Le nozze d’oro del divorzio in Italia

Le nozze d’oro del divorzio in Italia

Cinquant’anni fa, il matrimonio, in Italia, cessava di essere un’istituzione regolata dalla Chiesa e perdeva la sua sacramentale indissolubilità davanti all’approvazione della legge Fortuna-Baslini. Fino a quel momento, il potere di legiferare in materia matrimoniale era stato della Sacra Rota – come anche Mussolini aveva stabilito nel Concordato del 1929 – e per i cittadini italiani l’unica via per il divorzio poteva essere il cosiddetto “annullamento della Rota”, ammesso e dichiarato dal tribunale ecclesiastico.

Una rivoluzione chiamata Fortuna-Baslini

La proposta di legge sul divorzio civile del deputato socialista Loris Fortuna, si affacciava al Parlamento italiano per la prima volta nel 1965. Fortuna avrebbe aspettato tre anni prima che il suo progetto fosse preso in considerazione dalle Camere, cioè fino a quando l’onorevole liberale Antonio Baslini non lo avesse sostenuto con un’iniziativa dello stesso carattere. Il primo dicembre 1970, i disegni di legge Fortuna e Baslini unificati venivano definitivamente approvati sotto il nome <<Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio>> con il favore di un ampio schieramento politico: socialisti, liberali, comunisti, repubblicani, indipendenti di sinistra, socialdemocratici. Per la democrazia cristiana, che maggiormente rappresentava il fronte dei cattolici antidivorzisti, era una pesante sconfitta politica.

La Legge 1 Dicembre 1970, n. 898, oltre a stabilire che un matrimonio, sia civile che religioso, si può sciogliere quando i coniugi vivono separati dal almeno cinque anni, impone al giudice il tentativo di conciliazione per accertare che nella coppia non sussistano più le condizioni materiali e spirituali per la continuità del matrimonio. Ma prevede anche lo scioglimento del matrimonio quando i coniugi non sono separati o non lo sono di fatto da almeno cinque anni nei seguenti casi specifici: se l’altro coniuge viene condannato per più di quindici anni e/o per delitti sessuali contro il coniuge o contro i figli e/o per omicidio o per tentato omicidio di un familiare; quando l’altro coniuge è condannato per maltrattamenti o ha violato gli obblighi di assistenza familiare e/o se è stato assolto per totale o parziale vizio di mente; se il matrimonio non è stato consumato; se l’altro coniuge, essendo cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o si è risposato all’estero. I principi stabiliti da questa legge rimasero invariati fino al 2015, anno in cui è stato introdotto il cosiddetto “divorzio breve”. 

Nel testo della legge del 1970 la parola divorzio non compare mai, ma quella parola che secondo il mondo cattolico non poteva rimanere impressa nelle leggi dello Stato, aveva già immesso nella coscienza degli italiani la possibilità di scegliere di chiudere un rapporto, di vedersi garantito il diritto e la libertà di svincolarsi da una relazione che, nella maggior parte dei casi, recava dolore e sofferenza.

Fortuna e Baslini festeggiano la legge sul divorzio
Fortuna e Baslini festeggiano l’approvazione della loro legge.

Un movimento per i diritti civili in Italia

Il processo di approvazione della legge fu straordinario proprio perché per la prima volta tutto il Paese si era mobilitato: fino ad allora, non c’erano mai stati dei movimenti che avessero rivendicato dei diritti civili così ampi com’è la libertà per tutti di divorziare. Se, da una parte, la richiesta della società civile di una legge sul divorzio segnava un momento in cui le donne volevano sentirsi “liberate” dall’autorità patriarcale, dall’altra s’inseriva in un contesto sociale più complesso, dove i diritti venivano finalmente presi in considerazione.

La battaglia a favore della legge Fortuna si configurava in una lotta per l’eguaglianza e rappresentava l’apri pista del capitolo storico in cui si andavano ad unificare l’esigenza di un più forte stato sociale con una più libera società svincolata dal passato: i Movimenti del ’68 vedevano insieme studenti, operai, donne e intellettuali spingere verso cambiamenti radicali; era il periodo storico in cui veniva messa in discussione l’autorità tout court: l’autorità del padre, del marito e del padrone. Si chiedeva una modernizzazione del Paese, di voltare pagina alla legislazione d’epoca fascista che, addirittura, perdonava azioni vergognose contro le donne come il matrimonio riparatore in caso di violenza sessuale. Emblematico è il famoso caso di Franca Viola e significativa la sua vittoria legale non solo contro il suo stupratore, ma anche contro un costume intessuto di pregiudizi e negatore della possibilità per una donna di scegliere il proprio destino.

Un divorzio meno “classista”

Il cambiamento etico e sociale che poteva apportare una legge sul divorzio era particolarmente sentito dalle classi popolari che non godevano di risorse economiche necessarie alla separazione. La gabbia dorata del matrimonio che, per il mondo cattolico rappresentava, invece, il focolare domestico quale ideale di felicità, era senz’altro più facile da scardinare con il divorzio civile: l’annullamento del matrimonio davanti al tribunale ecclesiastico era molto oneroso, dunque una chiave di sicurezza riservata a pochi. Tuttavia, a differenza delle donne che avevano raggiunto l’indipendenza economica dal marito, quelle che dipendevano anche materialmente dal coniuge erano preoccupate di perdere la sicurezza economica insieme allo status di moglie nonostante, secondo legge, il coniuge economicamente più forte garantisse almeno un assegno alimentare al più debole.

