Nell’era della pandemia nessuno pensa ai giovani

Nell’era della pandemia nessuno pensa ai giovani

L’Italia non è un paese per giovani. È una battuta che viene fatta spesso negli ultimi anni e prende spunto dal celebre film (tratto da un romanzo) dei fratelli Cohen “Non è un paese per vecchi”. Nel mondo reale però ad essere inadeguato non è l’anziano sceriffo impersonato da Tommy Lee Jones, ma sono i nati tra la fine degli anni 80’ e gli anni 90’. E per fortuna non c’è l’inquietante personaggio interpretato da Javier Bardem, ma in compenso c’è un mostro chiamato precariato.

Gli specializzandi abbandonati

Negli ultimi giorni ha fatto molto scalpore l’ennesimo rinvio dell’uscita della graduatoria del concorso per gli specializzandi di medicina. L’esame si è svolto, per via telematica, lo scorso 24 settembre, ma a causa di una domanda formulata in modo errato, sono stati presentati numerosi ricorsi al Consiglio di Stato, che però non si è ancora espresso in merito. Così, mentre l’uscita della graduatoria è slittata per tre o quattro volte negli ultimi tre mesi, 24mila laureati in medicina non sanno quale sarà il loro destino. Una storia che ha dei tratti grotteschi e tragicomici, visto che siamo nel bel mezzo di una pandemia e perciò una mano negli ospedali sarebbe sicuramente molto utile.

Esiste il Ministero dell’Università?

Ad occuparsi della faccenda è il ministro dell’Università Gaetano Manfredi, un nome che alla maggioranza delle persone quasi sicuramente non dirà nulla. Un anno fa, quando Lorenzo Fioramonti rassegnò le dimissioni – perché aveva ottenuto pochi fondi per la scuola dalla legge di bilancio – Conte decise di spacchettare in due il vecchio MIUR e assegnò il Ministero dell’Istruzione a Lucia Azzolina e quello dell’Università proprio a Manfredi. Da allora però il nuovo ministro non si è certo fatto notare. Qualcuno magari dirà che non servono le luci della ribalta per fare il ministro; qualcun altro invece che è meglio passare inosservati piuttosto che subire le critiche che sono state rivolte negli ultimi mesi alla Azzolina. Ma purtroppo per Gaetano Manfredi le cose stanno diversamente.

L’ultima ruota del carro

Nessuno vuole mettere in dubbio la bontà del lavoro del ministro Manfredi. Ma nel suo caso più che di basso profilo si tratta di assenza ingiustificata. Ogni volta, nei giorni che precedono l’uscita di un nuovo DPCM, nessuno dice mai qualcosa sul destino che toccherà alle università e reperire delle notizie al riguardo sui vari giornali è praticamente impossibile. È vero, alla fine le disposizioni vengono rese note, ci mancherebbe. Ma è altrettanto vero che migliaia di studenti passano giorni e giorni di attesa senza avere la minima informazione, o addirittura indiscrezione, sul futuro che li attende. La stessa cosa che è accaduta durante il primo lockdown. Per il Governo l’università è l’ultimo dei problemi. E purtroppo non è una novità.

Cervelli in fuga

Si sa, se c’è bisogno di fare dei tagli alla spesa pubblica, la sanità e l’università sono i settori perfetti. E i risultati, oggi più che mai, sono sotto gli occhi di tutti. L’Italia è ormai da anni il paese in cui la ricerca non esiste, per non parlare dei cervelli in fuga. Circa un anno fa venne fuori la storia di Raffaele Bonadio, sismologo emigrato in Irlanda, paese privo di terremoti, perché in Italia veniva a dir poco sfruttato. Ma di storie di questo tipo ce ne sono tante, si potrebbero scrivere un paio di libri sull’argomento. Invece ci sono intere trasmissioni televisive, saggi, teorie e polemiche sui migranti che sbarcano sulle nostre coste. Sui giovani emigrati dall’Italia nemmeno una parola.

Un tunnel senza fine

Questa drammatica situazione andava avanti già da prima della Crisi del 2008, adesso con la pandemia le cose sono definitivamente precipitate. Non solo perché in un periodo di grande crisi economica come quello che stiamo vivendo, con le piccole imprese falliscono e con il blocco dei licenziamenti che prima o poi finirà, risulta quasi impossibile trovare un nuovo lavoro. Ma soprattutto perché, oggi come oggi, risulta molto complicato anche trasferirsi all’estero. Qualche analista parla già di “generazione persa”. Sono necessarie quindi delle misure mirate a sostenere il più possibile l’occupazione giovanile (e non solo, sia chiaro). Misure coraggiose, degne dei più grandi statisti, magari sofferte, ma capaci di garantire il miglior futuro possibile agli italiani del domani. E invece…

La sconfitta della politica

Nel Governo si parla di qualsiasi cosa, dai monopattini al cashback, ma non si parla mai dei giovani precari. Basta vedere come sono stati abbandonati a loro stessi i precari della scuola. Si parla dei soldi del MES, dei fondi del Recovery Plan, ma sono dibattiti sterili, ideologici. Di concreto non c’è nulla. Ma il vero grande problema è che nemmeno all’opposizione nessuno si interessa al tema della disoccupazione giovanile. Il centrodestra è interessato solo alle partite IVA e ai pensionati. Perché i partiti sono così distanti dalle nuove generazioni? Perché nel nostro paese il peso demografico, e quindi elettorale, dei giovani è molto meno influente di quello delle altre fasce d’età. E i politici, si sa, pensano alle prossime elezioni, mica alle prossime generazioni, quella è una cosa da statisti.

Un fattore strategico

Al di là di ogni commento qualunquista, ciò che manca alla nostra classe dirigente è la lungimiranza. I millennials non sono una categoria elettorale, ma sono coloro che prenderanno le redini del paese tra qualche anno. Non si tratta quindi soltanto di dare loro delle condizioni di vita dignitose, ma di investire sul futuro dello Stato italiano. Al pari di un esercito forte e di un’economia in crescita, la demografia fa parte di quegli elementi che hanno un valore geopolitico. Come potrà mai competere la vecchia Italia contro le giovani popolazioni asiatiche? Che futuro può avere uno Stato che permette che i suoi nuovi talenti vadano a fare la fortuna dei paesi rivali? La risposta a queste domande purtroppo la vivremo sulla nostra pelle tra qualche anno. Anzi, la stiamo già vivendo.

(Immagine in evidenza tratta da ereticamente.it)

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui mi sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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