Le disuguaglianze da Smart Working

Le disuguaglianze da Smart Working

Smart working per decreto dalla sera alla mattina. Era marzo quando, complice una pandemia imprevedibile, lavoratori e lavoratrici hanno scoperto la modalità smart. A chilometri di distanza dall’ufficio, stando in cucina, in camera o in una stanza con Pc organizzata in fretta e furia, si è scoperto quel modello di organizzazione del lavoro nato ideologicamente per permettere «ai dipendenti di essere felici e realizzati» decidendo in modo autonomo la distribuzione dei carichi di lavoro e il luogo in cui lavorare.

Uno studio del 2013 di un economista di Stanford, Nick Bloom, parlava già allora di un incremento del 13 % della produttività personale, in quanto ci sono meno soste, si eseguono più chiamate al minuto e allo stesso tempo si è più felici.

Tutto bellissimo, anche veder cambiare le abitudini quotidiane e le città. Peccato che c’è anche chi ha scoperto che la banda larga delle volte può risultare troppo stretta, che restare sempre soli in una casa di 50 mq (come in una di 100) possa essere disorientante e che fare call di lavoro e “remote working” in cucina non è facile. Ancor meno facile con figli, marito, moglie, madri, suocere, gatti, cani, conquilini o nonni in casa.

La nuova sfida è passata, dunque, dall’essere più smart a riuscire a tenere insieme tutto. La videochiamata su Zoom del papà che intanto pensa alla figlia di dieci mesi, il meeting della mamma che si divide tra conference call, il problema di matematica del figlio grande, la merenda del piccolo, la lavatrice. Oppure il lavoratore fuori sede che resta tutto il giorno in quell’appartamento condiviso con l’altra coinquilina precaria, fra aspirapolveri, la spesa da fare, le stanze di pochi metri e il silenzio che non c’è mai.

Smartworking vs. Telelavoro

Per questo diventa sempre più netta la differenza tra lo smartworking, cioè possibilità di lavorare ovunque, spiaggia compresa (in foto), e il telavoro, che invece prevede orari, luoghi e strumenti tecnologici prestabiliti, che rispecchiano lo stesso assetto organizzativo utilizzato nel luogo di lavoro, ma in bunker improvvisati nella sala da pranzo, o in altre stanze simili.

In entrambi casi, comunque, ci sono degli aspetti negativi. Basti pensare a Steve Jobs e al suo ribadire che le idee migliori dei dipendenti Apple venissero dallo sbattere accidentalmente contro altre persone, non da casa davanti a una casella di posta elettronica. Fatto sta che (opinioni a parte) con la proroga dello stato emergenza al 15 ottobre proseguirà la possibilità di far ricorso al lavoro da remoto. Le stesse imprese sono state invitate a privilegiare il lavoro agile rispetto alla riapertura del reparto aziendale, nei casi  in cui le mansioni lavorative lo consentano. A pagarne il prezzo più caro ancora una volta saranno le donne. Specialmente pagheranno di più coloro che hanno impeghi part time, chi ha contratti ballerini, chi ha stipendi più bassi.

Ancora e ancora smart working

“Come sembreremo dopo anni di smart working”

Non solo disuguaglianze economiche. Una piattaforma di ricerca del lavoro, con l’aiuto di esperti, ha creato lo smart worker del 2045: si chiama Susan . Occhi secchi e arrossati, obesità, calvizie, rughe, macchie sul volto, mani irritate, postura ingobbita e spalle ricurve. Ma Susan a parte, sta diventando davvero difficile vedere lo smartworking come una svolta paradisiaca.

Pardon, mi correggo, è “questione di classe”.

Simona Sassetti

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