La ‘ndrangheta non va in vacanza

La ‘ndrangheta non va in vacanza

Siamo ormai alle porte di un agosto insolito in cui mentre gli uffici giudiziari si apprestano alla consueta chiusura, molti italiani non possono concedersi una vacanza visti i danni apportati dal lockdown. Chi senza dubbio non si concederà pause-mare è la mafia calabrese, attiva come sempre su tutto il territorio italiano, ma non solo. Una settimana sì e l’altra pure infatti, si sente parlare di operazioni delle forze dell’ordine volte a sgominare affollatissimi clan di affiliati alla ‘ndrangheta. Ma da dove nasce questo cancro che attacca la nostra società e la corrode dall’interno, provocando non solo spargimenti di sangue, ma anche il collasso del sistema democratico? Come ha fatto ad infiltrarsi nelle maglie istituzionali in maniera così permeante?

Tra mito e storia

I 3 cavalieri spagnoli: Osso, Mastrosso e Carcagnosso

Il mito vuole che nel 1412 i 3 cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso, dopo aver lavato col sangue la macchia di un’offesa familiare, fossero scappati sull’isola di Favignana da dove delinearono le basi delle organizzazioni mafiose. Osso si stabilì in Sicilia, Mastrosso in Campania e Carcagnosso in Calabria, dando vita a Mafia, Camorra e ‘ndrangheta. La storia narra che nel ‘700, nelle prigioni borboniche di Favignana, venivano reclusi detenuti politici e rappresentanti dell’alta società. È proprio da questi detenuti “speciali” che comuni ladri di bestiame mutuarono il proprio linguaggio. In seguito, durante il dominio francese e il nuovo Regno d’Italia, fu la stessa classe dirigente meridionale che per raggiungere i propri obiettivi, iniziò ad assoldare i picciotti: giovani briganti, simili per modi e costumi, ai bravi del Manzoni. Sarà proprio grazie alla (mancanza di) organizzazione istituzionale che la picciotteria riuscirà ad evolversi in una struttura tentacolare ben ramificata sul territorio calabrese.

Affiliati fino alla morte

La parola ‘ndrangheta deriva dal greco anèr agathòs, ossia uomo valoroso, ed è da qui che parte la degenerazione dell’intento mafioso di difendere valore e onore a tutti i costi. L’onore è quello della famiglia, o ‘ndrina, di provenienza, sancito dal legame sanguigno. Si entra a far parte della ‘ndrangheta solo per nascita o affiliazione. Il battesimo consiste in un rito esoterico che prevede il giuramento sul santino di San Michele. La sacra effigie verrà data poi alle fiamme, macabro monito della sorte che toccherà al nuovo affiliato e al suo sponsor in caso di tradimento. Non sono ammessi errori. Gli sbagli prevedono un’unica sanzione: la morte.

Ad uso calabrese

Lontani, ma non troppo, sono i tempi della faida di Palmi: Condello contro Gallico fino ai primi anni ‘90. Salita agli “onori” della cronaca per aver portato al primo caso di ‘ndranghetista pentita, la cruenta lotta fra famiglie rivali vide la moglie del Condello tradire il marito e tutta la famiglia di appartenenza con il capobastone dei Gallico. Un intreccio tra amore adultero e morte. Oltre 150 omicidi e altrettanti arresti misero fine ad una delle tante contese che hanno insanguinato la punta dello stivale. Di qualche anno prima, ma altrettanto cruenta, la faida di Seminara, nata da un’offesa verbale. All’apice della violenza Salvatore Pellegrino, detto “uomo mitra”, non contento di aver ucciso Gaetano Gioffré, assassino del padre, si presentò al funerale del rivale per rimarcare il messaggio a suon di mitragliate sulla bara.

La scalata al mercato

In Calabria l’ndrangheta è sempre stata la stessa. Forse non si è mai capito cosa realmente fosse proprio perché brutalità e stretto raggio degli scontri facevano pensare più a un fenomeno di brigantaggio che alla criminalità organizzata. All’inizio degli anni ’90 però le cose cambiarono. Mentre le famiglie affermavano la propria predominanza territoriale a furia di autobombe e colpi di arma da fuoco, la Santa, sovrastruttura decisionale composta da una triade di capi zona, si organizzava per prendersi il mondo. L’importanza strategica del Porto di Gioia Tauro e i soldi accumulati con estorsioni e sequestri di persona hanno permesso alla ‘ndrangheta di gestire quantità enormi di denaro. La lungimiranza dei boss è consistita nel saper investire gli introiti nei settori e nei mercati emergenti. Dopo la caduta del muro di Berlino le famiglie mafiose hanno rivolto l’attenzione ad est.

Il sorpasso ai siciliani

La strage di Capaci (23 maggio 1992) in cui morirono Falcone, la moglie Francesca e gli agenti Schifani, Dicillo e Montinaro

Di fatti, nel giro di pochi anni la ‘ndrangheta ha comprato immobili in quantità, sia nella Germania dell’est che nelle ex repubbliche socialiste. Dopo aver consolidato la propria influenza sul territorio ha deciso di ampliare i propri orizzonti investendo il denaro sporco in Ristoranti, pub, discoteche, ma anche squadre di calcio e sale da gioco. Mentre la mafia siciliana vedeva sempre più compromessa la propria posizione a causa della follia stragista di Totò Riina, la ’ndrangheta si espandeva, acquistando importanza sia sul piano dei contatti istituzionali che su quello del commercio internazionale e dei mercati finanziari.

