God bless USA and Seattle

God bless USA and Seattle

Dio benedica l’America

“God bless USA”. Così recitava una canzone di Lee Greenwood nel 1984, nella quale l’autore ricordava di essere orgoglioso di essere americano, di essere libero e che non si sarebbe dimenticato di coloro che erano morti per far si che questo diritto fosse anche il suo. Che Dio benedica l’America, ma che la benedica davvero perché ora ne ha davvero bisogno. Ad esser sinceri più che l’America credo ne abbia bisogno il popolo americano, in preda ad una euforia di piazza che oppone proteste pacifiche e rivendicazioni sacrosante ad accozzaglie di facinorosi che godono del momento per seminare caos e ribellione. Temo che le serie televisive sui mondi post-apocalittici stiano producendo i loro dannosi effetti, facendo emergere in questi soggetti un innato desiderio di fare della violenza la loro parola, come se non esistesse uno Stato con le leggi da rispettare. C’è da dire, però, che alcune città messe a ferro e fuoco sembrano davvero scenari degni di videogame del Calibro di FallOut o di The Last of Us, le cui ambientazioni si svolgono in città e territori distrutti, rasi al suolo, memorie viventi di civiltà ormai perdute, crollate sotto il loro stesso peso. Certo è che questa similitudine non deve essere una scusante per i soggetti riottosi i quali si comportano come se la Legge fosse morta e loro fossero i giudici. Prima o poi, credo, lo capiranno. In questo senso ci ha già pensato il colosso mondiale Apple a “sculacciarli”, sostenendo che tutti i loro prodotti sono tracciabili e ben presto risaliranno agli sciacalli. Insomma, nel saper condurre rivolte, saccheggi e gesti di inciviltà ci vuole anche una preparazione. Riprovateci la prossima volta, sarete più fortunati.

Seattle abdica

Che la questione americana sia complicata nessuno lo mette in dubbio. Abbiamo dialogato con gli admin di ELEZIONI USA 2020, ci e mi hanno mostrato tanti spunti, tante letture che spesso sfuggono ai più attenti ed è per questo che non mi soffermerò su quanto già ampiamente detto con loro e sui MEDIA in tutte le salse possibili. Ciò che più ha colpito la mia attenzione e probabilmente ha riacceso il mio desiderio di buttare giù qualche riga è l’evento a cui stiamo assistendo a Seattle. Nei pressi del Dipartimento di Polizia della città, dopo giorni incandescenti tra rivoltosi e polizia, pare sia stata concessa l’opportunità di avere una “zona libera”. Adopero il termine pare, in quanto i primi battibecchi istituzionali sono già venuti a galla. Il Sindaco ha sostenuto che l’invio dell’esercito da parte del Governo sarebbe incostituzionale, dall’altra il Capo della Polizia ha ribattuto sostenendo che non è stata una scelta della Polizia di fare un passo indietro. Come se non fosse già difficile la situazione, anche le istituzioni locali iniziano a litigare, a bisticciare sotto gli occhi vigili del Presidente Trump, chiaramente disturbato ed irritato da questo pseudo esperimento sociale. Poco importa se sia stato il Sindaco o il Capo della Polizia a decidere questo passo indietro poiché il risultato è il medesimo, ossia l’istituzione della “Capitol Hill Autonomous Zone”. Rigorosamente Free-Cop.

Autonomous Zone

I cittadini di Seattle dopo l'istituzione della Zona Libera hanno imbrattato con le bombolette il Dipartimento di Polizia.
Il Dipartimento di Polizia dopo l’istituzione della Zona Libera. Fonte: Wikipedia

“This space is now property of the Seattle people” recita lo striscione apposto sulla Stazione di Polizia ormai vuota. Oltre a ciò sono state costituite Zone per Fumatori, un centro medico ed istituite modalità di acquisto e distribuzione di cibo ed acqua. Ciò a cui assistiamo, a detta di giornalisti e della stessa “sindaca” è un esempio di pace, di amore, di lotta all’ineguaglianza, un esperimento sociale di una comunità che si autogestisce. Chiaramente tutto ciò pare idilliaco, quasi una sorta di Paradiso in terra, se non fosse che i casi di violenza si son verificati anche in questa parte di città durante la notte. Perché in fin dei conti se non vi è un’autorità che fa rispettare la legge, qualcuno finirà col violarla o di divenire esso stesso “La Legge”.

Schiaffo a Trump o agli USA?

