Napoleone 200 anni dopo. Fu vera gloria?

Napoleone 200 anni dopo. Fu vera gloria?

Oggi, esattamente 200 anni fa ,la Storia (non a caso con la “s” maiuscola) perdeva uno dei suoi più importanti protagonisti.

Stiamo ovviamente parlando di Napoleone Bonaparte, condottiero militare e politico francese che si spense il 5 maggio 1821 nell’isola di Sant’Elena, remoto e inospitale possedimento britannico dell’Atlantico meridionale. Lì stava scontando il secondo esilio , successivo a quello elbano e alla sfortunata avventura dei 100 giorni.

La caratura del personaggio ci obbliga a trattare l’argomento, anche a fronte di un più ambio dibattito e di certe, accese discussioni.

L’uom fatale

Vissuto a cavallo fra ‘700 ed ‘800, Napoleone fu fin da subito una figura molto divisiva. Nei popoli europei suscitò ammirazione e devozione, ma anche odio e rabbia.

Da una parte venne celebrato il suo genio militare e per l’esportazione degli ideali della Rivoluzione Francese; dall’altro chi lo riteneva di aver tradito gli ideali giacobini, di essere passato da paladino della libertà a despota assassino, responsabile di milioni di morti.

Basta guardare ad alcuni contemporanei illustri per comprendere ciò.

Dall’ammirazione del filosofo tedesco Hegel, che nel 1806 vide a Jena l’imperatore “che si irradia sul mondo e domina”.

Suggestione simile a quella provata 3 anni prima da Ludwig van Beethoven, che dedicò la sua Terza Sinfonia all’allora primo console di Francia. Quando però, alla fine del 1804, Napoleone divenne(autoincoronandosi) Imperatore dei Francesi, il compositore modificò sdegnato il nome della sinfonia, divenuta nota come” L’eroica”.

Molto vicino a Bonaparte fu pittore neoclassico francese Jacques Louis David . Partecipante attivo della Rivoluzione Francese e amico personale di Robespierre, diventò il pittore ufficiale di Napoleone(celeberrimo Il valico del Gran San Bernardo)e ideatore dello Stile Impero. Sul versante opposto abbiamo invece Francisco Goya , che con Il 3 maggio 1808 rappresentò con grande forza narrativa e visiva le nefandezze che delle quali l’esercito napoleonico, al comando di Gioacchino Murat, si rese protagonista in Spagna nella guerra del 1808-1812.                    

Emblematica la dicotomia di Ugo Foscolo. Dopo l’”Ode a Bonaparte liberatore” del 1797, in concomitanza dell’entrata dei francesi a Venezia, passiamo alle Ultime lettere di Jacopo Ortis del 1802. In questo romanzo epistolare il protagonista( alter ego dello stesso autore) si suicida per essersi illuso che Napoleone avrebbe liberato l’Italia, tradendo invece le aspettative dei patrioti cispadani con il trattato/tradimento di Campoformio.

Abbiamo poi Alessandro Manzoni che, saputo del decesso del còrso nel luglio 1821, scrisse di getto la famosissima ode del 5 maggio. Manzoni aveva incontrato personalmente Bonaparte ad appena 15 anni e, sebbene non avesse manifestato ammirazione o rimprovero per esso, rimase folgorato dalla notizia della sua morte.

Parlando sempre di letterati, anche Lev Tolstoj nel suo magnum opus di Guerra e Pace realizza un ritratto di Napoleone che è uno dei punti più salienti del romanzo, durante la battaglia di Borodino e l’incendio di Mosca. La sfida allo zar Alessandro I si rivelerà l’inizio della fine per il còrso: entrato in Russia alla testa di una Grand Armee di 700.000 uomini, Napoleone dopo 6 mesi ritornerà in patria con appena 100.000 unità. Anche il brano Ouverture 1812 di Cajkovsky è eponimo di questo evento.

Persino i suoi acerrimi nemici britannici non nascondevano una certa ammirazione per Napoleone. Il duca di Wellington, che  lo sconfisse definitamente a Waterloo il 18 giugno 1815, si oppose alla proposta di giustiziarlo, ed ebbe parole di condanna verso il severissimo trattamento che gli fu riservato a Sant’Elena dal governatore Hudson Lowe.

Una nazione divisa

Anche se l’importanza di Napoleone non conosce limiti spaziali o temporali, ovviamente è la Francia il paese dove la sua figura ha un peso maggiore. Oggi come 200 anni or sono, viene visto come l’uomo della Provvidenza che ha avviato la Francia verso la sua dimensione di grandeur, che ne ha esportato gli ideali democratici nel mondo. Lo dimostra la trionfale accoglienza che i parigini riservarono ,nel 1840, alle esequie dell’ex imperatore che ritornavano in patria, per essere tumulate nell’enorme sarcofago al palazzo Les Invalides.

Moltissimi paesi gli devono la creazione del Codice civile, agli Stati Uniti regalò la Louisiana nel 1803 ed indirettamente i sudamericani gli sono debitori per l’indipendenza.

Ma sono proprio i possedimenti francesi in America Latina a farne discutere oggi. Nel 1794 la schiavitù nelle colonie fu abolita, chiaro lascito della Rivoluzione 5 anni prima. Napoleone la ristabilì nel 1802, per aumentare la produzione agricola.

Riguardo a questa decisione, negli ultimi tempi si è formata una corrente di pensiero, soprattutto nel mondo anglosassone, che giudica Napoleone una icona dello schiavismo e del suprematismo bianco; certamente non un eroe nazionale da celebrare.

Io sto con Napoleone

Nell’epoca della cultura della cancellazione, esplosa dopo l’omicidio di George Floyd a maggio 2020, anche i più grandi protagonisti della Storia non sono immuni da polemiche.

I pasdaran del politicamente corretto credono fermamente nell’applicazione degli odierni canoni di pensiero e di valori attuali, per misurare l’importanza storica e la fibra morale dei personaggi.

In sintesi, adottare i criteri del 2021 per giudicare personaggi vissuti secoli o millenni addietro: un’operazione tanto folle e insensata quanto pericolosa, che ci auguriamo finisca il prima possibile.

Abbattere statue( pratica che ricorda l’iconoclastia dei talebani e dell’Isis) ed evitare celebrazioni di certo non porterà ad una società più uguale e solidale, ma avrà effetti devastanti sulle future generazione, stordite da questo allucinante revisionismo storico dei maestri dell’intolleranza(che invece si credono campioni di tolleranza).

Senza il passato non si può comprendere il presente o cercare di prevedere il futuro. Riscriverlo ex novo e cancellare ciò che c’era prima è un crimine contro il buonsenso che verrà pagato in futuro. Omaggiando ancora il Manzoni: ai posteri l’ardua sentenza.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

Commenta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: