Le storie di successo sono le nostre peggiori nemiche

Le storie di successo sono le nostre peggiori nemiche

Per strada o sui giornali, sui social o nei libri, le storie di successo sono ovunque: le assorbiamo, introiettiamo e ci convinciamo che, per poterne scrivere una personale, basti impegno e dedizione. Peccato che il successo, in tutte le sue accezioni, dalla sete alla corsa fino alla narrazione che ne viene fatta, sia un mito della contemporaneità, qualcosa che soltanto in pochi toccano. Mai come oggi avremmo bisogno di riscoprire il significato della parola “successo”, troppo spesso declinata in arrivismo e avidità, per capire che non di soli successi vive l’uomo e che i traguardi per un benessere sociale e psicologico possono essere ben più a corto tiro.

Venti anni di storie di successo

Per noi millennials, il rapporto con il successo è stato traumatico da subito. La generazione che ha vissuto l’avvento di internet e l’economia delle nuove tecnologie, ha sperimentato la nascita di un nuovo olimpo di imprenditori, ognuno con la propria storia di successo. Chi oggi ha fra i 25 ed i 35 anni ricorda benissimo l’uscita dell’IPod e del primo IPhone, il boom di Facebook e dei social network, delle app e dei dispositivi tecnologici. Fra la metà degli anni 2000 ed i primi anni 10’, il garage era il luogo dove sviluppare idee con qualche spicciolo ed amici geniali. Gates, Jobbs e Zuckerberg insegnavano che la scuola poteva essere un passatempo inutile, se si era dotati del genio e di una propensione messianica al successo.

Da queste esperienze ne sono derivate storie di successo che ancora oggi siamo condannati a sorbirci, come singoli Alex DeLarge costretti al lungo trattamento del “Programma Ludovico”. Per anni abbiamo letto di come Steve Jobs, pur senza completare gli studi universitari, abbia “inventato” un nuovo modo di intendere il computer, rendendo la tecnologia alla portata di tutti. Licenziato dalla sua stessa azienda, rientrò in Apple dopo aver sbancato con la Pixar. Un genio insomma. Peccato per la sua indole irascibile, la sua mancanza di empatia e di qualsiasi morale, caratteristiche descritte da Walter Isaacson nella sua biografia.

Quello che le storie di successo non raccontano

Ma molte delle storie di successo del nuovo millennio (o a cavallo fra i due), hanno elementi comuni che, guarda caso, non vengono mai presi in considerazione nella narrazione. Parliamo tanto di Mark Zuckerberg, di come sia riuscito a creare un impero partendo da thefacebook.com, soprassedendo su tutte le ombre che lo hanno seguito dalla creazione del social network per antonomasia ad oggi. Zuckerberg avrebbe potuto rivoluzionare la storia degli ultimi quindici anni se da bambino non avesse mai preso lezioni private di informatica o non avesse mai frequentato Harvard? Potremmo chiederci lo stesso di Bill Gates, cresciuto in una famiglia molto ricca e con stimoli dal mondo dell’imprenditoria, finanza e diritto. E Whitney Wolfe Herd, creatrice di Tinder e poi di Bumble, uscita dalla prima azienda per molestie e rialzatasi, sarebbe diventata una delle giovani donne più influenti al mondo se non fosse cresciuta in un contesto agiatissimo?

Trattare il successo come un elemento alla portata di tutti è meschino, quando si omettono le disparità che sussistono ai blocchi di partenza. Il genio è poco senza un contesto stimolante, una buona educazione e dei mezzi economici. Però, stupiti da queste storie e lasciati soli in balia di un mercato del lavoro sempre più distratto e selettivo, abbiamo recepito erroneamente i precetti delle storie di successo. È il fenomeno del personal branding, un voler rimarcare ogni vittoria e ogni traguardo, veri o fittizi che siano, per costruire una narrazione vincente di noi stessi e, quindi, una marchio personale facilmente identificabile da aziende e recruiters. Peccato che non tutti siano nati con i mezzi e la fame di successo e che determinati percorsi appartengano, per fortuna, privilegio o genio, ad un gruppo ristrettissimo di persone.

Diamoci un taglio per il nostro bene

Per non farsi il sangue amaro o soccombere a velenose pressioni psicologiche e sociali, è giunto il momento di darci un taglio con questa narrazione distorta della realtà. Abbiamo vissuto un anno di pandemia in cui i sogni ed aspettative si sono vanificati o sono stati messi nel freezer. Tutti abbiamo provato un senso di stanchezza e fallimento mentre il guru di turno propugnava l’utilizzo del tempo libero a disposizione per migliorarsi e diventare “persone di successo”. Non funziona così, le persone sono affreschi di complessità non riducibili ad idealtipi irraggiungibili. Ciò che ha funzionato per Jack Dorsey, creatore di Twitter, potrebbe non funzionare per me.

Non sarebbe certamente auspicabile l’abolizione delle eredità o la statalizzazione dei legami familiari su modello Bakuniano, per dare a tutti la possibilità di partire da zero, facendo affidamento solo sulle proprie capacità. Ciò verso cui dovremmo propendere è una nuova interpretazione del successo cucita sulla pelle dell’individuo, una corsa verso la felicità, composta anche da piccoli traguardi e fallimenti. Un’interpretazione umana del successo per salvare le generazioni più giovani da uno slancio infinito verso obbiettivi irraggiungibili, foriero di degenerazioni psicologiche e sociali.

Riccardo Paradisi

Etrusco con il salmastro nella testa. Cresciuto sulle sponde maremmane del Tirreno, ho vissuto a Siena, a Dublino e nel Montana. Ma, nonostante le culture conosciute e le opinioni raccolte, non sono ancora in grado di votare un partito che prenda più dello 0,3%. Alla fine, arresomi all'evidenza di essere più bravo a battere al computer piuttosto che a fare una X a matita, mi sono dato all'analisi politica per passione.

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