La miseria degli Intellettuali

La miseria degli Intellettuali

Una delle cose sempre meno avvertite, soprattutto da chi ha il compito d’usare l’intelletto come strumento di lavoro e non solo come intermediario tra un comando della mente e l’azione che la soddisfa, è la completa mancanza di meraviglia per la scomparsa degli assiomi, dei postulati, di una rete di episteme, che sorregga un ragionamento.

Ancora adesso è evidente, che quando delle persone, che discutono e pensano su un dato argomento, non condividono un certo numero di dati epistemologici, allora l’argomento può essere solo uno: la religione. Invece, capita ormai sempre più spesso, che nel mettere insieme dieci intellettuali, e non importa che siano medici, fisici nucleari, filosofi, ingegneri, economisti, sociologici, si avranno non dieci punti di vista diversi, sulla base, di un’epistemologia condivisa, ma dieci opinioni in assenza di fondamento: dieci religioni e dieci fedi.

La crisi sanitaria, in fondo, non ha creato questo fenomeno che sto segnalando, perché già preesisteva, lì dove l’economia, la sociologia e la scienza della politica soffrivano già, da molto tempo, di uno scarto evidente tra le analisi variegate, stravaganti che producevano e i risultati, sempre non corrispondenti, che la realtà, nel frattempo, proponeva come risultato. I poveri virologi, i tristi epidemiologi, i medici da varietà, sono simili ai competenti che hanno organizzato la ritirata dall’Afghanistan, ad esempio.

Sarebbe come negare l’evidenza, non dire quindi della crisi accademica e intellettuale globale, che da qualche decennio, dentro un ricambio generazionale, ha arruolato e formato, figure non all’altezza perché calibrate sulla nuova natura dell’intellettuale, della donna e dell’uomo di scienza: quella di uno specialista e competente di una maglia di una rete, di cui disconosce finanche l’esistenza, l’articolazione, la dimensione e la funzione. Se facessimo l’elenco delle analisi, delle previsioni e dei suggerimenti operativi del mondo intellettuale e accademico che la Cassazione della Realtà ha poi condannato, potremmo farne un volume o un falò.

Le categorie del lavoro intellettuale sono diverse, ma vengono tutte da uno stesso iter formativo, quindi individuarne una che in questo senso ha maggiori problemi di altre, non è razionale. E’ però ragionevole individuare, in rapporto agli effetti che alcuni ruoli possono provocare, quali siano quelle categorie di lavoro intellettuale che più d’altre possono avere un plusvalore di responsabilità nella situazione attuale. In questo senso, a me sembra ovvio ed evidente, che il lavoro intellettuale della comunicazione, dell’informazione, del giornalismo, del far sapere, sia quello, al momento, plasticamente deformato rispetto ai suoi statuti storici.

Il ruolo del lavoro intellettuale in genere, e di quello del giornalismo in particolare, si fonda su un patto quasi d’onore tra i fatti e i fenomeni che avvengono e la capacità di decifrarli, districarli e comunicarli senza preconcetti; soprattutto senza quelli soggettivi di chi svolge questo lavoro. Intendo per preconcetti soggettivi, la rete di convinzioni ed esperienze, di dati e di conoscenze, che di momento in momento formano le idee che si ha della realtà. Preconcetti soggettivi, fondati, formati nel tempo e per via di studi ed esperienze sul campo, diversi da quelli umorali, ideologici, che però spesso si sommano tra di loro nelle persone mediocri. La vera capacità del lavoro intellettuale consiste, esattamente, nel saper fare reset di ciò che si pensa di fronte ad un principio di realtà, in sé sempre inedito e originale, e di elaborare un’altrettanta lettura originale, proporzionata a quella realtà e non a ciò che fino a quel momento si è pensato di essa.

Se questo è lo scenario di valore migliore per il lavoro intellettuale, gli interpreti non sempre ne sono stati all’altezza, ma non hanno mai dimenticato, però, di farsene carico, per quello che è umanamente possibile. La cosa anomala e inedita è che al momento sembra tutto derubricato. Come se la storia dei giornalisti e del giornalismo fosse stata messa da parte, per far posto a una nuova pratica, del tutto modesta, che è quella del portavoce. Sono anni che assistiamo a una radicalizzazione di questa deriva, che ha diversi interpreti non omologabili tra di loro: esiste chi fa il portavoce delle proprie idee; chi fa il portavoce di varie categorie di competenti; chi lo fa del comune sentire.

L'ultimo articolo a firma di Maria Grazia Cutuli, fra gli intellettuali che non si sono mai accontentati delle verità offerte
L’ultimo articolo di Maria Grazia Cutuli, scritto prima del suo assassinio il 19 novembre 2001.

“Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto”. Il portavoce è uno che fa propaganda, e non conta il motivo per cui lo fa. Che sia per viltà, per soldi, per arrivismo oppure per un ideale, ciò che conta è che di fronte ai fatti fa prevalere altre cose; di fronte ai fatti non pone domande, ma deduce ciò che collima con il mandato che lo muove. Nel veder entrare, nel giorno dell’Assunzione, i Talebani a Kabul, allora ho pensato a una donna siciliana che da lì Assunse in Cielo, per via del fatto che si era messa in testa d’andare a vedere se ciò che si diceva corrispondeva nei fatti.  

Come si fa a non pensarci, proprio di questi tempi, dove i giornalisti stanno chiusi in casa di fronte ad uno schermo, fanno gli inviati da una stanza, litigano dentro i Social con altrettanti spettatori della realtà, su un farmaco? Si: proprio su un farmaco. Come si fa a non pensarci, mentre gli addetti al far sapere si rifiutano di sapere, d’entrare nel merito, di porre domande, di mettere in discussione, in dubbio, delle vicende, sol perché l’argomento è scientifico? Come si fa a non pensarci quando ormai le veline, cioè le notizie pubblicate ma non verificate, recapitate da qualcuno e prese per buone per fiducia e fede in chi le recapita, ballano e saltellano su una scrivania anche per i giornalisti e gli intellettuali?

Maria Grazia Cutuli assunse al cielo a Sarobi, lungo la strada per Jalalabad, il 19 novembre 2001, perché da giornalista si rifiutava di concepire che i competenti in materia di fatti che avvengono all’Estero fossero quelli che lavorano alla Farnesina. Era una Catanese, un’Italiana, oltre che una gran donna, e avrebbe ritenuto disonorevole parlare di cose per sentito dire scrivendo da un’Amaca, o seduti a una scrivania, come fanno da un’Estate intera, un uomo e una donna di una nota trasmissione televisiva, che del giornalismo forniscono la versione tragico-comica. Una gran donna che, come tutti i Catanesi (almeno quelli che non l’hanno dimenticato) ritengono tutto un affare loro, tutto di competenza loro: qualsiasi cosa esista e si muova su questa Terra, che possa essere compresa con il coraggio e l’intelligenza. Una gran donna e una vera giornalista, degna di un Paese che, tra gli altri onori, ha avuto un intellettuale che probabilmente morì, perché sapeva, prima ancora di pensare, tanto da dire “io so”, in luogo del più banale e asettico “io penso”.

Tra qualche mese ricorreranno i vent’anni dalla morte di Maria Grazia Cutuli, e il prossimo anno un Secolo esatto dalla nascita di Pier Paolo Pasolini. Non so se sia giusto, però per rispetto loro, io eviterei, in queste condizioni, di infangarne la memoria e di rimandare a momenti migliori il loro onorevole ricordo. La memoria bisogna meritarla, e noi al momento non la meritiamo.

Riflessioni del Prof. Isidoro Pennisi, docente presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria

SpazioPolitico

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