Morire per Kastellorizo?

Morire per Kastellorizo?

Era il 1991 quando Gabriele Salvatores portava nelle sale Mediterraneo, ricevendo dall’Academy la statuetta per il miglior Film in lingua straniera. Pur essendo ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, la pellicola non mostrava nessun conflitto a fuoco, nessuna epica battaglia, ma trasportava lo spettatore in un’isoletta apparentemente ai confini della civiltà. Un incantevole angolo di paradiso ricolmo di serenità, circondato da quella immensa distesa di acqua meglio nota come Mar Mediterraneo. La bellissima isola in cui Salvatores ha girato il suo capolavoro è Kastellorizo. Quasi vent’anni dopo, al contrario di quanto accade nel film, questo piccolo lembo di terra rischia di essere teatro di una guerra.

Un’isola greca troppo vicina alla Turchia

Kastellorizo è situata nel Mediterraneo orientale, per la precisione nel Mar di Levante, a poco più di 2 chilometri dalle coste turche. Fa parte del Dodecaneso, l’arcipelago occupato dall’Italia nel 1912, a latere della Guerra italo-turca. Con il crollo dell’Impero coloniale italiano, gli alleati, in considerazione del fatto che l’arcipelago era abitato per lo più da greci, decisero, tramite il Trattato di Parigi del 1947, di farlo ricadere sotto la sovranità di Atene, nonostante le proteste di Ankara. Proprio per evitare tensioni tra due paesi storicamente ostili, il Trattato stabilì che le isole dovessero essere demilitarizzate. Questo status quo rimase in piedi fino alla crisi cipriota del 1974. In quell’anno, la giunta militare al potere in Grecia orchestrò un Colpo di Stato a Cipro, al fine di affermare l’egemonia greca su Nicosia. Ma innescò la reazione turca, che occupò l’area settentrionale del paese, formando la Repubblica turca di Cipro del Nord, uno Stato fantoccio non riconosciuto dalla comunità internazionale. Da allora, nel corso dei decenni, nel Mediterraneo orientale ci sono state diverse scaramucce, nulla di paragonabile però a ciò che è accaduto nelle ultime settimane.

Le tappe dell’escalation

La tensione è cominciata a salire il 22 luglio, quando Ankara ha annunciato l’inizio di una missione di esplorazione energetica nelle acque tra le coste turche e Kastellorizo. Il 12 agosto la nave turca Oruc Reis si trovava al largo di Rodi, quando è stata speronata da una fregata greca. Secondo Atene, l’imbarcazione turca si trovava all’interno della Zona Economica Esclusiva (ZEE) della Grecia, per cui stava violando la sovranità greca. Tuttavia Ankara non ha mai preso parte alla Convenzione di Montego Bay del 1982 sul diritto del mare e quindi non riconosce i criteri che attribuiscono la ZEE alla Grecia, ma ne considera altri, che ovviamente assegnano alla Turchia il controllo di quelle acque. Dopo che è avvenuto “l’incidente”, entrambi i paesi hanno iniziato a mostrare i muscoli e proprio in questi giorni Atene ha iniziato a militarizzare Kastellorizo. Il Ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha detto che se la militarizzazione dovesse superare determinati limiti allora “sarà la Grecia a perdere”. Una dichiarazione che lascia poco spazio all’immaginazione. Ma per quale motivo all’improvviso è diventato così importante mettere le mani sulle acque che circondano un isolotto di appena 9,000 km²?

