L’aborto, le lettere scarlatte e la voglia di rompere i tabù

L’aborto, le lettere scarlatte e la voglia di rompere i tabù
Dal 1975 al 2020, ancora una volta messe in croce

Hester non può avere figli, ma anche se potesse ora non li vorrebbe. E’ una sua scelta. Ora che ho attirato la vostra attenzione, prima di raccontare la sua storia, lasciatemi fare una lunga premessa. Era il 10 gennaio 1975 quando sulla copertina de L’Espresso apparve una donna nuda, incinta e in croce. Morbida nelle sue forme, ma spigolosa in viso non tanto per i lineamenti marcati quanto per l’espressione rassegnata. “Aborto: una tragedia italiana” era il titolo del numero che venne poi accusato di vilipendio alla religione. Tre anni dopo l’aborto sarebbe stato legalizzato, nonché riconosciuto come un diritto, dalla famosa legge 194. Una legge attaccata tanto dall’esterno quanto dalle sue contraddizioni interne. È il 28 settembre 2020 quando, con un post su Facebook, una donna racconta la sua atroce scoperta che poi, a distanza di giorni, diventerà di molte altre. Ancora croci. Tante e piccole. Portano i nomi di donne vive che in comune hanno l’esperienza dell’aborto.

Cimitero di Feti, foto del Corriere della Sera
Ricordati di ciò che hai fatto, se non lo fai te lo ricordano loro

Li fanno passare come luoghi di pietà, ma invece sono spazi dove le donne vengono mortificate per quella maternità che non hanno voluto o potuto portare avanti. È un monito, un modo neanche troppo implicito per ricordare loro ciò che hanno fatto, è un dito puntato, uno sguardo giudicante, è una lettera scarlatta incisa sul loro petto.

“Ma il particolare che attirò tutti gli occhi, trasfigurando, per così dire, colei che lo recava sulla persona, talché uomini e donne a cui Hester Prynne era ben conosciuta, ne rimasero colpiti come se la mirassero per la prima volta, fu la lettera scarlatta così bizzarramente ricamata e splendente sul suo seno. Essa operava come una malia, alienandola dai rapporti consueti col prossimo e confinandola in una sfera a sé stante”. La protagonista del romanzo di Nathaniel Howthorne rimane incinta del suo amante e una volta partorito si rifiuta di rivelare l’identità paterna della figlia. Non appena la comunità lo viene a sapere Hester smette di essere Hester e diventa l’adultera. Così come Marta di Pirandello è, fin da subito, “l’esclusa”. Allo stesso modo le donne, i cui nomi sono finite su quelle croci in quei cimiteri, finiscono per essere ciò che hanno fatto.

40 anni dopo l’aborto è ancora un diritto da difendere

Cosa ci fa capire questa storia? Molto banalmente (e non perché sia banale la questione, ma immediato il pensiero) che ancora oggi, a distanza di 42 anni dalla promulgazione della legge 194, l’aborto è un diritto da difendere. In profondità ci dice che per quanto crediamo di esserci liberati da determinati schemi mentali, essi in realtà non solo ci condizionano, ma ci identificano. Siamo le nostre scelte e spesso, le nostre possibilità.

L’Italia del 2020, frutto delle tante lotte per i diritti (e quasi mi viene un brivido a dirlo), è il Paese in cui la stessa legge che riconosce alle donne il diritto di abortire, assicura a terze persone il diritto a rifiutarsi di concederlo. La media nazionale degli obiettori di coscienza è del 70% (7 ginecologi su 10 non praticano l’aborto), in alcune regioni tocca addirittura il 90%. E’ il Paese in cui una donna può decidere per l’interruzione di gravidanza farmacologica entro, non oltre, i 49 giorni dalla scomparsa delle mestruazioni e in alcune Regioni è previsto l’obbligo del ricovero. È il Paese di donne che vivono una vera e propria tortura, giudicate e bistrattate da infermiere, dottoresse e dottori, per aver scelto di non voler mettere al mondo un bambino malato, abbandonate a se stesse e al loro duplice dolore, fisico e psicologico, mentre sole, dentro al bagno di un ospedale, spingono il feto malformato.

Oltraggio alla sacralità!

Questo perché la gravidanza, seppur scientificamente spiegata e compresa, è considerata ancora un miracolo. Eppure sapete tutti come nascono i bambini vero? Se si prende il senso più spicciolo del termine, inteso come evento inspiegabile, al di sopra delle leggi naturali e quindi delle possibilità umane, allora sarebbe più giusto considerare un miracolo se i bambini li portasse davvero la cicogna. Un bambino non sempre è la scelta giusta, una lieta notizia, figlio dell’amore, a volte è frutto di un salto della quaglia sbagliato, di un preservativo rotto o, peggio, di uno stupro. Non tutte le donne sono capaci di fare le madri, così come non tutti gli uomini sanno fare i padri. Anzi, sarebbe bene che certe persone si dedicassero ad altro. Ma per molti la maternità è ancora oggi pervasa e difesa da una coltre di sacralità che qualsiasi gesto di rifiuto viene visto come un insulto, un oltraggio, un’offesa alla propria vocazione naturale. È come se il fatto di avere un utero ci dia automaticamente il dovere, l’obbligo morale, di fare figli.

