ceti medi crolla, l’insicurezza e la paura aumentano. In un clima del genere possono rafforzarsi solo quelle forze politiche che danno semplicisticamente voce alle rivendicazioni sociali (per esempio abrogare, non si sa bene come, la Legge Fornero) e che trovano un nemico contro cui scagliarsi (ovvero i migranti). A vincere, in sostanza, sono i gruppi socialsciovinisti.

Il vero perdente

Ha ragione quindi Renzi a dire che la sinistra riformista è l’unica che vince? Innanzitutto, è divertente constatare che la parola “riformista” sia usata un po’ da tutti, visto che anche Zingaretti definisce in questo modo l’attuale PD. I democratici sono riformisti adesso o lo erano quando comandavano i renziani? I misteri del linguaggio politico italiano. Ma prendiamo per buono che sia Renzi ad incarnare il riformismo: si tratta di un politico vincente? Se togliamo il 40% alle Europee del 2014, ottenuto grazie ai famigerati 80 euro (a proposito di populismo…), a livello nazionale l’attuale leader di Italia Viva ha collezionato soltanto sonore sconfitte, dal Referendum costituzionale del 2016 fino ad arrivare appunto al 2018.

Eh ma Biden, eh ma Corbyn

Joe Biden, nuovo Presidente degli Stati Uniti

Sempre nel tweet incriminato, l’ex Premier dice che bisogna seguire l’esempio di Biden. Poco importa però se la cultura politica americana non abbia nulla a che fare con quella italiana. Da noi Biden farebbe parte di un partito laico e progressista di centro e in Italia questi gruppi hanno sempre avuto percentuali molto basse, riuscendo solo a fare da stampelle ai vari Governi targati DC. Un po’ quello che sta capitando ad Italia Viva con i giallo-rossi. Inoltre, Renzi dice che per commemorare il centenario della scissione inviterà Tony Blair, colui che ha partecipato all’invasione dell’Iraq nel 2003. Un campione dell’anticolonialismo, non c’è che dire. Mentre Corbyn è brutto e cattivo solo perché ha perso le elezioni del 2019. Ma in un sistema come quello inglese, caratterizzato dai collegi uninominali, il 32% raccolto dall’ex leader laburista è una sconfitta ma non un disastro. Soprattutto se si considera che aveva un programma incentrato sulle nazionalizzazioni in quello che fu il paese della Thatcher.

Forza Italia Viva

In ogni caso, al di là dei delle sue sconfitte personali e dei paragoni esteri, il motivo per cui Renzi non dovrebbe parlare della scissione del PCd’I dal PSI è che lui con quella storia non ha nulla a che fare. Più che Gramsci o Turati, il mentore dell’ex Sindaco di Firenze è sempre stato Silvio Berlusconi. Il personalismo, le finte promesse, l’odio per i rossi, l’antipatia di Travaglio, le figuracce con Schulz: Renzi ha tutte le caratteristiche per essere considerato l’erede del Cavaliere. Un erede sicuramente progressista, ma la sostanza non cambia. D’altronde lui con Berlusconi aveva pure siglato il Patto del Nazareno. Un accordo saltato, ovviamente, per via dell’eccessivo narcisismo dei due contraenti.

Il peccato originale

Walter Veltroni, Segretario del PD dal 2007 al 2009

Ma come ha fatto questo “Berlusconi rosè” ad impossessarsi del PD? Purtroppo, non si è trattato di un Colpo di Stato o di un complotto massonico. Analizzando la storia del PDS-DS-PD, Renzi era il naturale punto di approdo. È inutile stupirsi quando lui invoca Biden se per anni Veltroni ha sostenuto che la sinistra italiana doveva ispirarsi al Partito Democratico americano. Le primarie, in fondo, sono la cosa più vicina al mondo a stelle e strisce mai vista nel nostro sistema politico. E D’Alema alla fine degli anni 90’ cercava in tutti i modi di essere il Blair italiano. La precarizzazione del mercato del lavoro del resto non è iniziata certo con Renzi, ma con il pacchetto Treu, nel 1997, quando al Governo c’era Prodi.

1989

Tuttavia, nonostante i luoghi comuni dicano altro, quello di Veltroni e D’Alema non è stato un tradimento. O meglio, si sono rimangiati quello in cui avevano creduto per decenni, ma non lo hanno fatto per pura malvagità. Semplicemente, dopo il crollo del Muro di Berlino, nessuno è stato in grado di reinventare la sinistra in Italia. Coloro che si sono ritrovati a dover gestire la colossale sconfitta del socialismo reale non sono riusciti a fare altro che abbracciare, almeno in parte, i valori del vincitore. Il dramma della sinistra italiana è che non ha più un’identità. Per provare a ripartire basterebbe però continuare a lottare sia per i diritti sociali, a differenza di quanto fatto da Renzi, che per quelli civili, al contrario di ciò che fa Marco Rizzo. Dovrebbe esserci un partito in grado di rappresentare gli operai e i precari, i lavoratori dipendenti e i giovani disoccupati, gli immigrati sfruttati dal caporalato e tutte le minoranze emarginate. Un partito forse perdente, ma che almeno avrebbe qualcosa in comune con Turati o Gramsci.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui mi sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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