Tra politica e industria

Attraverso voto di scambio e riciclaggio del denaro sporco le famiglie si sono assicurate i favori di certa politica degenerata e di alcune aziende. Afferma il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, che la malavita è capace di spostare sul territorio calabrese il 30% dei voti. “La ‘ndrangheta non ha fazione o ideali politici, la ‘ndrangheta scommette sul cavallo vincente e state sicuri che non sbaglia mai”. Ma non solo. “Se una volta era la picciotteria a rivolgersi alle istituzioni o alle grandi imprese, ora avviene il contrario”. Sostiene Gratteri. E c’è da credergli: gli ‘ndranghetisti sono passati dai sequestri sull’Aspromonte alle operazioni finanziarie a Francoforte, dalle estorsioni ai commercianti alla distorsione del mercato concorrenziale. Soprattutto all’estero non hanno bisogno di chiedere il pizzo, ma impongono direttamente la vendita di determinati prodotti. Ovunque ci siano grandi crisi, così come occasioni di guadagno e gare pubbliche, lì è vigile lo sguardo della ’ndrangheta. Non è più, o forse non è mai stata, una questione di rilevanza locale, si tratta di un problema globale.

‘ndrangheta International

Fonte: Laura Canali, https://www.limesonline.com/cartaceo/ndrangheta-international

Da Reggio Calabria a Roma, da Ventimiglia a Trieste passando per Milano, la ‘ndrangheta ha conquistato il mercato nero italiano e non intende fermarsi. È l’unica mafia presente in tutti i continenti. Lo dimostra la strage di Ferragosto del 2007 a Duisburg: nelle tasche di una delle vittime fu ritrovato proprio un santino di San Michele appena bruciato. Forte è anche la presenza di cosche in Canada. Leggi sull’antiriciclaggio e sul contrasto alle mafie molto meno stringenti che da noi, permettono alla malavita un ingresso facilitato. Non mancano clan di affiliati in Australia così come in Africa dove c’è da estrarre il coltan, elemento essenziale nella produzione degli smartphone. Le famiglie calabresi hanno ormai il monopolio della cocaina in Europa, vista la stretta collaborazione in Sud America con le Autodefensas Unidas de Colombia e le FARC. Allo stesso modo gestiscono anche la produzione di eroina in Afghanistan e Myanmar.

Una multinazionale del crimine

Oltre al noto traffico di stupefacenti, concorrono alle loro fortune anche accaparramento di fondi UE e gare d’appalto, gioco d’azzardo, prostituzione e immigrazione clandestina. Il tutto, secondo le stime dell’istituto Demoskopika, ha fruttato alla ‘ndrangheta un fatturato annuo di circa 53 miliardi di euro. Un attivo superiore a quello di McDonald e Coca-Cola messi insieme, pari al PIL della Lituania. “Attenzione”, avverte Antonio Nicaso, autore di “Storia segreta della ‘ndrangheta” proprio in collaborazione con Gratteri, “la ‘ndrangheta è contraria alle leggi dello Stato, non a quelle di mercato”.

Un nemico difficile da arginare

Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

Il basarsi su stretti legami di fiducia e di sangue, la capacità di adeguarsi al cambiare dei tempi e l’attenzione con cui le famiglie programmano le proprie mosse, fanno della lotta alla ‘ndrangheta uno dei compiti più ardui per forze dell’ordine e magistratura. Fin dagli albori, la strategia mafiosa ha visto la collusione tra affiliati e istituzioni. È prassi per le locali, organizzazioni territoriali della ‘ndrangheta, scegliere i figli che studieranno e faranno carriera nell’alta società. In questo modo la lotta alla criminalità organizzata sembra essere una sfida impari. Eppure, c’è chi non si arrende e combatte ogni giorno come fa dal 1994 l’associazione Libera fondata da Don Ciotti.

La speranza

Non manca chi afferma di avere la soluzione come il già citato procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Questi, stoppato nel 2014 sull’uscio del Ministero di Via Arenula, non abbandona il proprio amato lavoro e il sogno di sconfiggere la ‘ndrangheta. Alla sua missione affianca una serie di incontri in cui spiega ai giovani l’importanza di contrastare le mafie a tutti i livelli. Il problema non sono solo le “ammazzatine” che la stampa mette in risalto, ma soprattutto il modo di pensare e di vivere tipico mafioso. La ‘ndrangheta instaura nei centri in cui si insedia uno stile di vita tossico. Corruzione, omertà e prepotenza. Ma anche la politica del soldo e del piombo, nonché la totale mancanza di rispetto del valore della vita avvelenano i territori infestati dalle mafie. Chissà non sia proprio l’educazione dei ragazzi allo scardinamento di questa mentalità la strategia vincente contro il sistema della ‘ndrangheta.

Alessandro Bergonzi

"Come spesso capita con le più belle avventure della vita, anche questo viaggio cominciò per caso." Tiziano Terzani

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