Afghanistan, 20 anni in 20 giorni

Afghanistan, 20 anni in 20 giorni

Le orde dei cittadini afghani che si accalcano per raggiungere l’aeroporto di Kabul, in Afghanistan, nel disperato tentativo di sfuggire alla crudeltà dei talebani, sono immagini che hanno scosso il mondo e che devono indurre a numerose riflessioni.

Proprio ora che si avvicina il ventesimo anniversario degli attentati dell’ 11 settembre, un evento che ha cambiato per sempre gli Stati Uniti e la storia mondiale. E a maggior ragione considerando che l’Afghanistan, da diversi anni, era una guerra dimenticata.

Peggio del Vietnam

Vedere l’esercito dell’Afghanistan( composto da 300.000 uomini ed equipaggiato di tutto punto dagli addestratori occidentali) sbriciolarsi in 2 settimane di fronte all’ avanzata di neanche 100.000 talebani ha sorpreso l’opinione pubblica internazionale ed anche diversi analisti, che non si aspettavano una debaclè cosi repentina.

Visto che in questi giorni si sono sprecati i paragoni con il conflitto del Vietnam, occorre ricordare che il governo sudvietnamita resistette due anni alle offensive vietcong dopo il ritiro statunitense a seguito degli Accordi di Parigi del 1973: al momento della presa di Saigon nella primavera 1975, l’esercito americano aveva abbandonato da tempo l’Indocina.

Radici del fallimento

Le origini del flop militare afghano affondano nell’autunno 2001, quando il 7 ottobre iniziò l’operazione Enduring Freedom che in due mesi riuscì a rovesciare il regime talebano e a distruggere le strutture di Al Qaeda, pur senza catturare Bin Laden o il mullah Omar, morto di tubercolosi nel 2013.

Fin da subito, si trattò di una guerra condotta principalmente dall’alto, in ossequio alla dottrina Rumsfeld, allora segretario alla Difesa, secondo cui il dominio dei cieli sarebbe stato più che sufficiente per vincere la guerra ai terroristi. L’uso di forze terrestri fu limitato a plotoni delle forze speciali come Navy Seal o Delta Force.

Public Domain: Secretary of Defense Rumsfeld and President… | Flickr
Donald Rumsfeld a fianco dell’ex presidente George W. Bush

Tale idea si rivelò errata: lo strapotere dell’aeronautica fu fondamentale nelle fasi dell’invasione, ma inefficace in merito alla capacità di presidiare il territorio. L’Afghanistan è un paese sprovvisto di accesso al mare, con una orografia molto ostica e praticamente privo di infrastrutture viarie o ferroviare e caratterizzato da un rigido clima in inverno ed estate.

Al massimo del loro impegno, nel 2011, gli Stati Uniti avevano schierati in Afghanistan circa 100.000 uomini sui 140.000 totali della missione internazionale ISAF.

Può sembrare un numero imponente, ma non è cosi: al massimo dell’impegno nel già citato Vietnam nel 1968, il contingente dislocato superava il mezzo milione di uomini; cifra analoga a quella dell’Operazione Desert Storm nel 1991.

La “svolta” e l’inizio della fine

Il 2011 è un anno fondamentale : il 2 maggio Osama Bin Laden, la diabolica mente dietro l’infernale 11/9, viene eliminato dalle forze speciali americane ad Abbottabad, in Pakistan, vendicando le 3000 vittime di quegli attentati. Se l’obiettivo dell’invasione afghana era eliminare Bin Laden e sterilizzare Al Qaeda, questo era stato raggiunto.

L’amministrazione Obama avviò un graduale ritiro delle truppe, ridotte a meno di 10.000 nel 2015. L’attenzione del presidente era spostata sul contenimento militare della Cina(pivot to Asia) e su altri conflitti regionali, come Iraq e Siria, funestati dall’avvento dell’ISIS, distrutto come proto-stato dai bombardamenti internazionali ma redivivo come organizzazione terroristica sic et simpliciter. Il recente e sanguinoso attentato di Kabul lo dimostra.

