Elezioni regionali, il Governo Conte II è ad un bivio

Elezioni regionali, il Governo Conte II è ad un bivio

3-3, 4-2, 5-1, addirittura 7-0. No, non sono i pronostici della prima giornata di Serie A. Sono invece i possibili esiti delle elezioni regionali che si svolgeranno tra domenica 20 e lunedì 21 settembre. Insieme al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, queste elezioni potrebbero decretare la caduta del Governo Conte II.

Perché il Governo è in pericolo

In questi sei mesi in cui la pandemia ha stravolto le nostre vite, se da un lato la compagine giallorossa è riuscita a reggere l’urto dell’emergenza sanitaria, lo stesso non si può dire per la crisi economica che è derivata dal lockdown. Il malcontento inizia a serpeggiare e, salvo miracoli, è destinato ad aumentare. Le regionali diventano allora un banco di prova per testare il consenso dei partiti di Governo nel paese. Non è la prima volta che delle elezioni locali vengono interpretate in questo modo: nel 2000 l’allora Premier D’Alema si dimise proprio dopo una sconfitta della coalizione di Governo alle regionali. Inoltre, il Partito Democratico rischia di andare pesantemente sotto nel conto complessivo delle regioni, che già oggi vede il centrodestra in vantaggio per 13-6. Un eventuale aumento di questo divario avrebbe sicuramente dei contraccolpi negativi sulla segreteria di Nicola Zingaretti.

Il campo di battaglia

Si vota in sette regioni: Valle d’Aosta, Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. Secondo i sondaggi, sono scontate le conferme del democratico Vincenzo De Luca in Campania e del leghista Luca Zaia in Veneto. Nelle Marche, considerate di solito un “feudo” del PD, dovrebbe vincere Francesco Acquaroli, candidato di Fratelli d’Italia. Anche la partita in Liguria tra Giovanni Toti, appoggiato dal centrodestra, e Ferruccio Sansa, candidato dei giallorossi, sembra segnata in favore dell’ex direttore del Tg4, salvo clamorose rimonte. Visto che la Valle d’Aosta è un discorso a parte, a decidere le sorti del Governo saranno la Puglia e la Toscana. Nella prima, l’uscente Michele Emiliano viene dato sempre più in difficoltà nei confronti del candidato di centrodestra Raffaele Fitto, con il renziano Ivan Scalfarotto a fare da terzo incomodo; nella seconda, storica roccaforte della sinistra, aumentano le preoccupazioni di Zingaretti e soci sulla possibilità che la leghista Susanna Ceccardi possa sorpassare a sorpresa Eugenio Giani. Facciamo allora una sorta di viaggio nel tempo fino al 22 settembre, prendendo in considerazione diversi universi paralleli, in modo tale analizzare tutti i possibili scenari.

3-3

Giani ha trionfato in Toscana, dimostrando che i sondaggi erano troppo allarmisti; Emiliano invece, grazie ad un ribaltone dell’ultimo minuto, ha battuto Fitto, confermandosi così in Puglia. Nonostante la sconfitta in Liguria, per il PD si tratta di un buon risultato, in virtù del fatto che poteva esserci un sonoro 5-1. Il Governo a questo punto è solido e non c’è motivo per Zingaretti di passare il testimone dentro il partito. Il centrodestra invece si mangia le mani, perché ha perso una grossa occasione per mettere fine al Conte II.

4-2 (Prima ipotesi)

Giani ha vinto, anche se di poco: il PD tira un sospiro di sollievo, ma il centrodestra può essere comunque contento di aver reso “contendibile” una regione rossissima come la Toscana. Emiliano invece ha perso. Dentro il Partito Democratico iniziano giorni duri, in molti chiedono le dimissioni di Zingaretti, ma lui resiste. Il Governo è alle corde, ci sono liti interne e richieste di rimpasto. Ma la prospettiva di mandare Salvini a governare e il senso di responsabilità per l’emergenza in corso sono più forti dei vari timori della compagine giallorossa, che quindi rimane in sella.

4-2 (Seconda ipotesi)

Seppur per qualche migliaio di voti, Giani ha perso, la Toscana è di Susanna Ceccardi e del centrodestra. Una sconfitta storica per il PD, che fa passare la vittoria al fotofinish di Emiliano in secondo piano. Zingaretti non può fare altro che dimettersi. Come suo successore di fatto già si candida il Presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Ma ora che uno dei principali fautori dell’alleanza PD-5 Stelle è uscito di scena, il Governo è molto meno stabile. Si aprono settimane di forti tensioni e che conducono probabilmente ad un rimpasto, forse senza Conte.  

5-1

Fitto e soprattutto la Ceccardi sono i principali artefici di una vittoria del centrodestra che entra di diritto nella storia della politica italiana. Salvini, Meloni e Berlusconi possono esultare: amministrano 16 regioni su 20. E proprio perché più di ¾ delle regioni sono in mano all’opposizione, per il Governo è impossibile andare avanti, in quanto i partiti che lo sostengono sono palesemente privi di consenso in gran parte del paese. Zingaretti si dimette, i vertici del PD capiscono che va cambiata completamente l’impostazione del partito e che l’alleanza con i 5 Stelle è perdente. Tocca a Mattarella decidere se sciogliere le Camere oppure, visto il periodo storico, se affidarsi ad un Governo di unità nazionale.

E il referendum?

Un’analisi tutti i vari scenari aggiungendo la componente del referendum costituzionale rischia di essere troppo dispersiva, oltre che per certi versi inutile. Infatti che la modifica della Costituzione venga confermata o meno, per l’opposizione si tratta di una situazione di “win-win”: se vincerà il Sì, Salvini e soci avranno un altro motivo per chiedere elezioni anticipate, poiché accuseranno l’attuale parlamento di essere illegittimo; se prevarrà il No, potranno dire che una delle riforme bandiera su cui si fonda la compagine governativa è fallita miseramente. Mentre Conte sta facendo di tutto per non ripetere l’errore commesso da Renzi nel 2016, ovvero di personalizzate troppo il referendum trasformandolo in un voto sul Governo, Di Maio e i 5 Stelle si stanno di fatto giocando la loro sopravvivenza, in quanto un trionfo del No segnerebbe il definitivo declino delle idee pentastellate nel paese. Ma la situazione più scomoda di tutte è quella del PD, la cui Direzione Nazionale si espressa nei giorni scorsi a favore della riforma. Infatti, in caso di vittoria del Sì saranno comunque i grillini i primi a cui spetterà giustamente rivendicare il successo; con la vittoria del No Zingaretti e Bettini verranno accusati di essere stati totalmente subalterni ai loro alleati, fino a seguirli in una debacle. Una posizione non certo invidiabile.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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