Le criticità sono molte, ma alcune più di altre. A chi inneggia a questi esperimenti pseudo sociali, per dimostrare che la polizia o le autorità siano inutili o addirittura dannose, bisogna rispondere con la pura scienza politica. Uno Stato è sovrano in quanto detiene il monopolio della forza, ove per monopolio della forza non si intende schiacciare un civile con il ginocchio fino a farlo morire, ma si intende la capacità di far rispettare le leggi anche con metodi coercitivi. Il primo caso è chiaramente una distorsione e come tale va punita con pene esemplari, affinché ciò non riaccada più né ora né mai. Al contempo però, tali distorsioni non giustificano tentativi di autonomia sul suolo di uno Stato democratico ed ancor meno giustificano coloro che giustificano tali eventi. Pacifica o meno, la Zona Libera di Seattle non è una sfida al Presidente Trump, ma costituisce in pieno uno schiaffo agli Stati Uniti ed alle sue istituzioni a prescindere dal colore politico. In un momento in cui gli Stati Uniti cercano di ritrovare se stessi, di rilanciarsi, di gettare basi nuove, di maggiore eguaglianza, questo tipo di episodi non rafforzano le proteste, ma rischiano di mostrarne il lato più sovversivo e meno costruttivo agli occhi degli osservatori. Senza ombra di dubbio l’utilizzo di alcuni termini poi costituisce un ulteriore punto debole di questa esperienza. Vocaboli come “popolare” e “comune”, molto familiari ai Socialismi, sicuramente non si confanno molto alla tradizione americana ed ai suoi cittadini che per anni hanno combattuto il Comunismo e la sua diffusione nel mondo.

La Comune di Seattle?

I cittadini camminano liberamente per la Zona Libera di Seattle. Nelle ore diurne si assiste ad una vita normale.
Una delle “entrate” alla Free Cap Hill di Seattle. Fonte: Wikipedia

I giornali statunitensi narrano versioni differenti di questa “Comune Di Seattle”. Da un lato vi è chi parla di pacifismo e di amore, dall’altro chi ne mette in luce le ombre e perplessità. Sicuramente questo tipo di esperienza sarà pane miracoloso per i più radicali negli Stati Uniti, ma soprattutto per i Radicali da Salotto europei. Qualcuno ne elogerà la bontà, rievocando proprio l’esperienza della Comune Parigina del 1870, altri vedranno un tentativo di Soviet a stelle e strisce. Forse cieco nella mia incoscienza ed ignoranza rigetto queste tesi. La Comune di Parigi, al pari del Soviet di San Pietroburgo si poggiavano su massimi sistemi intellettuali, su pensatori di pregio e ideologi che oggi ancora studiamo nei libri. L’esperienza di Seattle non ha nulla di tutto ciò, si caratterizza per il desiderio di una “società più giusta, senza razzismo e senza polizia”. E’ soprattutto l’ultimo elemento a caratterizzarla, come se l’autorità pubblica di polizia fosse la panacea di tutti i mali americani. Insomma pare proprio una sorta di autogestione scolastica su larga scala. Ma quando arriverà la Digos?

That’s all Folks

Credo proprio che come esperienza si commenti da sé. Per questo dico “che Dio benedica l’America e Seattle”. Che possano ritrovare se stessi e rilanciarsi, che possano gettare le fondamenta di una società più equa e giusta per ritrovare quella spinta che li ha resi grandi e simbolo di libertà nel mondo. Il mio augurio è che per abbattere Trump “l’inamovibile” non si debba ricorrere alla distruzione, indebolimento e/o delegittimazione delle istituzioni democratiche americane. E’ l’augurio sincero di un semplice persona che guarda agli Stati Uniti come il cugino un po’ sbruffone e sempre alla moda, che finisci sempre con l’imitare, che ami e mal sopporti, che è sempre un passo avanti a te, talvolta scanzonato ma che nei momenti di magra e di grassa, è sempre pronto a tenderti una mano. Per questo condanno questi “esperimenti sociali”, ma soprattutto auguro una pronta guarigione alla società statunitense.
Con affetto.

Maurizio Troiano

Diplomato col massimo dei voti al Liceo Classico di Foggia, ho deciso di seguire il percorso più vicino a me, quello di Scienze Politiche. Trasferitomi a Siena, ho trascorso qui anni eccezionali, laureandomi in Relazioni Internazionali con 110/100 e lode, ma soprattutto incontrando persone meravigliose, grazie alle quali son riuscito a costruire questo blog. Da Siena ho raggiunto Forlì, laureandomi in Scienze Internazionali e Diplomatiche, intraprendendo il percorso della diplomazia, che è il mio sogno ed obiettivo. Concluso ormai il Master in Scienze Diplomatiche a Roma presso la SIOI, sto proseguendo nelle mie ricerche nell'alveo delle relazioni internazionali, dei rapporti tra Stati e degli affari esteri che ho avuto modo di approfondire anche grazie a numerosi progetti e simulazioni internazionali. Mi animano motivazione e passione, sono loro a guidarmi ogni giorno tanto nel blog quanto nei miei studi. In fin dei conti, come sosteneva Norman Augustine: “La motivazione batterà quasi sempre il semplice talento.”

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