Noi Giovani come i Freikorps: una generazione perduta

Noi Giovani come i Freikorps: una generazione perduta

Parlare di ciò che sta capitando in questo periodo è sempre molto complesso. Viene prima la salute o l’economia? E’ nato prima l’uovo o la gallina? Insomma sembra davvero d’essere davanti a domande dalla risposta non solo complessa, ma anche pericolosa. Ogni scelta ha delle sue conseguenze e pochi, forse nessuno, desiderano assumersi tali responsabilità, proprio come testimonia la ricerca di vie intermedie, soluzioni compromissorie dall’efficacia decisamente elastica. Onestamente, però, non voglio parlare di pandemia. Mi ha annoiato, come la maggior parte di tutti noi credo. Voglio parlare ora di noi giovani, i veri protagonisti invisibili di questa società. E per questo desidero azzardare un paragone con i freikorps. Procediamo però con ordine.

Paragoni

Se potessi fare un paragone non credo sovrapporrei questa crisi pandemica al ’45. Nel ’45 il mondo andava ricostruito, specialmente l’Europa. L’Asia si stava ridefinendo e l’Africa stava avviandosi a comprendere se stessa, mentre il Medio Oriente progressivamente avrebbe scoperto la centralità delle sue risorse petrolifere, della religione e dei costumi come nuovo soggetto politico. L’unico paragone che può essere considerato valido è quello con il 1918. Finisce la prima guerra mondiale in Europa. Eppure la guerra non ha distrutto l’Europa, ha distrutto solo le sue generazioni più giovani proiettate nel futuro. L’Europa è ancora in piedi, Dresda non è rasa al suolo. Ci si è semplicemente logorati ed annientati negli orribili tunnel delle trincee.

Siamo i Freikorps del 2021

La guerra nel 1918 finisce e lascia sul terreno milioni di morti, quasi tutti soldati non di professione, spesso giovanissimi mandati in trincea a morire per nulla. Non dimentichiamoci, per rimanere in terra nostrana, la chiamata che Diaz fece ai ragazzi del ’99, inviati al fronte a soli 16-17 anni. Tra quelli vi era anche il mio bisnonno. Un’intera generazione sparì e la distruzione di quegli anni, in termini sociali, non è mai stata colmata fino alla ricostruzione avviata dopo il 1945. Per questo credo che l’unico paragone sia questo. Le nuove generazioni di oggi, di cui mi sento parte, non sono morte fisicamente per fortuna. Ma proprio come allora si chiedono per cosa stanno combattendo, per cosa hanno fatto “sacrifici”, che mondo avranno per le mani quando tutto questo finirà. Tra debiti pubblici sempre più alti, crisi ambientali, politiche e demografiche il mondo che ci viene consegnato è tanto migliore, quanto peggiore. Siamo i freikorps del 2021.

Ma cosa dici?

I freikorps, detti anche corpi franchi, erano sacche di uomini che avevano combattuto durante la prima guerra mondiale, i quali dopo la resa tedesca, si ritrovarono con una sola cosa in mano: il fucile. Sicuramente una costituzione eterogenea, ma tutte persone che avevano versato sangue sul campo, che avevano servito la patria, “traditi” dalla politica che aveva firmato una resa (a loro dire sbagliata), che tornati nelle proprie case dovevano ricominciare da zero. Il mito della potenza tedesca si era dissolto con un trattato, con delle soluzioni inique e vessatorie, che umiliavano ancor di più il loro tributo alla propria società. Gente seduta dietro gli scranni aveva firmato la resa, vanificando con una firma il loro sangue. Il fenomeno dei freikorps non è solo tedesco. Tensioni vi furono in tutt’Europa, di colori e gruppi politici diversi, chiaramente. Ma tutte rispondevano ad un unico grande problema: una società trasformata che esigeva nuova risposte.

Paragoni forzati?

Probabilmente si. I freikorps erano di chiaro collocamento politico a destra, una destra reazionaria e militarista. A dire il vero non mi interessa soffermarmi sulle tinte politiche, sulla precisione storica, ma sul mondo che la generazione di quell’epoca dovette accogliere. Ad oggi il nostro mondo è assolutamente multipolare, con un sistema economico che si è facilmente inceppato già nei primi tempi della pandemia, un sistema di vita diseguale e non sopportabile sul lungo periodo. Se volessimo invece soffermarci sul caso italiano dovremmo parlare di un debito pubblico ancora più grande, di una classe lavoratrice giovane, dai meno ai più formati, le cui prospettive future rasentano davvero lo zero, eccezion fatta per coloro che vogliono scendere a compromessi ed accettare qualsiasi cosa pur di chiamarlo lavoro. Per i giovanissimi le prospettive sono ancora meno rosee. Aumentano i NEET, aumenta il grado di abbandono scolastico, aumentano i casi di disagio, depressione giovanile. Ma c’è ancora chi resiste, per fortuna.

Ed io?

