Un Paragone fra Italexit e Brexit

Un Paragone fra Italexit e Brexit

L’accordo raggiunto in sede di Consiglio Europeo sul Recovery Fund ha sostanzialmente monopolizzato il dibattito politico italiano degli ultimi giorni.  In totale controtendenza a ciò, si è verificato un altro evento: l’annuncio, da parte del giornalista ed ex senatore Gianluigi Paragone , della fondazione del movimento Italexit, che mira a portare l’Italia fuori dall’Unione Europea e dall’Eurozona secondo il modello della Brexit britannica. Ma andiamo con ordine.

DA UNA GABBIA ALL’ALTRA

 Nato a Varese, classe 1971, Paragone è stato sempre vicino alla destra e specialmente alla Lega: nel 2005 diventa direttore del quotidiano La Padania per passare pochi anni dopo a Libero come vice di Vittorio Feltri, per sbarcare nel 2009 a Rai 1.

Paragone diviene tuttavia noto al grande pubblico nel 2013, quando sigla un contratto con LA7 per la conduzione del talk show La Gabbia dove viene dato spazio ad economisti e giornalisti fortemente critici verso l’assetto politico-economico dell’Unione Europea. Fra di essi ricordiamo Paolo Barnard e Claudio Borghi. A seguito di un cambio di vertici a LA7, nel giugno 2017 La Gabbia fu cancellato.

Nel frattempo, Paragone si avvicina al M5S, presenziando alla festa di pentastellati a Rimini nel settembre 2017. Pochi mesi dopo, il giornalista scioglie le riserve ed annuncia la sua candidatura con il Movimento per le elezioni di marzo, dove verrà eletto al Senato.

Il rapporto,però, nel giro di pochi mesi nel 2019 si logora: a settembre c’è l’astensione sul voto di fiducia al governo Conte II , ed a dicembre vota contro la legge di bilancio, ritenuta un prodotto della “gabbia di bilancio imposta da Bruxelles” . Avendo violato le regole interne del Movimento, a gennaio viene definitivamente espulso dal Movimento, proseguendo come indipendente fino al 23 luglio, quando annuncia il nuovo movimento.

IL SENSO DI ITALEXIT

La nascita di Italexit, simultanea all’accordo sul Recovery Fund, può far sembrare questo nuovo soggetto come già anacronistico. L’abbandono italiano dell’Unione Europea e della moneta unica era un argomento molto in voga fino a qualche anno fa, specialmente a ridosso della crisi dei debiti sovrani e del governo Monti(non a caso in quel periodo nacque La Gabbia) ed anche durante la formazione del governo gialloverde. L’ultimo accordo pare aver segnato la fine di questa ambizione.

Personalmente,però, non condivido questa opinione. La Storia non è sicuramente iniziata con l’Unione Europea e l’Eurozona e di certo non terminerà la sua corsa quando esse raggiungeranno l’eventuale capolinea. Gli eventi del post 2008 legittimano indubbiamente le variegate critiche rivolte all’integrazione comunitaria.

Prima la crisi importata dall’America, poi i debiti sovrani, la crisi migratoria, la Brexit e l’ultimo disastro sanitario. È vero, l’UE in qualche modo è sempre sopravvissuta, ma mai a ripartire del tutto, almeno fino ad oggi. Ad una crisi che tramontava ce n’era un’altra pronta a sorgere. Gli egoismi nazionali si sono palesati in maniera icastica e l’Europa si è ritrovata ad essere un attore comprimario sullo scacchiere globale, rispetto ai colossi Usa e Cina, quando avrebbe tutte le caratteristiche per giocarsela alla pari con essi, se si presentasse come soggetto coeso e non atomizzato.

TUTTAVIA..

Se il desiderio di abbandonare l’integrazione comunitaria resta dunque legittimo, esso necessita però di un piano molto dettagliato sul da farsi. Questo non solo per l’uscita in sé, ma anche per il dopo.

Il Regno Unito pare l’unico paese riuscito ad abbandonare l’UE, attivando l’articolo 50 del TUE, sebbene l’emergenza da Covid-19 potrebbe rallentarne l’uscita, da completarsi il 1 gennaio 2021. Ma la situazione della Gran Bretagna, già al momento del voto nel 2016, era in una situazione diversa rispetto all’Italia.

La Gran Bretagna, innanzitutto, non ha mai abbandonato la propria moneta sovrana; gode di una storica special relationship con l’egemone statunitense(come dimostrato dalle posizioni su Hong Kong e sul caso Huawei, schierandosi chiaramente contro la Cina); un seggio permanente presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e potenza nucleare(unica insieme alla Francia in Europa); la lingua inglese come strumento di soft power globale; la presenza dell’hub finanziario di Londra, il secondo del mondo dopo Wall Street.

L’Italia non ha di fatto nessuna di queste “risorse”.Il ritorno alla valuta nazionale potrebbe scatenare una crisi finanziaria, almeno nell’immediato. Il rapporto con gli USA è da sempre solido, però gli ammiccamenti con Cina e Russia non sono visti benissimo da Washington. L’Italia è anche un paese povero di risorse naturali, mentre il Regno Unito ha vaste riserve di carbone e buone dotazioni di gas e petrolio, quest’ultimo di elevata qualità.

CONCLUSIONE

L’idea di un’Italia post-Euro e post-Ue non è assolutamente da escludere aprioristicamente, in quanto sostenuta dalle difficoltà che l’UE ha causato al Belpaese negli ultimi anni. Un paragone con la Brexit è sicuramente allettante, però rischia di essere fuorviante, alla luce delle differenze presenti nei due contesti. Abbandonare l’Europa è possibile, però non si può fare senza un piano dettagliato sul come  ma anche sul dopo.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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