La Cina dopo il Coronavirus

La Cina dopo il Coronavirus

Lo scorso 15 gennaio, dopo quasi 2 anni di guerra commerciale, Cina e Stati Uniti hanno siglato una tregua vantaggiosa per entrambi: per Trump che costringeva al negoziato il suo principale avversario estero, ma anche per il Dragone ferito dai dazi del magnate newyorkese. Purtroppo, non ci fu il tempo di godersi questo successo diplomatico; in quelle stesse ore, la città di Wuhan si trovò attaccata da un nemico invisibile e micidiale: il coronavirus.

Su quello successo dopo non c’è molto da aggiungere: la Cina isolò totalmente Wuhan e la provincia di Hubei il 23 gennaio ma ciò non impedì la propagazione del virus nel globo, raggiungendo quasi 200 paesi , infettando oltre 2 milioni di persone e togliendo la vita a oltre 150.000.

Nonostante lo sbandamento iniziale, la macchina organizzativa sinica  si è messa in moto e, attraverso misure draconiane di sospensione dei diritti e delle libertà, l’emergenza è stata quasi superata. Inoltre, nelle ultime settimane, la Cina non ha lesinato supporto finanziario e materiale ai paesi travolti dal Covid-19, cercando di passare da “untore” a “salvatore” del pianeta, operazione che, per quanto parossistica, potrebbe riuscire, corroborando il soft power caro a Xi Jinping, elemento fondamentale per sostituirsi agli USA come superpotenza entro il 2049, centenario della Repubblica Popolare. Tuttavia, come ci insegna la Storia, i successi esterni spesso servono a occultare grosse lacune interne.

Su Pechino pesano comunque gravissime responsabilità: il ritardo nelle comunicazioni agli altri paesi, la totale assenza di trasparenza , la repressione del dissenso interno, la pressione esercitata sull’OMS per non vedersi addebitate colpe, la probabilissima falsificazione dei numeri di contagi e decessi e addirittura il rifiuto di considerare il Covid come virus “cinese”.

Xi Jinping ispeziona ospedale coronavirus a Pechino
Il presidente Xi Jinping in visita ad un ospedale di Pechino / da CGTN

Le ripercussioni sull’Impero del Centro saranno molto dure; a livello sanitario, si temono  nuovi focolai dovuti ai contagi di ritorno. Ma il versante che preoccupa maggiormente è quello economico. La Cina rischia infatti la prima recessione da oltre 40 anni, a causa di una eccessiva dipendenza dall’export e di un mercato interno non abbastanza forte( i consumi coprono meno del 40% del PIL) . Le riserve in valuta estera sono in caduta, il mercato bancario è in sofferenza, una bolla immobiliare potrebbe definitivamente scoppiare quando una larga fetta dei risparmi della classe media sono sul mattone. Sommando questi fattori, ne risulta una borghesia a serio rischio impoverimento. La Banca Centrale potrebbe stampare moneta ed iniettare liquidità nel sistema, ma questa scelta alimenterebbe l’inflazione ed il divario fra valore reale e nominale dello Yuan. Anche gli investimenti pubblici in infrastrutture, vettore privilegiato per sostenere la crescita, potrebbero rivelarsi inadeguati.

A queste criticità si aggiungono altre deficienze croniche. Fra di esse spicca il divario di benessere fra coste ed entroterra, con il 40%dei cinesi che vivono in aree rurali, in condizioni igienico-sanitarie lacunose, con redditi bassi e spesso senza neanche accesso alla rete Internet. Guardando al cortile di casa della Repubblica Popolare, questa epidemia verosimilmente contribuirà ad esacerbare la già tesa situazione di Hong Kong ed allontanerà, forse definitivamente, l’annessione della “provincia ribelle” di Taiwan, chiodo fisso di Xi. La Cina, dunque, si scopre un paese pieno di fragilità, acuite dal virus, che ha ancora molta strada da fare per rimpiazzare gli Usa ai vertici della Terra, nonostante un’ascesa impetuosa.

Ritornando al primo paragrafo, la relazione con gli Stati Uniti, anch’essi duramente colpiti dal Covid, risulterà fondamentale. Se le elezioni di novembre non dovessero confermare Donald Trump allora probabilmente la postura verso Pechino sarà più morbida. Ma all’interno della Cina potrebbero formarsi fazioni distinte: chi spingerà per una maggiore chiusura e ostilità verso Washington per preservare il regime; chi invece punterà su riforme economiche ma anche politiche, magari ispirandosi al modello di Singapore.

La speranza è che questa competizione, sconfitto il virus, non sfugga di mano ai contendenti, perché allora la guerra non sarebbe così improbabile. Servirà però un drastico cambio della marcia a Pechino.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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