Governo Draghi, l’ultima chiamata per l’Italia?

Governo Draghi, l’ultima chiamata per l’Italia?

Se n’è parlato spesso nell’ultimo anno, il suo nome saltava fuori in quasi tutte le discussioni politiche, anche se molte volte non veniva chiamato in causa direttamente. È stato quasi come una sorta di spettro che si aggirava nelle stanze di Palazzo Chigi durante i giorni più bui del Conte II. E dopo un’estenuante crisi di governo, il fantasma si è finalmente materializzato: Mario Draghi ha ricevuto l’incarico di formare un nuovo Governo.

SuperMario

Inutile girarci intorno, Draghi è l’unica personalità italiana che gode di prestigio e autorevolezza al di fuori della nostra penisola. Se tra trent’anni il progetto europeo sarà definitivamente decollato, il suo celebre “Whatever it takes – frase simbolo del salvataggio dell’eurozona travolta dalla crisi dei debiti sovrani – verrà ampiamente studiato nei libri di storia di tutti gli Stati membri. Rutte, per intenderci, non si sarebbe mai permesso di alzare la voce con Draghi, come invece ha fatto l’estate scorsa con Conte. Anche perché non ne avrebbe avuto il motivo. Il nuovo Premier ci viene descritto quindi come il più classico dei supereroi che arriva a risolvere la situazione quando ormai sembra compromessa. Se questa prospettiva può sembrare esaltante, bisogna però anche essere consapevoli che si tratta dell’ultima carta del mazzo. Se fallisce Draghi, sarà difficile trovare un altro salvatore della patria.

Monti sì, Monti no

Uno dei temi di discussione è sicuramente il paragone con l’altro grande tecnico diventato Premier, ovvero Mario Monti. Anche lui fu accolto dalla stampa con toni trionfalistici, salvo poi diventare uno degli uomini più odiati d’Italia, per via di alcune riforme, come la Legge Fornero. Ma Monti fu chiamato per prendere delle decisioni dolorose che i politici non avevano il coraggio di fare, Draghi invece dovrà spendere i soldi del Next Generation Eu. Questo è il refrain più in voga al momento, ed in parte è vero. Ma non dobbiamo dimenticare di essere nel bel mezzo di una crisi economica (e sanitaria, ovviamente) epocale e che nessuno ha la bacchetta magica, nemmeno Draghi. Ci saranno da fare dei sacrifici dunque, il primo dei quali potrebbe essere la fine del blocco dei licenziamenti, una misura richiesta a gran voce da Confindustria.

I vinti

Forse è presto per tirare le somme, ma questa crisi ci ha già dato qualche certezza. I 5 Stelle di fatto lasciano la guida del paese ma, essendo il partito di maggioranza relativa, conservano ancora una certa centralità. La coerenza invece è stata smarrita già da tempo e le elezioni, che prima o poi arriveranno, potrebbero fare davvero molto male ai pentastellati. Conte ha perso perché ha pensato di essere insostituibile e quindi si è infilato nell’infruttuosa caccia ai “responsabili”, invece di trattare a tutti i costi con Renzi. Ma il grande sconfitto è soprattutto il PD, che da secondo azionista di Governo si ritrova adesso ad essere un attore marginale. E il duo Zingaretti – Bettini potrebbe pagare per tutti, con Bonaccini che scalpita. Un cambio che porterebbe il partito a svoltare a destra.

I vincitori

Draghi a Palazzo Chigi è sicuramente una grande vittoria di Matteo Renzi. Ha imposto la sua agenda, ha ridimensionato Conte e ha dimostrato di essere al momento il politico più bravo nei giochi di palazzo. Festeggiano +Europa e Azione, che difficilmente potrebbero chiedere un Premier migliore dal loro punto di vista. Ed esulta chiaramente il centrodestra, che vede finalmente cadere un governo che era ritenuto tra i più a sinistra di sempre. Berlusconi potrà tornare a far parte di una maggioranza, forse per l’ultima volta. Fratelli d’Italia rimane all’opposizione, per provare a continuare a crescere nei sondaggi. Al tempo stesso la Meloni non chiude la porta al nuovo Premier, consapevole che potrebbe tornare comodo assecondarlo sui provvedimenti più popolari. Il colpo grosso però lo fa Salvini, o meglio Giorgetti, scegliendo di appoggiare Draghi.

Borghi&Bagnai: la fine di un’epoca

Chi avrebbe mai pronosticato soltanto un mese fa la svolta europeista della Lega? Una mossa dettata dal pragmatismo, certo, probabilmente più vera a parole che nei fatti. Ma questo cambio di passo sull’UE era necessario per Giorgetti, per non finire per sempre nell’angolo, come accade a Marine Le Pen. Con buona pace di Borghi e Bagnai, che con le critiche verso Draghi ci hanno costruito una carriera politica, mentre adesso sono costretti a rimangiarsi tutto ciò che hanno predicato negli ultimi dieci anni. Non un bello spot per la politica. Ma si sa, “Parigi val bene una messa” e gli imprenditori veneti e lombardi (e quindi la Lega) non potevano certo lasciarsi sfuggire la spartizione di una torta da 209 miliardi di euro. Del resto, questa torta è sempre stata l’unico vero oggetto del contendere di questa crisi di governo, il resto sono chiacchiere.

Populismo vs Tecnocrazia

La Lega diventa europeista mentre il più competente di tutti va a Palazzo Chigi. La legislatura che era partita con i gialloverdi, si chiude con la sconfitta del populismo e il trionfo dei tecnocrati. Ma queste due categorie sono davvero così distanti tra loro? Di fatto condividono lo stesso nemico, ovvero la politica: per i populisti è sinonimo di corruzione, per i “competenti” di incapacità. Ma hanno in comune anche la ricerca del deus ex machina. Il populismo infatti è impersonato dall’uomo forte e carismatico, mentre i sostenitori dell’epistocrazia cercano il tecnico infallibile che sa sempre cosa fare. Infine, entrambi abolirebbero la democrazia moderna, i primi per sostituirla con il rapporto plebiscitario tra le masse e il capo; i secondi perché il popolo non è abbastanza istruito per badare a sé stesso.

L’ultima chance

Ci troviamo di fronte ad una falsa dicotomia, molto mediatica e poco pratica. La vera frattura semmai potrebbe essere identificata in filo-atlantici vs filo-cinesi, ma è un’altra storia. Ciò che conta è che la crisi italiana, di idee e di classe dirigente, continua inesorabilmente. Ma la disoccupazione galoppa e la pandemia non si ferma, non c’è tempo per ripartire. Quindi il Governo Draghi e i 209 miliardi europei sono davvero l’ultima spiaggia prima del baratro. A patto però che questa manovra non serva, ancora una volta, a socializzare le perdite e a privatizzare gli utili.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui mi sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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