Covid 19 e debito pubblico: la lezione del Giappone

Covid 19 e debito pubblico: la lezione del Giappone

La pandemia da Covid 19 ha stravolto il mondo, in un 2020 che difficilmente dimenticheremo presto.

Oltre alle ovvie ripercussioni sanitarie, questo patogeno lascerà dietro notevoli cicatrici sociali ed economiche.

Specificamente, le finanze pubbliche avvertiranno il colpo, sottoforma di maggiore indebitamento.

Italia in (agro)dolce compagnia

Per impedire una caduta ancora più rovinosa dei propri sistemi produttivi nazionali a seguito dei numerosi lockdown , i governi di tutto il mondo hanno fatto ricorso allo strumento della spesa pubblica in maniera molto massiccia. Durante una congiuntura recessiva il debito va ad aumentare, in quanto le entrate fiscali diminuiscono e le spese da sostenere aumentano.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il debito pubblico mondiale supererà il Pil planetario, attestandosi al 101,5%, a seguito di 11.000 miliardi iniettati nelle varie economie globali. Un livello mai visto dal 1945.

Anche gli Stati Uniti supereranno questa soglia psicologica, seguiti da diversi paesi europei, come Francia, Spagna e Regno Unito.

La situazione italiana, come noto da tempo, non è semplice: dopo aver chiuso il 2019 con un rapporto debito/Pil al 135%, a fine anno tale macigno dovrebbe attestarsi al 160%.Nascono quindi dubbi sulla sostenibilità del nostro debito sovrano nel lungo termine.

Tuttavia, c’è un paese che sembra in grado di gestire un debito pubblico monstre e di vantare una notevole solidità.

Il paradosso di Tokyo

Dopo decenni di fortissima crescita postbellica, il Giappone fu duramente colpito dalla bolla speculativa immobiliare-finanziaria del 1990/91, alla quale sono seguiti decenni di politiche monetarie e fiscali molto espansive che hanno gonfiato enormemente l’esposizione debitoria.

Nel 2010 fu superata la soglia psicologica del 200%, toccando il 240% nel 2019 e destinata ad impennarsi causa pandemia

In cifre, si tratterebbe di 1 quadrilione di Yen( 1 milione di miliardi!) oppure 9000 miliardi di euro, quasi il quadruplo dei 2500 miliardi che graveranno su Roma a fine anno.

Nonostante tali cifre, il paese non ha mai sofferto crisi di sfiducia da parte dei mercati finanziari. I tassi d’interesse sui titoli di Stato sono bassissimi. Perchè?

Un debito diverso

Si afferma che il debito pubblico nipponico è sostenibile perché in larga parte, circa il 90%, di natura domestica. Questo è parzialmente corretto.

Si potrebbe dedurre che le obbligazioni di Stato siano tutte in mano alle famiglie giapponesi, note per la propensione al risparmio. In realtà, tale quota è pari ad un misero 2%. Ma allora chi possiede il debito?

Il 43% è detenuto dalla Bank of Japan, il 19% dalle banche private, il 20% dai fondi pensioni e dalle assicurazioni e l’8% dal loro Inps. Il 10% di debito estero è in mano quasi esclusivamente ad investitori istituzionali.

Il rinnovamento di questo debito a scadenza è dunque routine, essendo lo Stato debitore e creditore insieme. Al netto delle attività finanziare detenute dalla PA giapponese, il debito è intorno al 150%. Alto, ma non eccessivo.

La Boj controlla la curva dei rendimenti dei tassi, rendendoli poco appetibili per le speculazioni. Inoltre, il debito detenuto dalla banca centrale è sostanzialmente sterilizzato. L’istituto di emissione infatti compra le obbligazioni per tenerle, mantiene bassi i rendimenti e gli interessi che riceve dallo Stato tornano a quest’ultimo come partita di giro.

Il Giappone gode poi di una notevole disciplina, avendo investito molto in infrastrutture e istruzione e vantando il ruolo di primo creditore mondiale, con oltre 3000 miliardi di assets esterni detenuti da cittadini, aziende e istituzioni.

Non tutto è oro quel che luccica

La situazione giapponese presenta tuttavia delle problematiche. Nonostante l’oceano di liquidità iniettato dalla loro banca centrale(prima fra i paesi sviluppati ad avviare il quantitative easing nel 2001), Tokyo soffre di debolezze strutturali, in primis quella demografica.

Il debito pensionistico futuro è stato attenzionato notevolmente dall’ex premier Shinzo Abe, come dimostrato da una riforma previdenziale che permette di lavorare fino a 85 anni se in salute. Altro che Fornero!

In conclusione

È innanzitutto doveroso precisare che non esiste una soglia che determina automaticamente il default di uno Stato.

L’Argentina nel 2001 saltò per aria con un debito del 93%, percentuale simile a quella di molti paesi sudamericani che negli Anni 80 raggiunsero il fallimento.

Oltre alla percentuale di debito sul Pil, la sostenibilità è data da altri due elementi: la valuta in cui il debito è denominato e la quantità di debito detenuto da stranieri. Il Giappone è ampiamente coperto per entrambi.

Circa il 25-30% del debito nostrano è detenuto da stranieri. Una percentuale non esagerata ma nemmeno trascurabile. E nonostante le politiche ultra-espansive della Bce, l’euro non può essere manovrato appieno da Roma. Anche con la Lira eravamo vittime di attacchi speculativi.

In attesa dei finanziamenti europei del Recovery Fund, le parole di Mario Draghi sul debito “buono” e “cattivo” tornano enormemente utili per muoversi in un presente difficile ed un domani incerto.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

Commenta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: