Lo spread non fa più paura come nel 2011. Ecco perché.

Lo spread non fa più paura come nel 2011. Ecco perché.

Per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2007-2008, il rapporto fra Pil e debito pubblico quest’anno dovrebbe ridursi, attestandosi intorno al 153,5%.

Questo secondo le ultime stime pubblicate dal governo Draghi; stime che hanno un’ottima probabilità di avverarsi, considerando una ripartenza economica più forte di quanto previsto in precedenza.

Non esattamente un dettaglio, se consideriamo che lo stock di debito, nell’ultimo decennio, è cresciuto del 35% rispetto all’economia e di oltre 800 miliardi in termini assoluti.

2021 batte 2011. In negativo però

A giudicare da questi numeri, sembrerebbe lapalissiano affermare che la stabilità finanziaria dell’Italia oggi sia molto più precaria rispetto al 2011. All’epoca, il governo Berlusconi IV dovette rassegnare le dimissioni per il rischio default, mentre oggi con un deficit in doppia cifra ed un debito enormemente superiore andiamo a gonfie vele.

A inizio novembre di quell’anno, il Tesoro piazzò dei BOT a 6 mesi al rendimento del 6,4%. Oggi, un BTP decennale rende lo 0,60%. Lo spread aveva toccato il massimo storico di 576 punti il 10 novembre, oggi si aggira sui 120-130. Il deficit annuo era intorno al 3-4%, mentre oggi sfiora il 10%.

Perché oggi è diverso.

Perché allora il debito pubblico del Belpaese suscitava cosi tanta preoccupazione, in quel tragico novembre? Per la totale asincronia della politica fiscale e quella monetaria.

Nell’estate 2011, la BCE di Jean Claude Trichet iniziò ad alzare i tassi d’interesse, intimorito da una inflazione inesistente, mentre si scatenavano attacchi speculativi contro le obbligazioni sovrane dei paesi del Sud Europa e dell’Irlanda, i famigerati PIIGS.

Anziché placare i mercati, l’istituto inviò una lettera all’Italia(firmata anche da Mario Draghi, all’epoca governatore di Bankitalia) dove sollecitava l’implementazione di una serie di riforme improntate all’austerità.

L’immagine che scaturì fu quella di un Belpaese in estrema difficoltà, anche a causa del pregiudizio politico diffuso nei confronti dell’allora premier.

Non fu un caso che lo spread iniziò a scendere dopo il più volte citato discorso di Draghi del whatever it takes a fine luglio 2012. Fino ad allora, i tagli dei tassi, le massicce aste di titoli TLTRO e le riforme “lacrime e sangue” del governo tecnico di Monti.

Il fattore decisivo per la risoluzione della crisi del debito sovrano non furono le politiche di risanamento fiscale, ma l’azione concreta della Banca Centrale Europea. Non è un caso che ulteriori impennate di spread si siano registrate in due occasioni: nel 2018, quando il governo gialloverde fece temere un recesso italiano dall’Eurozona; nel marzo 2020, dopo le sciagurate parole di Christine Lagarde(non siamo qui a restringere gli spread) alle quali è fortunatamente seguito il programma ultra-espansivo del PEPP.

Novità promettenti

Oggi c’è un’altra novità positiva per i mercati: le emissioni comuni da parte dell’Unione Europea(eurobond) per finanziare il Recovery Fund e quindi la ripresa economica all’interno dei paesi membri. Sebbene piano eccezionale, quest’ultimo ha fatto percepire agli investitori internazionali una solidarietà all’interno del Vecchio Continente che era stata totalmente assente nel 2011. Quando si sghignazzava pubblicamente dell’Italia nei consessi internazionale e si accusava la Grecia di malafede per la stesura dei bilanci.

L’ottica di Bruxelles e Francoforte è stata molto più flessibile e meno “contabile”. Sperando che le recenti impennate dei prezzi non portino a riduzioni precipitose degli stimoli.

La fretta, come sempre, è cattiva consigliera.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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