La crisi avanza e l’Italia non ha una classe dirigente

La crisi avanza e l’Italia non ha una classe dirigente

L’emergenza sanitaria del Covid-19 è con ogni probabilità la peggiore crisi che ha colpito l’Italia e il mondo intero dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Proprio come negli anni quaranta, il nostro paese necessita di una classe politica intelligente e preparata, cosciente dei rischi e dei pericoli che si prospettano all’orizzonte, capace di portare avanti nuove idee per ripartire, magari anche meglio di prima. L’Italia oggi dispone di questo tipo di classe dirigente? La risposta purtroppo è no.

Uomini di altri tempi

Leggere le biografie degli uomini che, una volta finita la guerra, si ritrovarono a guidare il paese, è molto utile per capire la loro statura umana e intellettuale. La maggior parte di loro, a causa del regime fascista, avevano subito il confino o si erano dovuti rifugiare in Francia, avevano poi preso parte alla Guerra di Spagna ed infine avevano combattuto nella resistenza. Una vita durissima. Pensiamo alle mille vicissitudini di due futuri Presidenti della Repubblica, Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, i quali durante la guerra, per evitare la condanna a morte, dovettero evadere dal carcere di Regina Coeli. Senza dimenticare le decisioni controverse e contraddittorie prese sul piano politico, come quella di Palmiro Togliatti, che per sconfiggere i nazifascisti si mise a collaborare con i Savoia. Ma da quelle vicende umane e politiche emerge soprattutto il fatto che, anche nei momenti più difficili, tutti loro avevano una precisa idea su come ricostruire lo Stato italiano. E sebbene le loro visioni fossero per certi aspetti molto differenti, riuscirono comunque a trovare dei validi compromessi per redigere la Costituzione e fondare la Repubblica. Per tutto ciò e non solo, oggi attribuiamo a quelle persone la parola “statista”.

Politico vs statista

Alcide De Gasperi,
Presidente del Consiglio dal 1946 al 1953

Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”. Questa frase, attribuita ad Alcide De Gasperi, il più iconico esponente della classe dirigente italiana del dopoguerra, fa capire qual è oggi il problema. La nostra classe dirigente è composta da politici o da statisti? Facendo una rapida analisi, sia dei partiti di governo che di quelli di opposizione, la risposta è chiarissima. Il Movimento 5 Stelle e Italia Viva hanno dato il loro sostegno al Governo Conte II non certo per intraprendere un percorso di radicale rinnovamento del paese. I grillini sanno benissimo che in caso di elezioni anticipate vedrebbero più che dimezzati i loro seggi, mentre i renziani rischierebbero addirittura di rimanere fuori dal parlamento. Discorso analogo per ciò che rimane di Leu, i cui membri sono disposti, almeno fino ad oggi, ad ingoiare i tanto odiati Decreti Sicurezza pur di avere una qualche rilevanza. Ma anche il Partito Democratico preferisce pensare a modo suo alle prossime elezioni, vale a dire quelle del Presidente della Repubblica, che si svolgeranno nel 2022, non certo domani. Un obiettivo di realpolitik che sembra valere il sacrificio di governare con quei 5 stelle che fino ad un anno fa lo accusavano di essere il “partito di Bibbiano”.

Le elezioni sono l’unica cosa a cui pensa anche il centrodestra da agosto – cioè da quando il leader della Lega ha fatto una delle mosse più sconclusionate della storia della politica italiana – non perché dalle urne uscirebbe chissà quale palingenesi, ma soltanto perché per Salvini e Meloni si tratterebbe di una probabile vittoria (discorso diverso forse per Forza Italia, che non sa bene di che morte morire). Infatti nessuno, a parte i leader del centrodestra, capisce come un’esasperante campagna elettorale e una nuova incerta (perché i sondaggi non sempre sono esatti) legislatura possano essere la soluzione alla crisi che stiamo vivendo. Tuttavia è lecito pensare che, al di là degli slogan, i partiti di opposizione stiano giocando una partita molto più pericolosa, ovvero quella di evitare di assumersi qualsiasi responsabilità in una fase delicatissima, lasciare all’attuale maggioranza l’incombenza di affrontare una crisi da cui nessuno sa come uscire, aumentare il proprio consenso e presentarsi come salvatori della patria una volta passati i tempi delle decisioni impopolari. Insomma, obiettivo elezioni, ma solo dopo la tempesta. Meglio non metterci la faccia, poi magari finisce come per Fontana in Lombardia…

I pericoli della mancata unità

Già prima della crisi del Covid-19 l’Italia si trovava in grossa difficoltà, adesso si potrebbe innescare un’autentica bomba sociale, perciò gli interessi particolari dei vari partiti dovrebbero, ora più che mai, lasciare spazio all’interesse generale. In questo senso, sarebbe auspicabile un Governo di unità nazionale in grado di garantire la rappresentanza di tutti i gruppi sociali del paese, evitando così che alcuni di essi, sentendosi esclusi, finiscano per radicalizzarsi. Un Governo che, lasciandosi alle spalle le logiche elettorali, dicesse agli italiani la verità sui sacrifici che ci aspettano, cercando nel contempo di aiutare, nel limite del possibile, tutti i vari strati della popolazione, senza lasciare indietro nessuno. Però, nella realtà politica italiana odierna, un Governo di questo tipo, più che rappresentare tutta la popolazione, servirebbe soltanto a far partecipare il centrodestra alla spartizione di quella torta chiamata “potere”. Una prospettiva che chiaramente non piace a coloro che si stanno già dividendo quella torta.

Davanti all’incapacità di rimanere compatti in nome dell’interesse generale, appare ormai chiaro che, tra improbabili Stati Generali e imbarazzanti selfie sui social, questa classe politica, nel breve o nel lungo periodo, sia destinata a schiantarsi, insieme all’intero paese. Dobbiamo allora chiederci quale sarà la classe dirigente di domani che cercherà di far ripartire l’Italia. All’orizzonte però non si vede nulla di nuovo e non potrebbe essere altrimenti, visto che i migliori emigrano ormai da decenni. “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” dice un celeberrimo aforisma di Antonio Gramsci. Una frase che ci fa capire che ci aspettano tempi difficilissimi, in cui più che avere gli statisti degli anni quaranta, se non facciamo attenzione e sottovalutiamo il problema, rischiamo di subire un’involuzione simile, anche se non certamente identica, a quella degli anni venti.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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