E per me? Per quelli come me? Per quelli che non vogliono accontentarsi, sapendo di poter dare di più alla società? E quelli che hanno genio e fantasia che vengono bloccati da un sistema intricato, gerontocratico e nemico assoluto della meritocrazia? La classe politica all’epoca come ad oggi sembra il grande “traditore”. Congelata per effetto del Presidente della Repubblica, si è appoggiata ad un emerito tecnico-politico come Draghi. Doveva essere il governo dei migliori, ma con Laura Castelli come viceministro al MEF e Lucia Borgonzoni sottosegretario alla cultura si fa fatica a pensare che sia un governo di livello eccelso. In questo clima di spartizione di pani e di pesci, volendo citare al contrario un episodio biblico, giovani formati, capaci e volenterosi devono vivacchiare, in attesa che la vita conceda loro un’opportunità. Più che la vita, una poderosa ripresa economica.

Freikorps 2.0

Molti di coloro che aderivano ai freikorps erano persone formatesi sotto le armi a maneggiare un fucile ed ammazzare l’avversario. Per fortuna non abbiamo avuto l’amarezza di fronteggiare questa cruda realtà. Semplicemente siamo stati allevati sui libri, a pensare che ciò c’avrebbe consegnato un futuro roseo in cui la cultura e lo studio ci avrebbero emancipato spiritualmente e finanziariamente, potendo così spiccare definitivamente il volo. Ma più che uno stormo di passeri, svolazziamo in giro come i condor in attesa che i predatori di terra lascino qualcosa addosso alle carcasse. Abbandonata la scuola dobbiamo districarci nell’impossibile scelta dell’università, che si combina di vari elementi: cosa sceglieranno i nostri amici? quali atenei e università mi offrono più prospettive di lavoro? rispetto o tradisco le aspettative dei miei genitori? Abbandonata poi l’università ci ritroviamo a dover fronteggiare un mondo in cui la competenza e le capacità vengono sistematicamente sfruttate, sottoutilizzate ed inserite in un sistema alienante che finisce con l’ammazzare lo spirito energico ed intraprendente giovanile. Infiniti stage, apprendistati fraudolenti che si concludono con una bella pacca sulla spalla.

Ci sentiamo perduti

Ci chiedono di offrire proposte per un mondo nuovo, ci chiedono di offrire nuove viste, nuove idee, nuove interpretazioni. Eppure, nel profondo, tutto si svolge lungo una linea di conservazione, di mantenimento delle strutture vigenti, spesso complici dei disastri che stiamo vivendo. Inseriti in un mondo del lavoro ultra competitivo, ci vien chiesto di primeggiare, a costo di sgomitare scorrettamente, di farci male l’un l’altro come nei combattimenti tra cani. Ed in tutto questo ci sentiamo semplicemente persi. Ci sentiamo perduti, in un mondo in cui vorremmo profondere tutti noi stessi, a cui chiediamo semplicemente di aiutarci nei primi passi. Ci sentiamo perduti, perché c’è chi ha bisogno di più tempo, c’è chi sboccia dopo, c’è chi non vuol piegarsi alla logica della corsa forsennata e godersi anche i piccoli momenti, oltre alle pagine di studio. Non chiediamo molto, chiediamo solo il sostegno di un buon genitore verso il figlio, convinto che il figlio possa davvero fare meglio di lui. Ci viene negato anche questo.

Non possiamo mollare

Non sono uno psicologo, so solo che questo disagio, declinato sotto vari aspetti, è percepito da più persone di quanto esse stesse confessino. Perché sentirsi persi e sperduti in questo mondo è una sconfitta. Perché in questo mondo non ci è consentito tempo da perdere o rischiamo di perdere il nostro treno, non possiamo un giorno fermarci o rischiamo di perdere tutto ciò per cui abbiamo sudato. Siamo molti a sentirci così, ma non abbiamo il coraggio di ammetterlo a noi stessi. Incrociamo le dita e speriamo che questa pandemia passi in fretta con un moto di speranza che ci riscalda il cuore. Eppure leggere il futuro pensando con le lenti del passato, rischia di crearci una amara illusione.

Parola mia, Parola nostra.

Parlo da 26enne e mi sembra d’aver perso anni della mia vita, forse i migliori. Ma penso a chi ora ha 15,16,18 anni. Penso a coloro che vorrebbero capire cosa studiare, a coloro che non hanno potuto studiare a distanza. Penso ad una scuola che difficilmente riesce a stare al passo con i tempi, penso a giovani che si affacciano ad un futuro impossibile da leggere e capire. Ho la sensazione che in Italia si sia persa una generazione. E che in fin dei conti alla politica vada bene così.

Maurizio Troiano

Diplomato col massimo dei voti al Liceo Classico di Foggia, ho deciso di seguire il percorso più vicino a me, quello di Scienze Politiche. Trasferitomi a Siena, ho trascorso qui anni eccezionali, laureandomi in Relazioni Internazionali con 110/100 e lode, ma soprattutto incontrando persone meravigliose, grazie alle quali son riuscito a costruire questo blog. Da Siena ho raggiunto Forlì, laureandomi in Scienze Internazionali e Diplomatiche, intraprendendo il percorso della diplomazia, che è il mio sogno ed obiettivo. Concluso ormai il Master in Scienze Diplomatiche a Roma presso la SIOI, sto proseguendo nelle mie ricerche nell'alveo delle relazioni internazionali, dei rapporti tra Stati e degli affari esteri che ho avuto modo di approfondire anche grazie a numerosi progetti e simulazioni internazionali. Mi animano motivazione e passione, sono loro a guidarmi ogni giorno tanto nel blog quanto nei miei studi. In fin dei conti, come sosteneva Norman Augustine: “La motivazione batterà quasi sempre il semplice talento.”

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