La legge sul divorzio era stata concepita, infatti, anche pensando al fenomeno delle vedove bianche, piaga dell’emigrazione di massa. Per queste donne abbandonate dai mariti emigrati, era durissima continuare a vivere nel paese: senza soldi, con i figli da mantenere e senza la prospettiva di un futuro diverso. Inoltre, e di conseguenza, il divorzio avrebbe consentito a queste persone di continuare a vivere nella legge e di legalizzare quelle famiglie di fatto che esse avevano costituito, considerando, infine, anche il disagio sociale vissuto dai bambini che non si vedevano riconosciuto il diritto di avere un padre.

La maggioranza della società civile che si era mobilitata per l’approvazione della legge sul divorzio costituiva anch’essa quella classe sociale che negli anni precedenti era cresciuta economicamente, socialmente, culturalmente sotto la guida della democrazia cristiana, quella democrazia cristiana che nel divorzio vedeva un’inversione di rotta dell’ordinamento giuridico italiano destinata ad incidere negativamente sui costumi della società. Probabilmente, la maggioranza dei democristiani  antidivorzisti non riusciva ad accettare che l’Italia cresciuta avesse adesso bisogno di ripensarsi e che tale ripensamento potesse significare una maggiore evoluzione laica a vantaggio di maggiori libertà civili.

Il referendum del 1974

Una locandina sul referendum per abrogare la legge sul divorzio
Locandina contro l’abrogazione della legge sul divorzio

L’acceso scontro tra divorzisti e antidivorzisti non si esaurì affatto il primo dicembre del 1970: pochi mesi prima, il Parlamento aveva votato la legge che in attuazione all’art.75 Cost. avrebbe consentito ai cittadini di esprimersi con un referendum sull’abrogazione o il mantenimento del provvedimento legislativo. Quando la democrazia cristiana aveva capito che il divorzio sarebbe stato approvato grazie ad uno schieramento inedito ( socialisti, liberali, comunisti, repubblicani, socialdemocratici, indipendenti di sinistra), aveva pensato di accettare la sconfitta parlamentare a condizione che venisse istituita la legge per il referendum. Così, nello stesso primo dicembre del 1970, un comitato di venticinque cittadini invitava gli italiani a firmare la richiesta di un referendum di abrogazione della legge Fortuna. Vennero raccolte più di un milione di firme ma una così cospicua sottoscrizione aveva talmente agitato il Parlamento che il Presidente della Repubblica Leone invece di indire il referendum dichiarava lo scioglimento delle Camere.

Oltre ai conflitti in famiglia, di genere e generazionali, il movimento divorzista aveva diviso i partiti: fino all’ultimo momento, il partito comunista di Enrico Berlinguer fu tentato di evitare il referendum, tant’è che venne anche presentata una proposta di legge, da parte di Andreotti e Liotti, tesa a rendere praticabile la legge Fortuna solo nei casi di matrimonio civile e quale strumento che potesse scongiurare il referendum.

La bagarre politica

Malgrado la resistenza del fronte cattolico, la battaglia politica antidivorzista all’interno e fuori dal Parlamento non si fermò: oltre all’indimenticabile Marco Pannella che guidava il comitato antidivorzista delle piazze, i leader dei partiti favorevoli e contrari, infine, non si risparmiarono riducendo, talvolta, il referendum a strumento di campagna elettorale e per misurare il livello del consenso.

Il leader MSI Almirante accusava il partito comunista di servirsi del referendum per sbarrare il passo alla destra, Enrico Berlinguer ribatteva denunciando l’opposizione di riportare frasi e statistiche false sulle posizioni del partito comunista e di propagandare il Sì all’abrogazione della legge come un voto contro il comunismo; il democristiano Fanfani ci aveva voluto scommettere la propria carriera politica.   

Al di là degli scontri politici dell’epoca che, a distanza di cinquant’anni, sembrano familiari anche a chi, come me, non li ha vissuti, oggi, ricordiamo quel 12 Maggio 1974 – tanto temuto quanto atteso – come la storica data della conquista di maggiore democrazia ed eguaglianza, come la vittoria del 59% degli italiani che diedero valore alla dignità umana garantendo all’intero popolo la tutela della libertà di scelta.

“Riteniamo che la nostra Costituzione venga realizzata quando si fanno leggi con contenuti libertari; la Costituzione viene strangolata quando si voglia imporre a tutti gli italiani un credo che è proprio solo di una parte degli italiani. Questo noi lo riteniamo completamente sbagliato. Vogliamo dare agli italiani una possibilità di scelta: chi vorrà troverà il modo di utilizzare le leggi dello Stato per un rimedio giuridico, chi vorrà – per dettami altissimi della propria coscienza – non lo farà. Quello che non è giusto è che si stabilisca costituzionale quello di imporre le proprie idee agli altri”.  Loris Fortuna.

Un articolo di Antonia Costa

SpazioPolitico

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