Il piano Conte (o “come non diventare la Spagna di Filippo II”)

Il piano Conte (o “come non diventare la Spagna di Filippo II”)

Da Madrid, centro geografico della corona di Castiglia, nella seconda metà del XVI secolo, l’occhio di Filippo d’Asburgo, detto “el Rey prudente” scrutava ad occidente ed oriente i possedimenti nelle Americhe, in Asia ed in Italia. Il suo Impero, ereditato da Carlo V, rappresentò la vetta più alta toccata dalla corona Spagnola e l’inizio del suo secolare declino che la portò ad uscire dal circolo delle potenze mondiali nel XIX secolo. I suoi flagelli? Una burocrazia troppo articolata e corrotta, un debito spaventoso ed una naturale avversione al cambiamento. Un quadro storico da ricordare ai governanti dell’Italia odierna.

Il costo della guerra

Fra il 1556 ed il 1598, Filippo II governava su un territorio immenso. Suo padre, Carlo V d’Asburgo, era stato imperatore del Sacro Romano Impero e aveva perseguito il messianico fine ultimo di unificare l’Europa sotto una monarchia universale. Il suo era stato l’Impero su cui non tramontava mai il sole, dalle Americhe all’Asia. Dei numerosi titoli del padre, Filippo II ereditava la corona spagnola con i possedimenti in Italia (Sicilia, Sardegna, Milano e Napoli), le Fiandre e la Borgogna, le colonie americane e le Filippine ai quali aggiunse anche il regno del Portogallo nel 1580. Con questi, Felipe el prudente ricevette anche tutti i problemi di un impero mondiale.

Gli avversari erano molti, sia sul fronte interno che internazionale. Carlo V, alla sua abdicazione, aveva lasciato al figlio il controllo dei Paesi Bassi. Questi mal tollerando il controllo spagnolo e la sua santa inquisizione, nel 1568 iniziarono una ribellione contro la corona d’Asburgo che prese il nome di Guerra degli 80 anni. A foraggiare questa ribellione furono Francia ed Inghilterra, regni costretti a contrastare la Spagna soltanto indirettamente a causa dei loro enormi problemi interni. La ribellione, che vide la nascita della Repubblica delle sette provincie unite, causò uno stillicidio di denaro per la corona spagnola che dovette finanziare per decenni l’esercito. Come se ciò non bastasse, la costruzione e la disfatta dell’Invincibile Armata contro la flotta inglese di Elisabetta I, rappresentò una sconfitta dolorosa che gravò pesantemente sulle casse regie.

Burocrazia e corruzione

Governare un impero così vasto da Madrid imponeva anche l’impiego di un’intricata burocrazia. L’impero, diviso in più regni governati da Viceré, si articolava in numerosi organi (dal Consiglio di Stato alle consultas) fino ad arrivare alle realtà locali. E se l’alta aristocrazia controllava il vertici della burocrazia imperiale, i letrados, piccoli nobili e borghesi, costituivano i funzionari imperiali, spesso mal retribuiti. L’apparato era talmente complicato e discrezionale che una lettera dalle Americhe poteva impiegare anche 8 mesi per raggiungere Madrid mentre il basso salario per i funzionari di grado inferiore fece dilagare fenomeni di corruzione.

La politica di corte ed il fervore religioso che caratterizzarono il regno di Filippo II causarono ulteriori problemi al regnante. In Castiglia ardeva la lotta fra la fazione dei Mendoza, aperta a stimoli esterni, e quella del Duca D’Alba, tradizionalista. Fuori dalla nucleo dell’Impero, l’alta nobiltà contribuiva ben poco alla ricchezza imperiale, imponendo tassazioni differenziate alla popolazione. I Castigliani, quindi, erano costretti a finanziare con imposte proibitive le guerre di Filippo e pagare mazzette ai funzionari per qualsiasi problema amministrativo. Oltre a questo, l’inquisizione e la corona portarono avanti una dura lotta contro ebrei, moriscos e valdesi.

Il ristagno economico

Sotto il peso di queste mastodontiche spese, finanziate in parte con i metalli preziosi in arrivo dalle miniere americane, Filippo II fu costretto a dichiarare bancarotta più volte. Alla sua morte, la Spagna fu condannata ad una stagnazione economica che nel lungo termine causò la sua uscita dal circolo delle grandi potenze. Per Adriano Prosperi, la causa di questa crisi perpetua fu “il rapporto negativo fra le ricchezze importate dall’America e la depressione economica del paese”. Il vertice risucchiava ogni forma di ricchezza proveniente da oltreoceano e dalla base, in un flusso di denaro che dal più povero raggiungeva il più ricco. I cittadini stessi erano vessati da tasse e fenomeni di corruzione mentre non vi erano impulsi per lo sviluppo di imprese economiche.

La mentalità tradizionalista e pigra della classe dirigente spagnola viene abilmente riassunta da Prosperi con il caso delle infrastrutture fluviali. Quando vennero proposte opere pubbliche per consentire la navigabilità del Tago così da permettere scambi fra Toledo e Lisbona, i lavori iniziarono e si arenarono sotto il peso di crescenti imposte. L’opera trovò inoltre l’opposizione di una Giunta riunita per valutare il progetto. Il verdetto? Se Dio avesse voluto fiumi navigabili, li avrebbe fatti tali.

Cosa possiamo imparare?

Tentare un paragone fra l’Italia di oggi e la Spagna di Filippo II sarebbe improprio, dal punto di vista storico. La nostra cara Repubblica non è un impero mondiale e le problematiche di ieri non sono quelle di oggi. Ciò nonostante, il Recovery fund può rappresentare per le casse dello Stato un nuovo carico dello scintillante argento di Potosì. Occorre non farsi scappare questa occasione e non sperperare i fondi.

Come la Spagna del Rey prudente, l’Italia paga lo scotto di un apparato burocratico inceppato (spesso più corrotto della politica) che costerebbe alle aziende 57 miliardi, più 53 miliardi di debiti con i propri fornitori, 40 miliardi di deficit logistico-infrastrutturale e 40 miliardi per la lentezza della giustizia civile. La pressione fiscale alle stelle (42,1%) e la mancanza di una politica industriale adeguata impediscono al nostro paese di essere competitivo sui settori più tecnologici, creando un gap con i nostri partner europei e non. Le infrastrutture sono il nostro fiume Tago, con opere pubbliche come il TAV , snodi stradali toscani mai completati, e antenne 5G bloccate in un paese con copertura internet insufficiente, fra ritardi, sprechi e pensiero luddista.

Il piano Conte sull’utilizzo del Recovery Fund sembra indirizzato a diminuire la pressione fiscale sul ceto medio, rafforzare il sistema scolastico, riformare la PA e la giustizia e incentivare gli investimenti con attenzione alle politiche green. La ricetta sa di panacea ma riconoscere i propri mali è il primo passo verso la guarigione. Perché, tornando alla Spagna, il rilancio del paese è soprattutto una questione strategica, per evitare che una potenza venga condannata all’oblio dalla storia.

Riccardo Paradisi

Etrusco con il salmastro nella testa. Cresciuto sulle sponde maremmane del Tirreno, ho vissuto a Siena, a Dublino e nel Montana. Ma, nonostante le culture conosciute e le opinioni raccolte, non sono ancora in grado di votare un partito che prenda più dello 0,3%. Alla fine, arresomi all'evidenza di essere più bravo a battere al computer piuttosto che a fare una X a matita, mi sono dato all'analisi politica per passione.

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