Il populismo è ancora vivo?

Il populismo è ancora vivo?

Sembra passata un’eternità, eppure poco meno di tre anni fa, nel giugno del 2018, in Italia nasceva il primo Governo dichiaratamente populista della storia repubblicana, mentre negli Stati Uniti Donald Trump era Presidente da più di un anno. Il termine “populismo” era ovunque: nei talk show non si parlava d’altro, sui social imperversavano gruppi e pagine che inneggiavano a questa presunta nuova categoria politica e persino in ambito accademico il fenomeno veniva analizzato nei minimi dettagli. Tuttavia, nel 2021, quel mondo, o meglio, quella bolla, sembra essersi dissolta come per magia.

Un film già visto

Il populismo è un fenomeno vecchio. C’erano già stati dei movimenti definiti in questo modo nella Russia e negli Stati Uniti nella seconda metà del XIX secolo. Ed era stata anche la parola chiave di molti regimi sudamericani del novecento e in parte del nuovo millennio. Si tratta però di un concetto molto vago, che nel corso degli anni ha assunto dei significati diversi in base al contesto. Ecco perché spesso anche gli intellettuali sono in disaccordo nel dare una definizione chiara. Tuttavia, nelle varie analisi, ci sono sempre due elementi comuni: l’esaltazione del popolo, descritto come virtuoso e integerrimo, e il rapporto diretto tra le masse e il leader.

Napoleone III

Partendo da queste basi, sono moltissime le esperienze che possono essere considerate populiste, dal Fascismo fino ad arrivare, secondo alcuni, addirittura a Mani Pulite. L’esempio migliore ci viene offerto dal regime di Napoleone III, che si la legittimava attraverso il ricorso ai plebisciti. In questo modo dava al popolo l’idea di esercitare una sorta di democrazia diretta (termine tanto caro ai populisti), ma si trattava di una pura finzione, visto che le consultazioni non avevano nessuna valenza giuridica. Ed ecco che il populismo mostra il suo vero volto, ovvero sia quello del bonapartismo. Oppure, per usare il linguaggio di Max Weber, quello del cesarismo. Per dirla in parole povere, un autoritarismo spacciato per democrazia.

Le caste e le élite

Quindi, quello che abbiamo visto negli ultimi anni, non è stato altro che il bonapartismo adattato alle democrazie liberali del XXI secolo. Un fenomeno venuto fuori grazie al crollo dei redditi della classe media dopo le crisi economiche del 2008 e del 2011. A queste due catastrofi i Governi di centro-destra e centro-sinistra, sia in Italia che all’estero, non sono stati in grado di dare delle risposte adeguate. È così che sono nati tutti i discorsi sulle élite cattive, le caste, i complotti dei poteri forti e tutto il resto. Ma oltre a queste storielle, i populisti del terzo millennio si sono distinti per il disprezzo nei confronti della modernità e della scienza. Anche in questo caso nulla di nuovo. Però, nell’era della tecnica, certe idee non si sposano molto bene con l’arte di Governo.

Gli errori

Il mondo di oggi è molto complesso. Se i governanti non riescono a destreggiarsi in ambito economico o nell’hi-tech, se hanno un sistema di credenze che li porta ad ignorare i più banali dettami scientifici, allora il fallimento è assicurato. È questo che è successo a Donald Trump: ha minimizzato gli effetti del Covid, strizzando l’occhio più o meno esplicitamente ad alcune teorie poco ortodosse (per usare un eufemismo) e andando allo scontro, per motivi politici, con Anthony Fauci, uno dei virologi più stimati del mondo. Delle mosse che gli sono costate la rielezione. Un discorso analogo si potrebbe fare per Bolsonaro e anche per Boris Johnson, che però, dopo le prime sbandate, ha subito fatto marcia indietro.

Manifesta incapacità

Anche prima del Covid, però, i Governi populisti avevano dimostrato una cosa: non riuscivano a dare delle soluzioni ai problemi che loro stessi avevano denunciato. I gialloverdi non avevano impensierito più di tanto l’Unione Europea e non avevano abrogato la tanto criticata Legge Fornero, limitandosi a varare l’illusoria Quota100. Ma soprattutto, i populisti non sono riusciti a scalfire più di tanto il loro spauracchio più grande, ovvero la globalizzazione. Del resto non basta fare qualche proclamo e stracciare alcuni accordi commerciali per fermare un processo in corso da svariati decenni e che di fatto tiene in piedi tutte le nostre economie. Per non parlare degli effetti, spesso impercettibili, che ha sulle nostre vite di tutti i giorni. La pandemia in un anno ha messo in crisi la globalizzazione più di quanto abbia fatto Trump durante i suoi quattro anni da Presidente. Questo forse ci dice qualcosa sui risultati dei sedicenti populisti.

La storia si ripete sempre due volte

Non è un caso allora che nel bel mezzo dell’emergenza sanitaria ci ritroviamo con un tecnico come Presidente del Consiglio. Tuttavia, la tecnocrazia è solo l’altra faccia della medaglia del populismo e in passato è stata anche una delle sue cause scatenanti. Del resto, oggi i populisti sembrano sconfitti e addirittura assorbiti nel cosiddetto “Governo dei migliori”, ma domani, quando la crisi economica mostrerà la sua faccia peggiore, potrebbero tornare di nuovo ad urlare in piazza per dirci che i responsabili del disastro sono i politici, non i bravi cittadini, e che ci serve un uomo forte, che con i suoi superpoteri ci salverà. Insomma, la solita solfa, o meglio, la solita “farsa”, per usare il termine con cui Marx definì l’avventura politica di Napoleone III.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui mi sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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