Sotto l’amministrazione del primo presidente afroamericano si assiste inoltre all’esplosione dell’uso dei droni, nei più disparati teatri di guerra.

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Obama assieme al generale David Petraeus, comandante delle truppe in Afghanistan

Donald Trump, desideroso di chiudere il conflitto più lungo della storia a stelle e strisce, stipula un trattato di pace con i talebani a Doha il 29 febbraio 2020. Questo accordo prevedeva la fine delle ostilità ed il ritiro del contingente americano entro maggio 2021.

Joe Biden decide di prorogare questa scadenza alla simbolica data dell’11 settembre e poi anticiparla al 31 agosto, con i risultati che abbiamo visto.

President Trump Spends Thanksgiving with Troops in Afghani… | Flickr
Donald Trump assieme al presidente afghano Ashraf Ghani

I talebani, va detto, già da alcuni controllavano porzioni importanti del territorio afghano, soprattutto nelle province periferiche al confine col Pakistan ,circa 1/3 del territorio nazionale. La loro recente offensiva aveva dunque solide basi, non li ha visti rispuntare dalle caverne di Tora Bora.

Il ruolo italiano

Anche il nostro paese ha giocato un ruolo importante nella ventennale missione internazionale nel paese centroasiatico. 55 dei nostri connazionali in uniforme sono stati uccisi, altri 700 sono stati feriti e le casse pubbliche hanno sborsato circa 8,7 miliardi di euro per le missioni e la ricostruzione del paese.

Nel totale caos delle evacuazioni, possiamo dire di esserne usciti egregiamente. Siamo il primo paese europeo per profughi afghani salvati, circa 5000 in tutto. Il giovane e bravissimo console Tommaso Claudi è la punta di un iceberg che ha funzionato benissimo, per  coordinamento diplomatico e militare, l’operazione Aquila Omnia. Non dovrebbe essere difficile dare ai collaboratori locali dignità di vita e lavoro in Italia: essi rappresentano un elitè che i talebani vogliono per ricostruire il paese.

Afghanistan: in difesa della piccola Nazifa, curata in Ita… | Flickr
Soldato italiano con in mano un bambino afghano

E ora?

Una cosa è certa: l’Occidente ha fallito e gli Stati Uniti hanno le responsabilità maggiori , sfregiando con un ritiro pasticciato la fiducia di alleati che hanno sopportati elevati costi umani ed economici nell’ultimo ventennio.

Quello dell’Afghanistan non è il primo fallimento delle missioni di pace. Ricordiamo la Somalia nel 1992-93, teatro di una fallimentare missione ONU ed oggi stato fallito. Ancor più pesante il fallimento in Libia, dove una dittatura è stata sostituita da altre dittature in lotta fratricida.

La speranza è che il G20 d’emergenza convocato per settembre possa portare ad una soluzione almeno a livello umanitario. Per l’Italia di Mario Draghi una importantissima occasione per mediare fra i membri del G7 ed anche Russia e Cina, o attori regionali come Pakistan e Iran, che hanno sul loro territorio milioni di profughi afghani o vanno assistiti. Mosca non vuole che l’Afghanistan torni ad essere un incubatore di jihadisti, Pechino è ingolosita dalle risorse minerarie e ha già stretto accordi informali coi talebani, per paura che il terrorismo possa tracimare nel Xinjang.

Ci sono tuttavia ragioni per essere ottimisti. In questi vent’anni di guerra, nonostante non siano stati costruite un governo ed un esercito efficaci, la popolazione afghana(numericamente raddoppiata dal 2001) ha visto numerosi benefici dall’intervento occidentale: la speranza di vita è aumentata, la mortalità infantile crollata, l’accesso all’istruzione è stato incrementato per i bambini e soprattutto per le donne, che hanno goduto di diritti impensabili sotto la sharia, il cui ritorno pare dietro l’angolo.

Nella speranza che questi “traguardi” convincano gli afghani a lottare per mantenerli.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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