Ddl Zan, ostaggio politico

Ddl Zan, ostaggio politico

Il Ddl Zan è un ostaggio politico. Strumento utilizzato per giochi di equilibri, “ricatti” più o meno espliciti, che qualcuno non prova neppure a nascondere, che finiscono per tenere nel limbo un disegno di legge, in barba alla democrazia. O addirittura farlo rimbalzare dalla Camera al Senato in una partita a tennis che suscita l’interesse solo dei giocatori. Chi guarda si sarebbe anche stancato di farlo e questo spiegherebbe la facilità con cui alcuni personaggi famosi raccolgono ormai più consensi politici degli stessi politici, andando a colmare quei vuoti creati dall’incapacità di quest’ultimi di rappresentare l’elettorato.

L’ipocrisia di alcuni partiti

Quelli che vorrebbero modificarlo ce la raccontano come una questione di diritti, ma a mio avviso non può esserlo e spiego perché. Stiamo parlando di partiti dotati di un’invidiabile prontezza nell’esprimere la loro più che giusta solidarietà nei confronti di Malika Chalhy, la ragazza cacciata di casa perché lesbica, o di quei ragazzi picchiati in metro a Roma perché gay; o ancora nel dichiarare guerra a chi rivolge insulti sessisti (a maggior ragione se questi sono rivolti alla propria leader). Però sono gli stessi che poi rimangono immobili o addirittura remano contro quando si tratta di riconoscere una tutela giuridica alle vittime di violenza e di odio. (E per vittime si intende una categoria molto più ampia di quello che si può credere).

Cos’è il Ddl Zan?

Il Ddl Zan è infatti una legge contro l’omontransfobia, la misoginia e l’abilismo. In pratica – analizzando la prima parte – allarga quella sfera di reati già condannati dal nostro codice penale e fondati su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, inserendo il sesso, il genere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e la disabilità. È un innesto (anche tardivo se vogliamo dirla tutta) della legge Mancino. Ora, capisco l’ipocrisia come peculiarità politica, ma qui c’è qualcosa che non quadra. Per caso ci vorrebbero dire che non sono motivi validi? Che l’odio nei confronti di una donna, piuttosto che di una persona disabile o di un omosessuale è meno odio di quello riservato alle persone di colore o ai musulmani? Non credo. O almeno spero che non sia così perché altrimenti il problema sarebbe più grosso.

Nessun rischio per la libertà di pensiero ed espressione

Chi fa ostruzionismo sostiene che il Ddl Zan vada a minare la libertà di pensiero e di espressione. È vero? Premessa: siamo tutti d’accordo col dire che sono due diritti inviolabili, senza dubbio, nonostante siano spesso terreno fertile di idiozia e ignoranza. Queste, al contrario, non sono diritti ma fisiologiche conseguenze e come tali, per quanto ne facciamo volentieri a meno, vanno messe in conto nella speranza che esse rimangano circoscritte alle chiacchiere da bar o post su Facebook, in attesa che l’evoluzione culturale faccia il suo dovere.

Detto ciò, il disegno di legge in questione punta il dito sull’incitazione alla violenza, sulla discriminazione, quindi non sulla parola in sé ma sul suo essere un’arma. Il pensiero di un omofobo o di un misogino, per quanto discutibile, non è a rischio, a meno che questo pensiero non scaturisca poi un atteggiamento discriminatorio o violento. E per violenza – lo dico ai furbetti – non si intende solo quella fisica. Ovviamente. Per essere più chiari: la libertà di espressione, di pensiero, non è la libertà di insulto!

I limiti che nascono dal rispetto altrui

Questo, in realtà, è solo uno dei tanti limiti che il diritto di espressione ha, perché anche se fondamentale esso non è infinito come vogliono farci credere: basti pensare alla privacy o alla diffamazione, alla calunnia. Siamo già limitati. Non possiamo dare sfogo a tutto quello che ci passa per la testa (per fortuna aggiungerei) soprattutto se facendolo si andasse a ledere un’altra persona. Quindi di che si sta parlando?

L’articolo 4 ribadisce un concetto già chiaro

In ogni caso, anche se non era necessario a mio giudizio, il Ddl è stato ‘aggiustato’ con l’articolo 4, figlio del compromesso politico, che salva proprio “la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime” nel nome di quel sacrosanto pluralismo di idee e di scelte purché – ripetiamolo – esse non producano atti discriminatori o violenti. In pratica non siano un pericolo per la libertà e la vita altrui. Cosa c’è di sbagliato o di strano? Non è niente di più rispetto a ciò che dovremmo già sapere, nulla che non sia già contemplato dall’umanità, intesa sia come condizione umana e quindi società, collettività che come comprensione, altruismo, solidarietà.

Teresa Scarcella

Di origini e di indole meridionale. Nata a Cariati, cresciuta a Crotone col profumo del mare e dei 'pip e patat', vive a Siena da tanti anni a tal punto da aver dimenticato come si parla il dialetto e da non riuscire più a mangiare piccante. Nemica della monotonia, rompiscatole per natura, amante della verità, ma soprattutto del brivido della precarietà, ha scelto di fare la giornalista prima ancora di conquistare il diritto di decidere come vestirsi, e sceglie di farlo ogni giorno

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