Perché è importante la morte del generale Soleimani

Perché è importante la morte del generale Soleimani

In un raid sull’aeroporto di Baghdad, un missile partito da un drone americano ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani. Un personaggio sconosciuto agli occhi del grande pubblico, ma importantissimo per gli equilibri di un’intera regione, il Medio Oriente. Soleimani non era infatti un generale qualsiasi, ma era a capo delle Forze al-Quds, un’unità speciale che si occupa di esportare i principi della rivoluzione iraniana in tutto il mondo islamico. Inoltre, le sue gesta nel corso degli anni lo avevano reso uno degli uomini più potenti e popolari di tutto l’Iran. Certo, forse queste informazioni non bastano per capire quanto la sua morte possa influire sulle dinamiche mediorientali e forse anche globali, sia di breve che di lungo periodo. Bisogna prima sapere bene il contesto in cui questa morte si va ad inserire.

Da Reza Pahlavi a Soleimani

Tra gli Stati Uniti e l’Iran va avanti un duro braccio di ferro dal 1979. Prima di questa data la vecchia Persia era, insieme all’Arabia Saudita e a Israele, il maggior alleato degli americani nella regione. Ma, in quell’anno, lo Shah Mohammed Reza Pahlavi, sovrano iraniano e garante dell’asse Washington-Teheran, fu rovesciato da una rivoluzione epocale, che fece diventare l’Iran una teocrazia guidata da Ruhollah Khomeini, un membro del clero islamico sciita, gli Ayatollah. Da quel momento in poi, la collocazione internazionale del regime iraniano subì un brusco capovolgimento di fronte, e quelli che erano gli alleati si trasformarono di colpo in acerrimi nemici. Le relazioni di Teheran con Washington, Tel Aviv e Riad diventarono un continuo di alti e bassi, tra minacce, tensioni, provocazioni verbali e militari. Da quel momento gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per proteggere i sauditi e gli israeliani dall’Iran, in modo tale da conservare così l’egemonia a stelle e strisce nella regione, osteggiando in particolare l’implementazione del programma nucleare iraniano. Tuttavia, il regime degli Ayatollah è stato in grado, a poco a poco, di tessere una fitta tela di alleanze, molto intricata e ben ramificata, avente come filo conduttore l’islam sciita, che parte dall’Iraq post-Saddam, passa dalla Siria di Bashar Al-Assad e arriva fino in Libano, ovvero fino al Mediterraneo, dove opera Hezbollah, un movimento molto vicino a Teheran. Qui entra in scena Soleimani, in quanto è considerato lo stratega che, negli ultimi anni, ha dato il contributo maggiore per la creazione di questa tela. In particolare, Soleimani è l’uomo che, insieme alla Russia di Putin, ha permesso al regime di Assad di rimanere in piedi durante la cruenta guerra civile siriana, poiché ha guidato le operazioni contro l’ISIS, oltre che contro gli altri movimenti sunniti radicali appoggiati da Qatar e Arabia Saudita.

Perché Trump non è Carter

Uno dei momenti più critici dello scontro Usa-Iran fu quando, il 4 novembre 1979, quattrocento studenti iraniani assalirono l’ambasciata americana e presero in ostaggio i 52 membri del personale diplomatico che lavoravano al suo interno. Sarebbero stati liberati soltanto dopo 444 giorni di prigionia. (Sulla vicenda è stato anche girato un film, “Argo”, vincitore di ben tre Premi Oscar, tra cui quello al Miglior Film, nel 2013). L’opinione pubblica americana percepì quanto accaduto come una tremenda debacle e diede la colpa al Presidente in carica in quel momento, Jimmy Carter. Proprio la crisi degli ostaggi nel 1979 è il tassello decisivo per capire perché è stato ucciso Soleimani. Pochi giorni fa si è consumato l’ennesimo episodio della continua escalation tra i due paesi, infatti dopo che un raid americano ha attaccato la base di un gruppo filo-iraniano operante in Iraq, provocando 25 morti, l’ambasciata americana a Baghdad è stata assalita da una folla inferocita, aizzata dai militanti del gruppo e dallo stesso Soleimani. Un episodio che non poteva lasciare indifferente Donald Trump. Infatti, dato che Jimmy Carter pagò la crisi degli ostaggi del 1979 con la sua mancata rielezione, in vista delle elezioni presidenziali del 2020, Trump non poteva permettere che il suo slogan “Make America Great Again” fosse rovinato dallo spettro della crisi di 40 anni fa. Ma c’era anche un messaggio geopolitico da lanciare: il mondo non è più quello del 1979, oggi chi attacca un’ambasciata americana ne paga le conseguenze. Per questi motivi Trump ha ordinato la morte di Soleimani.

I possibili scenari adesso

Quella del Presidente americano è una mossa azzeccata? Solo il tempo potrà dircelo, di certo c’è solo che sul breve periodo l’Iran è costretto a reagire, altrimenti la scomparsa del generale diventerebbe una sconfitta, simbolica e non solo, pesantissima. Resta da capire quale sarà l’entità della vendetta, poiché secondo molti analisti l’assassinio di Soleimani rappresenta una sorta di Rubicone, che fino a ora nessun Presidente degli Stati Uniti aveva osato attraversare. Il rischio che dalle continue scaramucce si passi ad una guerra vera e propria non è così remoto. E se gli Usa possono contare su una nettissima superiorità bellica, il regime degli Ayatollah ha una carta in mano: lo stretto di Hormuz. È da questo punto infatti, situato in buona parte all’interno delle acque territoriali di Teheran, che transitano le petroliere che trasportano un quinto del greggio mondiale. Non è difficile immaginare quali possono essere le conseguenze per il prezzo del petrolio e per i paesi importatori di olio nero nel caso in cui gli iraniani iniziassero ad attaccare queste imbarcazioni.

In generale, la storia ci dice che il Medio Oriente è una regione complicata, che presenta logiche molto diverse a quelle a cui noi occidentali siamo abituati. Mosse inconsulte e strappi repentini non fanno altro che generare degli incendi molto difficili poi da spegnere. La guerra in Iraq del 2003 voluta da Bush Jr. contro il regime di Saddam Hussein (che aveva molti difetti, ma non le armi di distruzioni di massa, come sostenevano gli americani) non ha fatto altro che trascinare lo Stato iracheno in un vortice di instabilità, che ha permesso all’ISIS e proprio all’Iran di mettere le mani sul paese. Evitare ogni gesto avventato che possa provocare un aumento insolito della tensione nell’area dovrebbe essere la regola aurea da seguire per tutti i politici occidentali. Purtroppo però, Gramsci aveva ragione: “la storia insegna, ma non ha scolari”.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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