La caduta dei miti, M5S al capolinea

La caduta dei miti, M5S al capolinea

La legislatura più pazza della storia si concluderà, salvo scossoni, con un governo guidato da Mario Draghi di cui faranno parte anche M5S e Lega. Questa eventualità, impensabile soltanto due mesi fa, si è realizzata a colpi di giravolte al cui cospetto qualsiasi étoile impallidirebbe. Ma, se Salvini e Giorgetti sembrano aver iniziato una rivoluzione copernicana nella fu Lega Nord, indirizzandola verso un europeismo sovranista, i grillini sono spaccati fra chi predica la riforma e chi minaccia la controriforma. Nel clamore generale di questi giorni, però, il M5S rischia la spaccatura proprio perché tutti i suoi miti fondanti sono stati rinnegati, da garanti, capi e dissidenti.

Un Grillo fra i Draghi

Il Movimento 5 Stelle soffre di una cronica mancanza di leadership. In assenza di un direttorio che raccolga le opinioni delle correnti interne e le traduca in una linea comune per un capo politico, si è sempre affidato a uomini della provvidenza. Vito Crimi, che il 22 gennaio 2020 ha sostituito Di Maio, non è stato eletto dal popolo del web, il vero organo sovrano del MoVimento, ma scelto per assolvere al compito di Reggente (carica che, storicamente, di democratico non ha neppure il sentore). E, data la sua mancanza di autorevolezza, il MoVimento nell’ultimo anno si è rifugiato nella figura di Giuseppe Conte, così da risplendere di luce riflessa. Venuto a mancare anche l’Avvocato del Popolo, per queste consultazioni da Draghi, il garante del M5S, Beppe Grillo, è tornato alla ribalta dopo il suo famoso “passo di lato” (non indietro).

È stato Grillo a condurre le trattative. Al tavolo del negoziato ho portato alcuni temi chiave come il reddito di cittadinanza ed ha chiesto l’istituzione di un super ministero per la transizione ecologica. Grillo, mai eletto e mai votato, in virtù di diritti quasi feudali, ha sostituito i maggiori esponenti del MoVimento, rendendo chiaro a tutti che questo non possegga le persone né le idee per poter sedere al tavolo dei “grandi”. Un deus ex machina, quindi, che mina l’autorevolezza del popolo sovrano e ne smentisce le scelte o, al limite, ne indirizza le preferenze.

Democrazia diretta, ma per scherzo

Il grande peccato degli ultimi giorni, per governisti e dissidenti, è stata proprio la votazione tenutasi lo scorso 11 febbraio sulla piattaforma Rousseau. Il quesito presentato agli iscritti è stato decisamente astruso: “Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?”. La risposta, per il 59,3% è stata affermativa, dando così mandato al MoVimento di votare la fiducia al governo Draghi.

La votazione, come molte altre avvenute sulla piattaforma Rousseau, è stata anomala. Per prima cosa, il quesito già in parte suggeriva la risposta. Secondo quanto scritto, una negazione avrebbe implicato mettere a repentaglio quei “principali risultati raggiunti” durante i due governi Conte. Oltre a questo, il super Ministero millantato è sembrato da principio uno strumento di persuasione per convincere i militanti ad appoggiare il nuovo esecutivo.

Alla fine, sono stati 74.537 gli iscritti a votare, una goccia nel mare dei quasi 11 milioni di elettori che scelsero M5S nel 2018. Una democrazia diretta poco partecipata e senza regole. Infatti, se durante una qualsiasi tornata elettorale si assiste al famoso “silenzio” di partiti ed esponenti, in questo caso, salvo Di Battista, tutti i membri dell’intellighenzia grillina, fondatore compreso, hanno da subito tentato di indirizzare i militanti verso il “si”.

Volere popolare, ma non troppo

Ed ecco entrare in campo il guerrigliero a cinque stelle. Alessandro Di Battista ha annunciato di voler “lasciare” il MoVimento perché in disaccordo con la fiducia a Draghi. Nel messaggio alla sua base, “Dibba” ha chiarito di rispettare la decisione degli attivisti ma di non poter seguire questa nuova linea. Dopo di lui, a valanga, altri esponenti del M5S hanno espresso la propria contrarietà al quesito e all’appoggio al governo. Non ultima Barbara Lezzi, già ministra nel Conte I, che ha lanciato una raccolta firme per poter indire una nuova consultazione su Rousseau, stavolta non viziata da partigianerie. La proposta difficilmente verrà applicata dato che il voto di fiducia è previsto per domani, mercoledì 17, ed oggi su Rousseau vi è una votazione per modificare lo statuto.

Contemporaneamente, Davide Casaleggio, principe ereditario del MoVimento, ha aperto all’astensione da parte di deputati e senatori. Questa opzione darebbe la possibilità ai dissidenti di non votare la fiducia senza essere espulsi dai gruppi parlamentari.

Troppi controsensi, pochi consensi

Qui cade l’asino. Il M5S ed i suoi padri fondatori hanno sempre propugnato la democrazia diretta come superiore sulla rappresentativa, sognando addirittura un sistema in cui ai cittadini fosse sottoposta qualsiasi decisione importante. Di fatto, il mandato popolare, se così lo vogliamo intendere, non è stato rispettato né da chi questo governo lo vuole né da chi è contrario. Gli uni hanno tentato di manipolare l’opinione degli iscritti indirizzandola verso il “si”, gli altri non accettano la decisione del popolo sovrano. Se prendiamo gli eletti pentastellati come semplici emanazioni senza volontà dei propri elettori, feticci di transizione verso un sistema non più rappresentativo, questi non potrebbero neppure astenersi dal votare in accordo con quanto stabilito su Rousseau. Troppi controsensi interni.

Grillo, intanto, sogna un 2099 in cui il M5S non è neppure nominato, mentre Conte prepara la cavalcata per le prossime elezioni. Regna la vivida impressione che il MoVimento per come lo abbiamo conosciuto sia al capolinea ma che questa evoluzione voglia essere tenuta nascosta, coperta da una coltre di apparente normalità. Di fatto, dal mandato 0 ai rimborsi, da Rousseau alle alleanze con i banchieri e “quelli di Bibbiano”, non resta granché di un attore politico che si è troppo spesso occupato di massimi sistemi e non di affari terreni. Un ultimo canto del cigno, dunque. E neppure uno dei migliori.

Riccardo Paradisi

Etrusco con il salmastro nella testa. Cresciuto sulle sponde maremmane del Tirreno, ho vissuto a Siena, a Dublino e nel Montana. Ma, nonostante le culture conosciute e le opinioni raccolte, non sono ancora in grado di votare un partito che prenda più dello 0,3%. Alla fine, arresomi all'evidenza di essere più bravo a battere al computer piuttosto che a fare una X a matita, mi sono dato all'analisi politica per passione.

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