La fine del sogno europeo?

La fine del sogno europeo?

Se pochi mesi fa il futuro del “sogno europeo” e dell’integrazione comunitaria pareva incerto, il disastro sanitario, economico e sociale causato dal Covid-19 potrebbe generare scenari quasi apocalittici.

Contrariamente al suo etimo, questa pandemia si è rivelata tutto fuorchè universale, tirando fuori il peggio di ogni Stato membro, azzerando virtualmente quella solidarietà che, in una congiuntura simile, sarebbe dovuta emergere ma che invece è venuta a mancare.

Si tratta di un fenomeno ormai consolidato, va detto. L’avvento della crisi dei debiti sovrani , esplosa con la Grecia nel 2010 e raggiunto l’apice nel 2012, quando l’Eurozona è andata vicina alla frantumazione, si è sviluppato un blocco interno al Continente, composto principalmente dai paesi del Nord, dediti al rigore contabile e poco avvezzi a sostenere i paesi mediterranei, ritenuti degli spendaccioni irresponsabili. Da quel momento, suddetta spaccatura non è mai stata risanata.

Gli attriti non si sono limitati agli aspetti economici e finanziari, ma hanno contaminato numerosi frangenti della vita sociale e politica europeo. Icastico esempio è dato dalla crisi migratoria del 2015, che ha dato vita ad un’altra fazione: quella dei paesi di Visegrad, principali beneficiari dei fondi strutturali ma irremovibili nella loro avversione circa la redistribuzione dei migranti. Meno di un anno dopo, si è giunti al referendum britannico sulla Brexit, primo caso di abbandono dell’UE.

Ciò ci porta all’ultima, tremenda minaccia: il coronavirus. Se si fosse scelta la strada della cooperazione, i risultati magari sarebbero stati differenti; ma purtroppo l’egoismo ha prevalso ed i paesi in maggiore difficoltà come Italia e Spagna sono rimasti da soli.   Un nemico invisibile, non un conflitto armato, ha seriamente minato le fondamenta della collaborazione continentale, almeno per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

Guardare ad una simile desolazione non genera solo sfiducia per il futuro, ma anche rammarico pensando al passato. In circa mezzo secolo, infatti, a passi graduali, si erano definiti e raggiunti una serie di obiettivi comuni. Sembrava davvero che l’Europa, all’alba del XXI secolo, fosse riuscita a federare pacificamente popoli che si facevano la guerra da secoli, consentendo al Vecchio Continente di affrontare la sfida della globalizzazione da protagonista. Il sogno europeo sembrava realizzato. Poi, però, qualcosa si è rotto.

Non si tratta di un problema legato ai nazionalismi: essi sono il sintomo, anziché la causa, del malessere scaturito dagli egoismi nazionali, che rappresentano un elemento forse ineliminabile della nostra storia. La spinta unitaria è venuta meno, relegando l’Europa ad attore atomizzato e comprimario dei grandi colossi: Stati Uniti, Cina, per certi aspetti la Russia e potenzialmente in futuro l’India.  

Considerando l’UE come un unico soggetto, esso sarebbe il terzo paese al mondo per popolazione, il secondo per dimensioni del PIL, il primo per l’interscambio commerciale, il secondo per spese militari . Numeri importanti, che alimentano ulteriormente il dispiacere per un’occasione perduta e riducono la speranza circa un domani  in cui la situazione potrà solo peggiorare, salvo imprevisti.  

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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