“Donne, oltre le gambe c’è di più”

“Donne, oltre le gambe c’è di più”

Alla conquista delle quote rosa

Pochi giorni fa il Parlamento ha eletto i componenti della Authority per le comunicazioni e del Garante per la Privacy: 3 donne su 8. Laura Boldrini storce il naso e tira le orecchie al Pd che non punta sulla quota rosa: “E’ come se ci fosse sempre qualcosa di prioritario rispetto allo scegliere una donna preparata – si legge in un articolo di Repubblica -. In piena emergenza Covid le donne erano in prima linea ovunque, ma poi quando si è trattato di comporre la task force, abbiamo dovuto accendere i riflettori e sollevare la voce perché si desse la giusta proporzione alle donne”. Siamo nel 2020 e le donne devono ancora alzare la voce per poter avere un posto a quei tavoli solitamente imbanditi per gli uomini. Abbiamo bisogno di una norma che ci tuteli e dove essa non arriva, lo fa la parola “discriminazione di genere” che anche se sussurrata può provocare brividi e mal di pancia. Certi processi mentali non sono ancora naturali, hanno bisogno di spinte.

IL Coronavirus e il rischio disoccupazione femminile

Il rapporto della donna con il mondo del lavoro non è ancora idilliaco e oggi, con l’emergenza Coronavirus, rischia di rovinarsi ulteriormente. In Toscana, l’87% di chi ha chiesto il congedo familiare sono mamme. Secondo la Fondazione Studi Consulenti del lavoro, da quando sono ripartite le attività, in Italia sono tornati a lavorare per il 75% uomini, per il restante 25% donne. Perché? Perché nella maggior parte dei casi lo stipendio della donna è più basso e quindi, in caso di necessità, è il più sacrificabile. E poi perché per tradizione e cultura (due parole tanto belle quanto a volte pericolose) la figura della donna è ancorata alla cura dei figli o dei genitori anziani. E così tra scuole chiuse e smart working, diventa insostenibile. Insomma, la discriminazione di genere colpisce ancora.

Il patriarcato esiste

Processi mentali poco spontanei, a volte talmente forzati che puzzano di artificiosità. Contro invece altri, radicati, che finiscono per insinuarsi ovunque trovino anche il più piccolo spazio. Il patriarcato non è il nostro passato. Esiste ed emerge nel quotidiano. Luciano Benetton, per commentare gli avvenimenti di questi giorni, ha deciso di usare l’espressione: “trattati peggio di una cameriera”. Qui la caduta lessicale è duplice: la scelta della categoria e la declinazione al femminile. Come se le domestiche (rigorosamente donne perché gli uomini non fanno certe cose) abbiano un valore diverso, inferiore. Le parole, per quanto spesso utilizzate con poca coscienza, hanno un peso. Quando si parla di un caso di femminicidio, fateci caso, si utilizzano spesso espressioni del tipo: “troppo innamorato”, “lei lo ha lasciato”, “delitto passionale”. Per molti sono parole come altre, ma in qualche modo giustificano il reato commesso dall’uomo, etichettano la donna come crudele e stronza e classificano il gesto come frutto di un grande amore quando amore non è: è possessività, è omicidio. Chiamiamo le cose con il loro nome.

Il potere discriminante degli stereotipi

Parole e gesti, figli di una società patriarcale, che appartengono agli uomini tanto quanto alle donne e che per questo possono passare inosservati. Quante volte abbiamo sentito dire, anche da donne: “quella chissà cosa ha fatto per avere quel lavoro”. Invidia? Cattiveria? Anche. Ma soprattutto frutto di uno stereotipo secondo cui la donna è prima di tutto il suo corpo e il suo strumento più potente è quello che ha in mezzo alle gambe. Lo stesso stereotipo secondo cui la donna deve alzare la voce per farsi ascoltare, ma guai ad uscire scollata o scosciata. A quel punto tutto passa in secondo piano. L’ho capito sulla mia pelle quando, in un giorno particolarmente afoso, ho deciso di andare a lavoro con addosso un vestito. Era un vestito accollato, lungo fino a metà coscia, voglio precisare. Eppure quelle gambe scoperte (anche se non appartenevano a Naomi Campbell) hanno attirato sguardi (indiscreti da parte di uomini e giudicanti da parte di donne) e commenti sfacciati non solo di estranei incrociati per strada, ma anche di persone incontrate per via del mio lavoro incuranti del mio e del loro ruolo. Sicuramente il professor Morelli sarebbe fiero di me e del mio ‘femminile‘, ma io sono tornata a casa perplessa. Ho scelto la parola ‘commenti’ e non ‘complimenti’ non a caso, perché di questo si è trattato. E con questo non voglio dire che i secondi siano per definizione più piacevoli dei primi. Gli apprezzamenti fanno piacere, ma non sempre e non da tutti. Sicuramente non fanno piacere quando non sono voluti, quando sono pesanti e inopportuni, quando mettono a disagio chi li riceve o in discussione la sua professionalità.

Tra il maschilismo femminile e il femminismo insensato

Quando ho raccontato questa storia ad un’amica, mia coetanea, lei mi ha risposto: “Per questo sul posto di lavoro io mi vesto sempre in un certo modo, perché voglio che mi prendano sul serio”. Quindi un vestito, delle gambe scoperte, sono un valido motivo per non prendere qualcuno sul serio? Sono sintomo di poca professionalità? Io non credo. E il fatto che le donne si sentano costrette a dover fare il doppio della fatica per dimostrare il proprio valore, per affermarsi sul lavoro, per risultare credibili, magari non senza qualche rinuncia, mi spaventa. E mi spaventa che noi, per prime, ne siamo convinte e siamo pronte a giudicare chi la pensa diversamente. Io le gonne continuerò a metterle e continuerò a pretendere di essere presa sul serio.

E mi spaventa ancora di più chi vede il sessismo ovunque, anche dove non c’è, finendo così per strumentalizzare e sminuire il femminismo, alimentare l’accezione negativa del termine, abbracciando battaglie senza senso e creando divisioni inutili. Io non voglio essere giudicata in quanto donna, ma nemmeno difesa in quanto tale. “Certe cose non si dicono ad una donna”. Ma perché ad un uomo si? La mancanza di rispetto per caso non è più tale se rivolta a un uomo? E perché alcune parole, se indirizzate ad una donna, assumono automaticamente significato negativo? È veramente così difficile metterci sullo stesso piano?

Teresa Scarcella

Di origini e di indole meridionale. Nata a Cariati, cresciuta a Crotone col profumo del mare e dei 'pip e patat', vive a Siena da tanti anni a tal punto da aver dimenticato come si parla il dialetto e da non riuscire più a mangiare piccante. Nemica della monotonia, rompiscatole per natura, amante della verità, ma soprattutto del brivido della precarietà, ha scelto di fare la giornalista prima ancora di conquistare il diritto di decidere come vestirsi, e sceglie di farlo ogni giorno

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