Espérance Hakuzwimana Ripanti: “dove eravate negli ultimi anni?”

Espérance Hakuzwimana Ripanti: “dove eravate negli ultimi anni?”

«Ciao, se ti scrivo è perché mi sento in pericolo. E se mi sento in pericolo sono più che convinta che lo siano tutte le persone che mi stanno accanto, che mi assomigliano o che mi ispirano. Mi chiamo Espérance, ho ventisei anni, sono una donna e sono nera”.

Basta aprire per curiosità il libro “E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana”, per ritrovarsi spiattellato di fronte a sé un episodio che racconta una vita intera. Un episodio che ne racconta, però, anche altre cento, mille, diecimila di vite.

Così non sono sufficienti quelle prime righe, con quel libro in mano prosegui, vai oltre e leggi: “C’è una narrazione sbagliata e carica d’odio che sta iniziando a rendere difficile la vita di chi, come me, in questo Paese ci è cresciuto e vuole considerarlo “proprio”. Perché, in chi non ha gli strumenti per comprendere e per capire tutto, si sta insinuando l’idea che l’origine o il colore di un corpo siano molto più importanti della sua dignità e della sua vita. E non è giusto, è terrificante e soprattutto non è una realtà con cui sono disposta a convivere. Ti chiedo solo questo. Racconta questa mia paura e insieme trasformiamola in forza. Fa’ luce su questa realtà che è diventata ormai quotidiana per me e per un sacco di altre vite, e che rimane sconosciuta agli altri. Io sto usando tutta la voce che ho e anche il tempo, ma non sono abbastanza. Con qualcosa di minuscolo possiamo fare folla, possiamo fare luce e cambiare le cose. Questa volta per davvero”.

Ma perchè oggi, a distanza di più di un anno dalla pubblicazione, sono andata a ricercarmi proprio quel libro. La colpa, o il merito, è proprio dell’autrice , Espérance Hakuzwimana Ripanti, che in prima fila a Torino durante il sit-in “I Can’t Breathe” ha riletto quella lettera, e lo ha fatto però con la sua voce, non più quella ipotizzata nella mia testa, e lo ha fatto di fronte ad una piazza gremita vestita di nero, distanziata con in mano cartelloni a tema.

Lettera seguita da parole ancora più dure, che se ripetute nella propria testa generano, nel bene o nel male, sconforto. “Dove eravate quando venivo discriminata?”. Chiede. Ma va anche dritta la punto: “Dove eravate negli ultimi anni? Dove eravate nella battaglia per lo Ius Soli?”.

Eccoci arrivati al timido “non sono razzista ma…” o all’esasperato: “mi hanno fatto diventare razzista”. Il tema è caldissimo, ma oggi è servita una spinta tutta americana per veder nelle piazze di Italia una manifestazione contro il razzismo, di ogni genere e violenza. Ahimè, bene ma non benissimo i cartelli con le scritte in inglese ( No justice, no peace”, “I can’t breathe”, “defund the police”, “fuck racism”, “black lives matter”) e non per un volere patriottico, ma sembra più un: “il problema è mio ma non solo mio”, quando invece il problema, quel problema, è tuo, è nostro, è tutto italiano.

Certo, non si può dimenticare il senso dell’essere qui e ora, ovvero l’omicidio di George Floyd che è scatenato una delle maggiori rivolte del secolo, unendo afroamericani, bianchi e latinoamericani per strada con un unico vero obiettivo: farsi sentire. Ma una volta memorizzate in testa quelle immagini, quegli otto minuti e 46 secondi (il tempo in cui Floyd è rimasto schiacciato dal ginocchio dell’agente di Minneapolis che l’ha ucciso) è tempo di fare proprio un j’accuse. Si è scesi in piazza in Italia giustamente scandalizzati dalla morte dell’afroamericano soffocato da un poliziotto a Minneapolis, ma accanto a noi ci sono persone “nere da una vita” e non nere da ieri, come ricorda Espérance Hakuzwimana Ripanti: “Non l’ho scelto ma so benissimo cosa vuol dire. Spesso però sono gli altri a non saperlo, a dimenticarlo. Sono nera, italiana, donna, e scrivo”.

Simona Sassetti

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