I giovani, un’importante minoranza italiana

I giovani, un’importante minoranza italiana

Ci lamentiamo dell’immaturità e dell’apatia mostrate dai giovani, ma quanto è adatto alla crescita delle nuove generazioni il contesto italiano? A guardare i dati la penisola sembra offrire ben poco ai millennials.
Non siamo un Paese di giovani e questo si sa. Dopo il Giappone (46 anni), l’Italia ha l’età media più alta del mondo (45 anni), simbolo di uno Stato che non fa più figli. Infatti, abbiamo uno dei tassi di fecondità più bassi a livello mondiale (1,2 figli per coppia) e l’età del primo parto si sposta sempre più avanti (31,3 anni). Di questo passo, secondo uno studio della University of Washington, pubblicato dalla rivista scientifica inglese The Lancet, si stima che il Belpaese nel 2100 dimezzerà la popolazione attuale, passando da 60 milioni di abitanti a circa 30.
Inoltre, nemmeno la politica sembra sforzarsi per garantire grandi opportunità ai giovani italiani. In relazione alla spesa pubblica, infatti, siamo il Paese europeo che investe meno nel Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur).

Grandi aspettative sui giovani

A livello mediatico i giovani sono sempre al centro dei discorsi politici, una retorica accentuatasi con la pandemia, in attesa dei miliardi del Next Generation EU.
75 anni dopo la nascita della Repubblica, c’è un’Italia nuovamente da ripensare: “Come allora, è tempo di costruire il futuro. L’Italia ha le carte in regola per farcela”. Ha detto Sergio Mattarella in occasione della festa del 2 giugno. Poi, proseguendo nel discorso, il presidente ha poggiato le speranze del Paese sulle spalle delle nuove generazioni: “Tocca a voi ora scrivere la storia della Repubblica, scegliete gli esempi e preparatevi ad essere i protagonisti del futuro italiano”. Ha concluso Mattarella. Lanciando così un messaggio di incoraggiamento ai giovani per spronarli nel prendere le redini del Paese, ma anche un monito alla politica che da anni si dimentica di coinvolgere le nuove generazioni.

Patrimoniale e voto ai sedicenni: vi piace?

Prima di Mattarella ci aveva pensato Enrico Letta che da nuovo segretario del Pd, a modo suo, ha riaperto la discussione sui millennials. Inizialmente rilanciando l’idea del voto ai sedicenni e poi proponendo una patrimoniale da 10.000 euro in favore dei diciottenni. Tutti tentativi, pensati o malpensati, per stimolare la risposta sociale delle nuove generazioni che tanto dividono l’opinione pubblica. Secondo alcuni troppo immature per interessarsi alla politica, secondo altri vittime di un sistema gerontocratico.

Enrico Letta, appena eletto segretario del Partito democratico si è rivolto ai giovani

Come è normale che sia, i nati dopo il 2000 sono diversi dai ragazzi di mezzo secolo fa, ma sono le persone a cambiare i tempi o i tempi che cambiano le persone?

Un problema di mentalità, ma anche economico

Sicuramente, proprio negli anni in cui Marzullo andava alle superiori, i giovani possedevano una maturità sociale più strutturata rispetto ai loro coetanei attuali. La politica si viveva a scuola con associazioni studentesche dalle ideologie ben marcate e chi da un lato chi dall’altro, vedeva nella politica (e ovviamente non nei social) il mezzo attraverso il quale incidere sul futuro. Tuttavia oggi, più che disinteresse c’è disillusione verso un mondo sempre e solo appannaggio dei più anziani. Forse si tratta semplicemente di mentalità sbagliata, tipica di un mondo dominato dalle immagini più che dall’immaginazione, in cui il dogma dell’istantaneità porta a volere tutto e subito.

Certamente, però, è un problema di tipo trasversale. Tocca tanto la politica e i centri di potere quanto la scuola, e finisce inesorabilmente per danneggiare lo sviluppo e la crescita economica della nostra società.

Miliardari a confronto

Emblematico il confronto tra i primi quattro miliardari italiani e quelli statunitensi, indicati di seguito per nome dell’impresa di cui sono titolari, età e patrimonio netto.

