Il verde e l’oro

Il verde e l’oro

Come diceva Terzani: “Come spesso capita con le più belle avventure della vita, anche questo viaggio cominciò per caso“. E fu proprio così. Un caffè. Di quelli che si prendono nei ventilati pomeriggi di fine estate. E ti ritrovi lì. Un po’ per cacciar via il mal di testa accumulato tra qualche bicchiere di troppo e la pioggia di risate della sera prima, un po’ perché il solito mare e le stesse facce ai primi di settembre hanno ormai stufato. Due amici di vent’anni e il sogno di evadere. Forse per colpevole noia della quotidiana spensieratezza, forse per ammirevole ambizione di raggiungere qualcosa di unico e di grande. La proposta indecente: partire l’estate seguente per visitare il Brasile. Non come semplici turisti ma da ospiti e volontari. Vivere un mese tra San Paolo e Rio, dalle favelas al Maracanà, per conoscere affondo la nazione del verde e dell’oro.

Una decisione facile

La più classica delle cartoline dal Brasile: il Cristo redentore

L’euforia che precede la scelta di viaggiare e qualche domanda sull’esperienza che ci avrebbe coinvolto l’estate seguente. Certo è che quando ti si prospetta l’occasione di volare in Brasile ogni scusa è ragionevole ed ogni risposta è corretta… O almeno così sembra…

“Possiedi spirito di adattamento?”. “Certo, a calcio il mister mi schierava sia terzino che centrale.”

“Conosci un po’ di portoghese?”. “Claro, Avrò visto Il barbiere di Rio almeno tre volte!”

Armi, bagagli e via. Si parte. Tra vera povertà e falsa ricchezza. Un viaggio nelle mille contraddizioni di un paese che pensa con l’amore di un bambino, ma agisce con la freddezza di un adulto.

Rotolando verso sud

Tanti partono con la voglia di perdersi, io al contrario preferisco programmare il possibile, tappa per tappa, per massimizzare il tempo trascorso lontano da casa. Questa volta no. Altri avevano organizzato per me e non volevo anticipazioni. Non conoscevo la gran parte dei compagni di viaggio. Sapevo che saremmo stati ospiti di famiglie locali e avremmo dato il nostro contributo alla comunità. Era ciò che mi bastava. Io, che ancora conservo il sentimento del sublime dinnanzi al mare, per una volta ero pronto a spogliarmi e tuffarmi, facendomi così trascinare dalle correnti dell’oceano. Sono proprio quelli i viaggi in cui, partendo per perderti, finisci col ritrovarti.

In cerca di un contatto

Del resto, non si trattava di una vacanza come le altre. Ero eccitato per il confronto con una realtà diversa. Convinto e motivato ad offrire il mio contributo per una buona causa, ma anche pronto a divertirmi in un paese così lontano e famoso per la gioia di vivere. L’obiettivo principale era quello di creare un contatto tra me e le persone del posto, un reciproco scambio che arricchisse entrambi. Ma chi sono i brasiliani e che rapporto hanno con l’Italia? Che cos’è che ha reso il loro Stato un’immensa cornucopia di contraddizioni?

Un tuffo nella storia del Brasile

Il Brasile moderno nasce dagli insediamenti lusitani del 1500. Dopo l’indipendenza ottenuta dal Portogallo nel 1822, la stella del Sud America vide un’esplosione di etnie, colori e vivacità. I grandi spazi e la ricchezza del sottosuolo favorirono nella seconda metà del XIX secolo numerosi insediamenti europei, in particolare tedeschi. Ben presto il caffè divenne un prodotto d’eccellenza brasiliano, sostituendo al vertice del commercio il cotone e lo zucchero. Sul piano politico e sociale se da una parte il Brasile non ha mai approvato leggi segregazioniste e già nel 1909 ha eletto il suo primo presidente nero, dall’altra è stato l’ultimo grande paese occidentale ad abolire la schiavitù. Il processo, nonostante l’opposizione delle famiglie di latifondisti, si sviluppò a partire dal 1871 con la Lei do ventre libre, grazie alla quale i figli di genitori schiavi vennero affrancati dai fazendeiros. Successivamente, la regina Isabella, con la Lei àurea del 1888, decretò l’abolizione definitiva della schiavitù. Di conseguenza, per sostituire la manodopera nei campi e placare il malcontento dei grandi proprietari terrieri, il governo sostenne una politica migratoria volta ad attirare intere famiglie provenienti dall’estero. Nell’idea di allora di civilizzazione della popolazione, gli italiani incarnavano il prototipo perfetto di immigrato.