É il gioco di ruoli descritto alla perfezione nel romanzo di Margaret Atwood, “Il racconto dell’ancella”, (dal quale è stato tratto una serie tv) dove le donne giovani e fertili (le ancelle appunto) sono costrette a procreare per espletare il volere divino, al contrario, le donne non fertili o troppo anziane sono etichettate come “Nondonne” e quindi eliminate. In pratica se sei donna, allora devi essere madre, altrimenti non hai senso. (Sempre i soliti vecchi stereotipi figli di una società patriarcale) E così, automaticamente, chi decide di non esserlo paga il prezzo della pubblica vergogna per aver respinto il ruolo che la società gli ha imposto, e chi invece non può esserlo, deve convivere con il senso di inadeguatezza.

Nel gioco dei ruoli se sei donna, devi essere madre

“Quando pensi di fare un figlio?” “Non vuoi diventare madre?” “Non credi di essere in ritardo?”. Queste sono solo alcune delle tante domande che la mia Hester, 30enne, nubile e senza prole, si sente rivolgere. Oppure: “Alla tua età avevo già un marito e n figli”, “Nella vita ci vuole fortuna”. Fortuna. Come se l’idea che una donna possa consapevolmente scegliere di non essere moglie o madre, non sia da prendere neppure in considerazione.

Se hai 30 anni e sei single, è perché nessuno ti vuole e quindi sei acida. Ti dedichi solo alla carriera, sei cinica e senza cuore e quindi sei acida e frustrata. Se hai una vita sessuale attiva e nessun rapporto monogamo, non sei acida ma sappiamo tutti cosa sei. Ricordate la campagna pubblicitaria sulla fertilità della ministra Lorenzin? “La bellezza non ha età, la fertilità si”, “genitori giovani, il miglior modo di essere creativi”, “la fertilità è un bene comune”. Il mio utero, le mie ovaie sono un bene comune, della collettività, però quando c’è da comprare gli assorbenti, lo stesso utero e le stesse ovaie sono un problema solo mio.

In ogni caso Hester se ne frega del senso di inadeguatezza e quando a quelle domande risponde: “Non posso avere figli”, l’espressione facciale dell’interrogatore da giudicante diventa subito pietosa. Prova pena. Si dispiace. Dà per scontato che questa condizione sia per lei motivo di dolore, (come potrebbe non esserlo!) e di conseguenza lo prova anche lui o comunque mostra di provarlo. Non fraintendetemi, è indubbio che questo possa essere motivo di sofferenza per qualcuno, da vivere nella propria intimità, ma dare per scontato che lo sia per chiunque è altrettanto sbagliato, proprio perché si fonda sempre su quel gioco di ruoli e su quel senso di inadeguatezza. In pratica ti stanno dicendo che in quanto donna se non puoi avere figli, dovresti soffrirne e se non lo fai dovresti sentirti in colpa.

La mia Hester odia i tabù

Hester, invece, ha capito che i ruoli non le si addicono e sicuramente non la definiscono, tantomeno i giudizi altrui, bacchettoni e moralisti. Ha imparato che i tabù si rompono parlandone, con tranquillità, naturalezza e un pizzico di provocazione che non guasta mai, perché il loro potere sta proprio nel silenzio. Hester, seppure potesse, ora come ora non lo vuole un figlio. Anche se a detta degli altri pare che sia in ritardo su una presunta tabella di marcia, la sua vita economicamente precaria non glielo permetterebbe, e in ogni caso non è una cosa a cui pensa. Chissà se mai ci penserà. Forse Hester non sarà una madre, o non sarà una moglie, ma magari sarà tutt’altro. O magari no. Chi se ne frega! Non è questo che le interessa. Hester è Hester e, per concludere con un altro riferimento letterario, come sussurrerebbe Flaubert: “Hester c’est moi”.

Teresa Scarcella

Di origini e di indole meridionale. Nata a Cariati, cresciuta a Crotone col profumo del mare e dei 'pip e patat', vive a Siena da tanti anni a tal punto da aver dimenticato come si parla il dialetto e da non riuscire più a mangiare piccante. Nemica della monotonia, rompiscatole per natura, amante della verità, ma soprattutto del brivido della precarietà, ha scelto di fare la giornalista prima ancora di conquistare il diritto di decidere come vestirsi, e sceglie di farlo ogni giorno

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