ITALIA E GIAPPONE DI NUOVO INSIEME?

ITALIA E GIAPPONE DI NUOVO INSIEME?

Negli ultimi giorni l’abdicazione ( la prima dal 1817) dell’85enne imperatore giapponese Akihito, in favore del figlio 59enne Naruhito, ha fatto inevitabilmente il giro del mondo ed anche noi di Spazio Politico abbiamo deciso  cogliere l’opportunità di questo evento epocale per analizzare approfonditamente le relazioni bilaterali fra il Belpaese ed il Sol Levante.

Questo non tanto per la passione che i reali nipponici hanno mostrato per le bellezze culturali e naturali dell’Italia, fra cui spicca anche la città di Siena, visitata da Akihito nel 1993 e Naruhito nel 2016. Piuttosto, per dimostrare come, sebbene distanti 10.000 km e, Roma e Tokyo presentino al contempo diverse convergenze.

A livello finanziario, entrambi sono gravati dal fardello di un poderoso debito pubblico, 132% per l’Italia e addirittura 250% per il Giappone, anche se Tokyo essendo in grado di stampare moneta e detenendo larga parte del suo debito si trova in una situazione   relativamente sostenibile. Italia e Giappone sono poi due paesi caratterizzati da un’estrema longevità: in Italia il 22% della popolazione è costituita da ultra 65enni, il 26 % in Giappone, percentuali destinate ad accrescersi significativamente nei decenni venturi . Entrambi i paesi dimostrano poi una triste predisposizione ai disastri naturali, soprattutto i terremoti.

Ci sono anche delle convergenze sotto il profilo storico, con la contemporaneità fra l’Unità d’Italia(1861) e la Restaurazione Meiji(1868) con  la quale il Giappone uscì da un plurisecolare isolamento per aprirsi alla modernità. Nel 1866 iniziarono i rapporti bilaterali ufficiali,  ai quali farà seguito una interessante influenza di autori italiani sull’arte e la cultura giapponese. Fra essi ricordiamo il pittore Antonio Fontanesi, lo scultore Vincenzo Ragusa e, ultimo ma non per importanza, l’operista Giacomo Puccini e la sua celeberrima Madama Butterfly.

La storia della collaborazione italo-nipponica è però tristemente macchiata dalla collaborazione suggellata dal Patto Tripartito(1940) nella seconda guerra mondiale, conclusasi con la sconfitta dell’Italia fascista mussoliniana e quella del Giappone militarista di Hideki Tojo e Hirohito. Una volta sconfitti, però, questi paesi entrarono sotto l’ala protettiva americana, assumendo valore strategico nel contesto della Guerra Fredda e divenendo “portaerei inaffondabili” di Washington nel Mediterraneo e in Estremo Oriente, nell’ottica del contenimento sovietico e cinese . L’abnegazione e l’alacrità delle rispettive popolazione consentirono di mettersi alle spalle il dramma della guerra e di conoscere un poderoso sviluppo e diffusione del benessere a partire dagli Anni 50 e 60.

L’adesione dell’Italia alla Nato e quella nipponica alla Seato( dissoltasi nel 1977) hanno però privato Italia e Giappone di velleità espansive, rinunciando ad esse in cambio di una dottrina economicistica improntata la benessere materiale delle popolazioni, sempre meno predisposte all’uso della forza militare. Sorte analoga toccò alla Germania, oggi prima economia europea e quarta a livello mondiale ma con un apparato militare non autosufficiente e vincolato alla protezione statunitense.

Curiosamente, però, negli ultimi anni il Giappone pare aver invertito questa tendenza, iniziando nel 2014 con una variazione all’articolo 9 della Costituzione pacifista imposta da Washington nel 1947, che impediva il ricorso alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, analogamente all’articolo 11 della Costituzione nostrana. Adesso è consentito a Tokyo utilizzare la forza per tutelare i propri alleati da eventuali minacce. Inoltre le spese militari nipponiche sono in aumento da diversi anni, avendo superato di recente la soglia psicologica dell’1% del PIL e piazzandosi al settimo posto nella classifica mondiale; a dicembre 2018 le Forze di Autodifesa Giapponesi hanno annunciato l’intensione di dotarsi di due portaerei negli anni a venire, le prima dalla fine della seconda guerra mondiale.

In un momento storico dove pare inarrestabile l’ascesa planetaria del vicino/rivale cinese, il Giappone torna a farsi sentire. Anche in Italia. Se infatti sulla visita di Xi Jinping ed il memorandum sulle Vie della Seta si sono usati fiumi d’inchiostro e di parole, la visita del premier giapponese Shinzo Abe è passata mediaticamente  in sordina. Colpevolmente.

Nella visita svolta a Roma a fine aprile, il capo del governo giapponese è stato accolto da Conte,Mattarella e Salvini, quest’ultimo mai entusiasta della visita di Xi in Italia. Oltre agli appelli congiunti nella lotta al protezionismo e nel sostegno al multilateralismo, Abe ha cercato l’appoggio italiano nella nuova strategia giapponese, che come la Cina mira a rafforzare alleanze economiche e strategiche con l’Occidente. Un primo tassello è stato posto con l’accordo commerciale fra Unione Europea e Giappone, entrato in vigore lo scorso 1 febbraio.

In particolare, Abe vuole tutelare la libertà della regione Indo-pacifica dalle ingerenze del Dragone, con un progetto simile alle Vie della Seta ma che intende connettere le democrazie nell’area. Si tratta del Quadrilateral Security Dalogue(QUAD) stabilito in un summit ASEAN di novembre 2017 con il coinvolgimento di Giappone,India, Australia e Stati Uniti e subito benedetto da Donald Trump.

La nuova strategia nipponica sembrerebbe comunque proporsi come alternativa alla Cina in termini economico-commerciali , sganciandosi progressivamente dalla dipendenza statunitense in materia securitaria e geopolitica, per gestire senza vincoli esterni il proprio futuro.

L’Italia si trova in una posizione scomoda: a differenza della Cina, con il Giappone non sono stati firmati né accordi né memorandum. Tuttavia, visto il precedente della Guerra Fredda, quando l’Italia ha mantenuto saldi rapporti con gli Usa senza rompere mai con l’Urss, è incoraggiante, in una congiuntura dove il Giappone vuole recuperare il terreno perso con la Cina.

Ancora una volta, due paesi geograficamente lontanissimi , con apparentemente nessun elemento condiviso, si scoprono molto vicini, con i propri destini intrecciati e forse speculari.

  ANDREA MARROCCHESI

 

 

 

 

Andrea Marrocchesi

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