Miliardari italiani

  1. Leonardo Del Vecchio: Luxottica, 86 anni (25,8 miliardi di dollari)
  2. Massimiliana Landini: Menarini, 78 anni (9,1 miliardi di dollari)
  3. Giorgio Armani: Stilista, 86 anni (7,7 miliardi di dollari)
  4. Silvio Berlusconi: Fininvest, 84 anni (7,6 miliardi di dollari)

Miliardari statunitensi

  1. Jeff Bezos: Amazon, 57 anni (177 miliardi di dollari)
  2. Elon Musk: Tesla, 49 anni (151 miliardi di dollari)
  3. Bill Gates: Microsoft, 65 anni (124 miliardi di dollari)
  4. Mark Zuckerberg: Facebook, 36 anni (97 miliardi di dollari)

È evidente come oltre il grande salto generazionale, tra ultraricchi italiani e statunitensi ci siano differenze sul campo d’azione, con gli americani molto più vocati all’imprenditoria tecnologica ed innovativa, settori imprescindibili per lo sviluppo di un’economia nel XXI secolo. Ovviamente questo va ricollegato ad un fattore d’età. Tuttavia, il fatto che i miliardari a stelle e strisce siano più giovani di quelli nostrani è dovuto ai maggiori investimenti effettuati negli anni dagli Stati Uniti in formazione, ricerca e innovazione, ma anche alle sinergie sviluppate tra le università americane e il mondo del lavoro.

Cosa offrire ai giovani

Dunque, una politica che vuole formare nuove generazioni capaci di dare un contributo significativo alla società dovrebbe domandarsi: “cosa posso offrire ai giovani?”
Magari, prima di proporre il voto ai sedicenni e regalargli denaro solo in quanto facenti parte della “minoranza giovani”, sarebbe il caso di riscrivere programmi scolastici ormai scollegati dalle necessità del mondo del lavoro. Fornendo finalmente ai millennials i mezzi per discutere di diritto, economia ed ambiente e mettere in pratica tutto ciò che hanno appreso a scuola, stimolando anche le loro attitudini creative.
Occorre, in sintesi, investire tempo e denaro in tutti gli aspetti legati al mondo della scuola, partendo dalla formazione degli insegnanti.

Ultimi in Europa

l’Italia, secondo i dati Eurostat, spende in istruzione meno degli altri grandi Paesi europei. Sia in rapporto al Pil che alla spesa pubblica totale. Inoltre, il calo di investimenti registrato in questo settore dal 2009 fino ad oggi, sta avvenendo più velocemente rispetto alla media europea.
Infatti, la spesa di circa 66 miliardi di euro per la scuola, ha collocato nel 2017 il nostro Paese dietro a Germania (circa 134,6 miliardi di euro), Francia (124,1 miliardi) e Regno Unito (poco più di 107,6 miliardi).
Inoltre, a differenza degli altri Stati, in Italia gli investimenti stanno decrescendo rapidamente al passare degli anni. Se nel 2009 l’Italia aveva impiegato per l’istruzione pubblica poco più di 72 miliardi di euro, circa 6 miliardi in più rispetto ad 8 anni dopo, nello stesso periodo di tempo, la Francia ha aumentato di circa 15 miliardi di euro la spesa per la scuola, la Germania di oltre 28 miliardi.

Se si guarda alla percentuale di spesa pubblica totale utilizzata dall’Italia per l’istruzione, i dati sono ancora più preoccupanti. Sempre nel 2017, l’Italia ha investito solo il 7,9 % della spesa pubblica nel Miur, il che la pone ultima tra gli Stati dell’Unione europea.

Come se non bastasse, dopo il 2017 il governo ha previsto ulteriori tagli. Nel 2019, infatti, l’Italia ha destinato 60,6 miliardi al Miur. Con la successiva legge di bilancio poi, ne ha stanziati ancora meno, solo 56,6 miliardi per il 2022. Cifra che però, con tutta probabilità, aumenterà in base all’utilizzo dei fondi del Next Generation EU.

Il resto

Il tutto senza calcolare gli sbarramenti che i giovani trovano nel raggiungimento dell’indipendenza economica. Tra crescente richiesta di specializzazione e salari spesso non commisurati all’impegno richiesto, è sempre più difficile trovare un lavoro che garantisca stabilità. Se nell’ultimo anno sono andati persi circa 945.000 posti di lavoro, 159.000 di questi appartenevano alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni, per un tasso di disoccupazione giovanile che ha ormai abbondantemente superato il 30%.

Alessandro Bergonzi

Nato a Roma, cresciuto a Imperia. I libri di Terzani mi hanno insegnato a sognare e una laurea in giurisprudenza mi ha permesso di riflettere. Mi piace scrivere di geopolitica, indagare e approfondire tutto ciò che non è lineare.

Commenta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: