Da “Ritorno al futuro” alle Primarie: l’annus horribilis del PD

Da “Ritorno al futuro” alle Primarie: l’annus horribilis del PD

Solo qualche mese fa, dal palco del Wired Next Fest di Firenze, Enrico Mentana esprimeva le sue perplessità sulla mancanza di una vera opposizione al governo gialloverde, descrivendo questo assetto come una “Democratura”, l’egemonia della maggioranza. I responsabili, a suo dire, sarebbero PD e Forza Italia, troppo divisi e fumosi per poter offrire al paese la feroce opposizione che negli anni ha contraddistinto Lega e M5S. L’analisi di Mentana, già molto valida, non può che tornare in mente leggendo le ultime notizie sul Congresso del PD ed il walzer fra Matteo Renzi ed il resto del partito.

Dalle elezioni del 4 Marzo, il Partito Democratico, sconfitto solo a metà, ha giocato una partita politica inspiegabile ed autolesionista. Il Partito, ritrovatosi orfano di un Segretario ed in mano ad un Reggente che potesse accontentare tutti, ha impiegato decisamente troppo tempo ad organizzare un Congresso. Il risultato, nel migliore dei casi, è stato quello di privare la Repubblica Italiana di una vera opposizione, nel peggiore, quello di aver anche alienato lo smarrito popolo della sinistra dalla loro unica alternativa.

Il capolavoro di autodistruzione è stato portato avanti con impareggiabili stakanovismo. Non a caso è stato sprecato un anno nella preparazione di un Congresso, a scapito dell’opposizione parlamentare e di una sana campagna elettorale in vista delle Elezioni Europee di Maggio. Il sospetto è che il perenne rimandare sia stato un tentativo maldestro di rinviare a data da destinarsi la spaccatura che, stando così le cose, ci sarà ugualmente prima di Maggio.

Infatti, durante l’ultima edizione della Leopolda, Matteo Renzi ha lanciato l’idea per un nuovo movimento che superi il “contenitore vuoto” del PD attraverso la creazione dei comitati civici “Ritorno al Futuro”. La nuova creatura renziana potrebbe nascere in tempo per le prossime Elezioni Europee e, secondo un sondaggio EMG per Agorà, potrebbe ottenere il 12% dei consensi, sottraendo al PD il 47% degli elettori. Ovviamente, la nuova figura che potrebbe nascere dallo sforzo dell’ex premier, sarà di matrice centrista e approfitterà anche dell’imminente emorragia di elettori e parlamentari moderati da Forza Italia, sempre più nell’orbita ellittica della Lega.

Cosa ne sarà del PD, a quel punto, non ci è dato saperlo. Per adesso, però, si stanno consumando le prime prove generali di una spaccatura. La corsa alla Segreteria, denunciata da Romano Prodi come una gara elettorale fra individui invece che programmi, sta mettendo a nudo un disimpegno sempre crescente da parte dell’ala renziana. E’ di oggi la notizia di un possibile ripensamento di Marco Minniti, candidato alla Segreteria appoggiato dall’ex segretario e dalla sua area. I dubbi dell’ex ministro deriverebbero proprio dalla possibilità di una scissione imminente, dubbi alimentati anche da alcune vaghe spiegazioni che Matteo Renzi gli avrebbe fornito per telefono. E mentre Minniti ci ripensa, l’ex premier si smarca dalle Primarie e dal Congresso, confermando un nuovo velato disprezzo per il Partito che, sotto la sua leadership, è passato dalle stelle alle stalle. I renziani, a sua volta, chiedono a gran voce che Minniti confermi o smentisca la sua candidatura, lanciando un “ultimatum” dal sapore grottesco.

Se Minniti dovesse ritirare la propria candidatura, seguendo la scelta di Matteo Richetti, scenderebbe a sei il numero dei candidati alla Segreteria, con un’offerta così scarsa da far convergere i pronostici su Nicola Zingaretti, unica vera personalità di spessore assieme a Maurizio Martina. Resta da capire, però, cosa ne sarà del PD all’alba del 4 Marzo 2019, il giorno dopo le Primarie e nell’anniversario delle elezioni politiche. Il segretario che erediterà la guida del partito, infatti, dovrà gestire l’emorragia di tesserati, la chiusura delle sezioni ed un continuo disaffezionamento da parte dei propri elettori per poi, da quello che dovrà rappresentare un anno 0, riuscire ad organizzare una concreta opposizione al governo attuale. Il timore, invece, è proprio quello di stare assistendo all’ultimo giro di boa di un Partito che, già da Maggio, potrebbe ritrovarsi con una percentuale di voti dimezzata e con una leadership estremamente debole.

Per adesso, l’unico ad aver offerto una spiegazione del decadimento di quello che un tempo era il primo partito d’Italia è stato Dario Corallo, il 31enne candidato alla segreteria che, entrando in polemica con il virologo Burioni, ha condannato la classe dirigente del suo partito, accusandola di aver assunto posizioni elitiste nei confronti dell’elettorato che, invece, dovrebbe tentare di riconquistare.

Ed infatti, chi segue la politica lo sa: un partito, a differenza di un medico, non può permettersi di alienarsi il consenso popolare sparando a zero su chi la pensa diversamente. Gli scontenti di oggi, come Renzi stesso insegna, potrebbero essere il 40% di domani, a patto che ci siano una maggiore autocritica ed uno slancio costruttivo che, al momento, mancano.

RICCARDO PARADISI

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