L’immigrato perfetto

Bianchi, cattolici e con linguaggio e costumi affini a quelli brasiliani, nella seconda metà dell’Ottocento gli immigrati italiani partirono in massa dal Belpaese per cercare fortuna sulla sponda sudoccidentale dell’oceano Atlantico. Tra 1870 e 1920 emigrarono 1,4 milioni di italiani su un totale di 3,3 milioni di stranieri giunti in quegli anni in Brasile. Lo Stato sudamericano si faceva carico di pagare il viaggio agli emigranti e gli assicurava un pezzo di terra. In cambio chiedeva intere giornate passate nelle fazendas a raccogliere caffè, cotone o canna da zucchero. Sfruttati, senza alcuna garanzia di raggiungere quel benessere sperato, molti italiani abbandonarono l’agricoltura per iniziare a lavorare in fabbrica o per mettersi in proprio. Il risultato fu che la maggior parte degli italiani finì per vivere nelle favelas o nelle cortiҫos di Rio de Janeiro, grappoli di abitazioni fatiscenti e sovraffollate, dalle pessime condizioni igieniche, che tutt’oggi costellano le periferie urbane.

I veneto-brasiliani

La cantina Miolo nella Vale dos vinhedos (Rio Grande do Sul)

In alcune circostanze però, gli italiani riuscirono a far attecchire stabili radici anche nei terreni più impervi e periferici. È il caso del Rio Grande do Sul. Territorio più a Sud del Brasile, stretto tra Atlantico, Uruguay e Argentina e scartato dai tedeschi per la sue perifericità, fu la base di un nuovo inizio per molte famiglie venete. Non a caso proprio da quella zona provengono i migliori vini della parte orientale dell’America latina. Si tratta di un esempio di riuscita integrazione tra popoli, in cui ancora adesso nelle feste di paese si alterna alla poenta e osei il churrasco, mentre si sorseggia un buon prosecco o le tipiche infusioni di erva-mate.

Italiani brava gente

Nonostante la consueta diffidenza nei confronti dell’immigrato, l’italiano in Brasile difficilmente è stato discriminato. Ad eccezione dell’incidente diplomatico scaturito dagli atti xenofobi subiti dalla comunità italiana tra il 1894 e il 1896 e la conseguente risposta del governo di Roma, la convivenza italo-brasiliana ha dato buoni frutti. L’economista di San Paolo, Alfredo Ellis Júnior, espose nel 1937 il proprio resoconto positivo sull’immigrazione italiana oltreoceano. Nel suo articolo infatti, definisce gli italiani “gente dallo spirito febbrile di lavoro e di ambizione, di salire e di arricchirsi che si armonizzava così bene con l’attivismo del paulista”. In particolare, da un lato i settentrionali dipinti come “grandi commercianti ai quali si deve in gran parte lo spaventevole aumento del parco industriale”. Dall’altro i meridionali: “famosi e rinomati per l’adattamento al terreno agricolo paulista”. Un perfetto esempio di assimilazione tra diverse nazionalità.

Nel segno del tricolore

Lo stesso 1937 fu l’anno in cui morì il Conte Francesco Matarazzo, nato a Castellabate ed emigrato con i fratelli a San Paolo nel 1890. Lì fondò la IRFM, colosso industriale che negli anni d’oro offrì lavoro a decine di migliaia di persone. Oltre al grande contributo allo sviluppo economico, Matarazzo diede un importante impulso al mondo sportivo paulista essendo tra gli ideatori del Palestra Italia. Gloriosa società calcistica, oggi nota come Palmeiras e contraddistinta dai colori del nostra bandiera, fu fondata nel 1914 da un gruppo di imprenditori proprio per rappresentare sportivamente la comunità italiana

Questione di fede

La spiaggia di Copacabana in occasione della JMJ 2013

Oltre i meriti degli emigrati italiani, ciò che ci rende degli ospiti graditi in Brasile è la grande tradizione cattolica che lega da secoli i due paesi. Già a partire dal XVI secolo i portoghesi puntarono sulla conversione degli indigeni come strumento per ammorbidire l’opposizione al dominio straniero. Fu però nel periodo imperiale che si ebbe una forte commistione tra potere politico e religioso. La divisione amministrativa dei territori seguiva quella dei vescovadi e le nomine religiose avevano carattere politico. L’influenza rimane ancora oggi, basti pensare alle ultime elezioni presidenziali vinte da Jair Bolsonaro anche grazie alla capacità di intercettare i voti dei credenti. Tuttavia, gli equilibri stanno rapidamente cambiando. Le chiese evangeliche attirano sempre più seguaci e proprio per questo la decisione di Papa Francesco di organizzare nel 2013 la Giornata Mondiale della Gioventù in Brasile, fornendo involontariamente l’assist vincente al mio viaggio nel verde e nell’oro.

Alessandro Bergonzi

"Come spesso capita con le più belle avventure della vita, anche questo viaggio cominciò per caso." Tiziano Terzani

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