La Cina e il Covid-19, il “Decennio perduto” del Giappone non fa paura

La Cina e il Covid-19,  il “Decennio perduto” del Giappone non fa paura

Paese epicentro della pandemia globale di Coronavirus, la Cina pare aver superato l’emergenza sanitaria. Nonostante ciò, il panorama all’orizzonte si fa plumbeo e c’è chi ipotizza un nuovo “Decennio Perduto” come quello che afflisse il Giappone negli Anni 90. Ma andiamo con ordine.

La bolla speculativa giapponese

Uscito distrutto dalla 2 guerra mondiale, il Giappone nei decenni successivi riuscì a risollevarsi in maniera incredibile, arrivando a superare addirittura gli Usa in termini di reddito-pro capite nel 1987, con tassi di crescita annuali pari al 5%. L’indice Nikkei alla fine degli Anni 80 raggiunse i massimi storici, triplicando la capitalizzazione in appena 3 anni, il mercato immobiliare partì per l’iperspazio( il quartiere intorno al Palazzo Imperiale valeva più di tutti gli immobili in Florida), la disoccupazione era ai minimi storici e le grandi aziende conglomerate(keiretsu) acquistavano massicciamente assets all’estero.

Politiche monetarie molto espansive giocarono un ruolo determinante in tutto ciò, stimolando moltissimo gli investimenti nel mercato immobiliare e azionario, facilitati dai bassi tassi d’interesse. Tuttavia, questa meravigliosa congiuntura crollò quando la Bank of Japan avviò una politica monetaria restrittiva, aumentando bruscamente i tassi d’interesse a seguito di un apprezzamento dello Yen sul dollaro ritenuto eccessivo. Il risultato fu lo scoppio di una grande bolla speculativa fra il 1991 e 1992, che spalancò le porte al “Decennio Perduto”( Ushinawareta Junen) fatto di stagnazione e deflazione.

Il termine designava inizialmente il periodo 1991-2000, ma si può dire che le sue ramificazioni perseguitino la classe dirigente nipponica anche ai giorni nostri.

La Storia si ripete?

Le similitudini fra la Cina odierna ed il Giappone di 30 anni fa, già preesistenti ma accentuate dalla deflagrazione della pandemia, fanno sorgere dei dubbi sul fatto che la seconda economia del globo(allora Tokyo, oggi Pechino) possa entrare in una decade di relativo declino. Come in Giappone, i bassi tassi d’interesse e l’eccessiva liquidità hanno gonfiato i prezzi immobiliari e degli indici azionari. Il debito complessivo cinese, pubblico e privato, è ormai pari al 260% del Pil, non molto distante dal 300% nipponico del 1991. Inoltre, la Cina deve fronteggiare anche importanti pressioni esterne, soprattutto da parte degli Stati Uniti, problema che Tokyo non aveva essendo parte della sfera d’influenza americana.

Vi è poi la spinosa ma decisiva questione demografica. Nonostante la popolazione cinese sia 11 volte quella nipponica(1,4 miliardi contro 126 milioni), quasi 40 anni di politica del figlio unico sta generando pericolosi scompensi. Nel 2030, la Cina potrebbe diventare il primo paese al mondo per numero di over 65, pari a quasi un quinto del totale. Il Giappone ha attualmente la popolazione più anziana del mondo, con gli ultra sessantacinquenni che rappresentano oltre il 25% . Un simile declino demografico ha contribuito ad esacerbare la decade persa e potrebbe accadere lo stesso alla Cina.

Tuttavia, va detto che le analogie significative finiscono qui. Cina e Giappone sono soggetti diversi anche in virtù della situazione con cui si sono trovati ad affrontare questa crisi.

La Cina non è il Giappone. Ecco i 3 motivi

  1. Anche prima della guerra mondiale, il Giappone era un’economia avanzata, con una elevata produttività ed una solida classe amministrativa. La distruzione della guerra non ha impedito l’avvento di un miracolo economico, ricostruito lo stock di capitale. La Cina, fino a pochi anni fa “fabbrica del mondo”, ha iniziato da poco una transizione verso un sistema produttivo ad alto valore aggiunto, situazione in cui il Giappone si trovava già negli Anni 70. Quindi, la Cina non ha ancora raggiunto una “frontiera dell’efficienza”, ma gode di vasti margini di miglioramento.
  2. Le autorità cinesi hanno inoltre un potere molto più cogente sul proprio sistema economico e finanziario, rendendo più contenuti i rischi di una bolla speculativa . Anche se l’epoca di Mao è lontana nel tempo , oltre la Muraglia i piani quinquennali sono sempre in vigore e vi sono interi settori produttivi(energia e petrolio, sistema bancario, parzialmente infrastrutture) in mano ad aziende controllate o partecipate dallo Stato.
  3. La relazione con gli USA è un’altra differenza determinante. Essendo il garante della sicurezza giapponese, nel 1985 l’amministrazione Reagan chiese alla Boj di apprezzare lo Yen verso il dollaro,al fine di ridurre il deficit commerciale statunitense con il paese asiatico(non vi ricorda qualcosa?). Il Giappone acconsentì: decisione infelice, col senno di poi.                                     

 La Cina è dichiaratamente il principale rivale all’egemonia americana di questo secolo e, ca va sans dire, difficilmente modificherà la sua politica valutaria per favorire gli USA, che si misurano con un soggetto esterno alla propria sfera d’influenza.

Due paesi, due storie

Le differenze fra la Cina di oggi e il Giappone degli Anni 90 sono significative e variegate: fondamentali macroeconomici, fasi di sviluppo, politiche pubbliche.

La Cina ha sicuramente diverse sfide davanti, alcune simili a quelle affrontate dal vicino, ma le sue prospettive sembrano comunque diverse. Per quanto Pechino nel ruolo di Numero Uno al mondo sia improbabile nel breve-medio termine, è altrettanto difficile che un declino così prolungato sia alle porte. Tali similitudini rischiano dunque di essere fuorvianti.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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