Le donne e la loro rivoluzione sessuale

Le donne e la loro rivoluzione sessuale

Non solo il 25 Novembre

Non si può parlare della libertà (negata) delle donne solo in occasione del 25 novembre. Sarebbe un atto ipocrita, un insulto a quello che questa data significa e alle lunghe battaglie e conquiste che ne sono derivate. È per questo motivo che ho voluto scrivere questo articolo sulla sessualità a distanza di giorni. Per spezzare il legame tra certe tematiche e una data ben precisa che ha come inevitabile conseguenza quella di limitare il dibattito e circoscriverlo ad una giornata che diventa una sorta di ricorrenza e come tale, col tempo, appare sempre più distante da noi e svuotata del suo significato. Invece i temi legati all’emancipazione (anche sessuale) femminile sono attuali, sono nostri tanto quanto dei nostri genitori, dei nostri nonni e dei nostri figli. Sono parte di un’eredità per la quale bisogna continuare ancora a combattere.

Nel 2020 il sesso è ancora un tabù, per le donne soprattutto

So cosa state pensando. È difficile da credere se ognuno di noi si concentra sulla propria quotidianità. “Io non la penso così, io non agisco così” sono le frasi che vi staranno balenando nella testa. “Non tutti gli uomini…non tutte le donne…” è quella che va per la maggiore. Buon per voi! Questo sicuramente vi rende persone aperte, ma guardatevi intorno, analizzate i fatti di cronaca, i casi di violenza di genere e ditemi che il sesso e la sessualità delle donne non c’entra nulla. A mio avviso è un punto importante, uno dei tanti nodi della libertà femminile non ancora sciolti. Pensate a qual è l’insulto più utilizzato per offendere una donna: “puttana”, “troia”, “zoccola”. Ce ne sono per tutti i gusti, ma tutti si riferiscono alla sfera sessuale. È quella che si cerca sempre di colpire.

La sessualità oggetto del giudizio altrui

Una donna è stronza se non si concede, o frigida, è aggressiva se intraprendente, è una profumiera se flirta, è una poco di buono se ha una vita sessuale attiva, al contrario è acida. Una donna che parla liberamente di sesso è volgare. Che sia oggetto del desiderio altrui o soggetto che desidera, la donna è costretta a vivere con la propria sessualità costantemente sotto giudizio e, vi dirò di più, è la linea che la separa dall’essere vittima o colpevole (nell’immaginario collettivo si intende).

Prendiamo ad esempio gli ultimi due episodi di cronaca: la ragazza stuprata a Milano durante una festa a casa di un noto imprenditore e la maestra di Torino licenziata dopo che l’ex aveva fatto circolare video intimi e privati. Entrambe le donne in questione sono vittime di violenza, seppur di due tipi diversi, e anche se esplicitata in modi diversi, alla base c’è sempre l’oggettivizzazione, e quindi il possesso del corpo altrui, femminile: mi appartieni e faccio di te ciò che voglio.

Il limite che separa lo status di vittima da quello di colpevole lo supera chi lo guarda

La donna è vittima solo se rispecchia i canoni della martire, pura e casta, altrimenti finisce per condividere la responsabilità con il suo aggressore. La famosa frase “se l’è cercata”. Se l’è cercata la ragazza che partecipava ad una festa a base di alcol e droga, se l’è cercata la maestra che ha inviato foto e video al proprio ragazzo, se l’è cercata chi quella sera indossava una gonna troppo corta o una maglietta troppo scollata, se l’è cercata chi ha cambiato idea all’ultimo e ha cercato invano di liberarsi da quelle braccia diventate improvvisamente troppo strette. La narrazione automaticamente si sposta e pone l’accento non più sul reato e chi l’ha commesso, ma su chi l’ha subito e la sua presunta fetta di “responsabilità”. In sostanza, se una donna si allontana dall’immagine angelicata, giusto per scomodare Dante, immacolata e vive la sua sessualità, perde il diritto di essere vittima e viene sottoposta a giudizio. Dietro il dito puntato e sotto sguardi accusatori, la propria libertà sessuale diventa motivo di vergogna, qualcosa da dover tenere nascosto.

“Svergognata” è la società ipocrita

Così come viene messa in discussione la morale di una ragazzina stuprata durante una festa alla quale, per qualcuno, non avrebbe dovuto partecipare, allo stesso modo viene distrutta la professionalità di una maestra che non ha mantenuto la propria sessualità sotto le coperte. È in questo preciso istante che smettono di essere una ragazza stuprata o una donna violata, minacciata, e diventano “svergognate”. Termine che altro non fa che subdolamente giustificare e quindi alleviare il reato commesso. È questa la vergogna di una società ipocrita, bigotta e fortemente sessista, (caratteristiche che appartengono tanto agli uomini quanto alle donne e il caso di Torino è emblematico) che ignora la realtà e non accetta il progresso.

Il sesso non è reato! Lo stupro e il revenge porn

La realtà è che una ragazza ha subìto una violenza fisica e tutto ciò che è stato detto intorno alla sua figura, con l’unico obiettivo di screditarla, non ha nessuna importanza ai fini della narrazione. È stato commesso un grave reato e ogni tentativo di giustificarlo sarebbe vile. E anche se la ragazza fosse entrata in quella stanza volontariamente, anche se avesse iniziato un rapporto sessuale in maniera consapevole, avrebbe comunque avuto il sacrosanto diritto di tirarsi indietro, ad un certo punto, se solo avesse voluto. Lo stupro è reato e lo è anche il revenge porn (tra l’altro ho colto solo da poco l’inadeguatezza e l’incoerenza del termine visto che la “vendetta” alla quale si riferisce la parola implica un torto iniziale che mi chiedo quale potrebbe essere e in ogni caso non legittimerebbe la violazione).

Anche in questo caso la questione è un’altra rispetto a quella che molti vogliono vedere. Una donna, qualsiasi lavoro faccia, qualsiasi ruolo ricopra, è libera di fare ciò che vuole del proprio corpo, ha il diritto di vivere la propria sessualità come crede, anche condividendo foto o video col proprio partner se questo la gratifica o le fa piacere. Non c’è niente di cui vergognarsi e questo dovremmo capirlo in primis noi donne in modo da non permettere a chi ci guarda di esercitare alcun potere sulla nostra persona e sulla nostra dignità. E’ la nostra rivoluzione sessuale! Per la stessa ragione mi auguro che la maestra torni a fare il suo lavoro, magari in quella stessa scuola dalla quale avrebbero voluto allontanarla, per dimostrare a tutti, soprattutto ai suoi alunni, di non aver commesso alcun errore, se non quello di valutazione nello scegliere di chi fidarsi.

Teresa Scarcella

Di origini e di indole meridionale. Nata a Cariati, cresciuta a Crotone col profumo del mare e dei 'pip e patat', vive a Siena da tanti anni a tal punto da aver dimenticato come si parla il dialetto e da non riuscire più a mangiare piccante. Nemica della monotonia, rompiscatole per natura, amante della verità, ma soprattutto del brivido della precarietà, ha scelto di fare la giornalista prima ancora di conquistare il diritto di decidere come vestirsi, e sceglie di farlo ogni giorno

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