Le vie del gas non sono infinite

Nel 2009 a 130 chilometri dalle coste di Haifa, città israeliana, è stato scoperto il giacimento di gas di Leviathan. Nel 2011, nei pressi di Cipro, è venuto alla luce un altro ingente giacimento, denominato Afrodite. Infine, quattro anni dopo, la nostra Eni ha scoperto a largo delle coste egiziane il giacimento di Zohr, la più grande riserva di gas dell’intero Mediterraneo. A quel punto per i principali attori della regione (e non solo) era impossibile non accorgersi dell’estrema importanza energetica e geopolitica del Mediterraneo orientale. Pur con qualche frizione, Tel Aviv, Nicosia e Atene si sono accordati per costruire EastMed, un gasdotto che, a partire dal 2025, poterà il gas del Mediterraneo orientale fino in Italia. Un’operazione a cui prenderanno parte anche l’Eni e la francese Total. Tuttavia, la nascita di EastMed, rischia di frenare l’ambizione di Erdogan di trasformare la Turchia in un hub energetico, poiché rende meno rilevante il TurkStream, un gasdotto costruito dai turchi insieme alla Russia, inaugurato a gennaio 2020. Per cercare di scongiurare questo scenario, nel novembre del 2019, il Sultano si è accordato con il Premier libico al-Serraj. In cambio di ingenti aiuti militari (che hanno ribaltato le sorti del conflitto libico), Erdogan ha ottenuto la creazione di una ZEE posizionata proprio nel bel mezzo del percorso di EastMed, anche se priva di riconoscimento internazionale. Le acque di Kastellorizo sono quindi il cuore di una questione geopolitica delicatissima.

Le dispute geopolitiche del Mar di Levante /Fonte ISPI

Gli schieramenti e i possibili mediatori

Il 6 agosto Grecia e l’Egitto di al-Sisi hanno ridefinito le rispettive ZEE, cercando di emulare quanto fatto da Erdogan e al-Serraj. È solo l’ultima provocazione diplomatica di una partita che ormai vede la Turchia contrapporsi a Grecia, Egitto, Francia, Israele e Cipro. Nella coalizione anti-turca, spicca sempre di più il ruolo svolto dal Presidente francese Macron, il quale, dopo le tensioni del 12 agosto, ha deciso di inviare due caccia e una fregata nel Mediterraneo orientale, in sostegno ad Atene. Il viaggio che l’inquilino dell’Eliseo ha compiuto in questi giorni in Medio Oriente – nel Libano dilaniato dall’esplosione del porto di Beirut e addirittura nel Kurdistan iracheno – rientra chiaramente nell’ambito di una vasta strategia rivolta contro Ankara. In queste settimane molti osservatori hanno invocato un intervento diplomatico dell’Unione Europea in difesa della Grecia e di Cipro, tuttavia, oltre un timido tentativo da parte della Germania, fino ad ora l’azione dell’UE è passata in secondo piano rispetto all’unilateralismo di Macron. Inoltre, un elemento che non bisogna tralasciare, è che Grecia e Turchia fanno entrambe parte dell’Alleanza Atlantica. Nelle ultime ore il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che Atene e Ankara sarebbero disposte a trovare un accordo proprio grazie alla mediazione dell’Alleanza. Tuttavia, fino ad ora la NATO ha fatto ben poco per porre rimedio a questa situazione. Ma i grandi assenti di questa crisi sono sembra ombra di dubbio gli Stati Uniti. Molti analisti sottolineano che i fatti del Mediterraneo orientale sono l’effetto della politica di disimpegno americano voluta da Donald Trump. Tuttavia, nell’analizzare le varie crisi in giro per il mondo, bisogna sempre chiedersi quali sono gli interessi di Washington…

E l’Italia?

La Farnesina sembra paralizzata di fronte a questi eventi. Da un lato l’assertività di Erdogan spaventa il nostro paese e le sorti dell’EastMed ci riguardano da vicino; dall’altro però gli interessi di Roma e Ankara in Libia combaciano. E le mosse di Macron potrebbero portare all’aumento della presenza della Total nel Mar di Levante, a discapito dell’Eni. Per cui, per certi aspetti, al nostro paese conviene che non ci sia un vincitore e che venga rispettato lo status quo. Ma l’atteggiamento passivo mostrato fino ad ora dal nostro Governo potrebbe condurci alla totale irrilevanza. Mentre cerca di capire cosa fare, l’Italia farebbe bene a dimenticare la Kastellorizo immortalata da Salvatores e iniziare a rendersi conto che purtroppo quell’isola incantata assomiglia sempre più alla Danzica del 1939.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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