Il peccato originale di Zingaretti alla guida del PD

Il peccato originale di Zingaretti alla guida del PD

Nicola Zingaretti ha annunciato a sorpresa le sue dimissioni da segretario del PD. Una mossa inaspettata che avrà delle ripercussioni che dovranno essere valutate meglio nei prossimi giorni. Tuttavia, qualche considerazione si può già fare. Qualche giorno fa ha fatto molto scalpore un sondaggio di SWG che attribuisce ad un eventuale Movimento 5 Stelle guidato da Conte il 22% dei voti. In questo scenario, i grillini guidati dall’avvocato del popolo attirerebbero numerosi elettori del Partito Democratico che infatti, secondo la rilevazione, crollerebbe al 14%. Si sa, i sondaggi spesso non sono precisissimi, però ci dicono sempre qualcosa. E in questo caso ci raccontano tutti gli errori compiuti dal PD nell’ultimo anno e mezzo.

Un’apparente vittoria

Nell’agosto del 2019, dopo la caduta del Governo gialloverde, Zingaretti si trovò di fronte ad un bivio: andare a votare o accordarsi con i 5 stelle. Nel primo caso avrebbe dovuto affrontare una tortuosa campagna elettorale che, almeno secondo i pronostici, avrebbe portato Salvini a Palazzo Chigi. Nel secondo invece sarebbe nata una nuova maggioranza costituita dai pentastellati, da ciò che rimaneva di Leu e ovviamente dal Partito Democratico. Zingaretti, consigliato da Bettini e Franceschini, scelse la seconda strada, facendo molto furbescamente credere a Salvini l’opposto e spingendolo così a rompere definitivamente con Conte. Nacque così il Governo giallorosso, la Lega finì quasi isolata all’opposizione e i leader del PD incominciarono a meditare su un’alleanza strutturale con i 5 Stelle. Sembrava un trionfo, ma in realtà Zingaretti, Bettini e Franceschini non avevano valutato molto bene i pro e i contro.

Nella tana del lupo

Nel dare vita alla compagine giallorossa, l’intelligencija del Partito Democratico aveva ampiamente sottovalutato una variabile: Matteo Renzi. L’ex “rottamatore”, al momento della nascita del Governo giallorosso – che lui stesso aveva sponsorizzato – era rimasto dentro il PD, per poi fondare un mese dopo il suo piccolo partito personale, Italia Viva. Un’operazione che faceva chiaramente capire che Renzi, attraverso la sua pattuglia di parlamentari, aveva in pugno le sorti del Conte II. Zingaretti e soci avrebbero dovuto capire fin da subito che stavano mettendo il loro destino nelle mani di un soggetto interessato a frenare qualsiasi svolta vagamente socialdemocratica all’interno del PD. Non dovevano assolutamente fidarsi di un politico capace di dire tutto e il contrario di tutto, ma lo hanno fatto e il risultato è stato che Renzi, al momento opportuno, ha staccato la spina al Governo.

Contaminazione

La colpa più grave di Zingaretti è stata quella di aver creato un Governo formalmente contro il populismo ma che in realtà faceva sue molte delle idee populiste. Perché il taglio dei parlamentari, a cui il PD ha dato il suo assenso pur di allearsi con i 5 Stelle, è l’emblema dell’antipolitica e quindi del populismo. I valori alla base di quel referendum sviliscono la sacralità del Parlamento, che invece dovrebbe essere una delle stelle polari di una forza di centrosinistra. E cosa ha ottenuto in cambio il Partito Democratico? Lo ius soli? No. L’abrogazione di quei Decreti Sicurezza sventolati da Conte accanto a Salvini? Ni. Un’attenuazione del giustizialismo dei pentastellati? Assolutamente no. Per cui, più che un’alleanza fondata su un compromesso, si è trattata solo di una pericolosa contaminazione che sarà una macchia indelebile nella storia del PD.

Coraggio

Allora che doveva fare Zingaretti nell’agosto del 2019, andare a votare e consegnare il paese a Salvini? La politica è fatta di tatticismi e alleanze, ma molto spesso richiede anche coraggio, azzardi, scelte ambiziose. In quelle elezioni Salvini probabilmente si sarebbe preso il paese, ma è comunque quello che succederà nel 2023, perché le sue idee sono maggioritarie nel paese. Ma c’è una differenza. Durante i giorni del Papeete il leader leghista aveva chiesto i “pieni poteri”. Era stato uno scivolone incredibile sul piano della comunicazione, che aveva spaventato l’elettorato moderato. Su questo erroraccio che si poteva impostare un’efficace campagna elettorale attraverso un richiamo all’elettorato democratico contro il bonapartismo leghista. Poteva andare bene, e quello sì che sarebbe stato un trionfo, ma se fosse finita male, com’è probabile, sarebbe stata comunque una sconfitta che avrebbe posto le basi per ricostruire consapevolmente il campo della sinistra attorno a dei precisi valori condivisi. Oltre a togliere a Renzi la possibilità di sedere in Parlamento. Una sorta di reset.

Troppo tardi

Adesso però la situazione è cambiata. La gente è spaventata per gli effetti sanitari ed economici della pandemia, se Salvini o qualcun altro dovesse chiedere i pieni poteri, i moderati forse non sarebbero così intimoriti. Del resto, Draghi gode di un’autonomia mai vista nella storia repubblicana. In più, fare dalla mattina alla sera un Governo che aveva come unico collante la paura della Lega e del ritorno del fascismo, senza che ci fosse alcuna riflessione e presa di coscienza reale tra le forze della nuova maggioranza, paradossalmente ci ha portati, un anno e mezzo dopo, ad avere Giorgetti al MISE. E adesso è troppo tardi per creare a sinistra un campo ideologico ben strutturato, perché il PD, abbracciando il populismo, ha dimostrato di non avere una propria identità. Zingaretti e Bettini hanno sprecato l’occasione di rendere il PD di nuovo un partito di sinistra.

Le attenuanti

Tuttavia, non bisogna essere troppo severi. Zingaretti, seppur con mille limiti, ha cercato di operare un cambio di rotta rispetto alla segreteria di Matteo Renzi, la cui linea aveva portato il partito alla sconfitta di fatto delle elezioni del 2018. Una svolta, quella di Zinga, che non è mai piaciuta a nessuno nel cosiddetto “establishment” italiano e a quegli esponenti del Partito Democratico fedeli all’ex Sindaco di Firenze, per cui tutti volevano la sua testa. Adesso arriverà Bonaccini, l’ennesimo uomo della provvidenza ultra competente, che tra l’altro ha il merito di aver sconfitto la Lega in Emilia-Romagna, anche se ultimamente va d’accordo su molte cose con Matteo Salvini. Se dovesse essere lui il prossimo segretario del PD, lo riporterà sulle posizioni renziane e quindi lo porterà sempre più a destra.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui mi sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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