Da Regeni a Zaki: chi difende i diritti umani?

Da Regeni a Zaki: chi difende i diritti umani?

(Zaki e Regeni in un murales / foto tratta da Wired)

Qualche giorno fa è arrivata la notizia del rinnovo per altri 45 giorni della detenzione preventiva di Patrick Zaki, studente e ricercatore egiziano dell’Università di Bologna, arrestato a febbraio, appena arrivato all’aeroporto del Cairo di rientro dall’Italia, con l’accusa di attività sovversive contro il regime di al-Sisi. Dopo la tragica storia di Giulio Regeni, anche il caso Zaki ha contribuito ad accendere le polemiche sulle relazioni tra l’Italia e l’Egitto. Ma, oltre a porre degli interrogativi sulla politica estera del nostro paese, le dolorose vicende dei due giovani ricercatori offrono lo spunto per riflettere sul reale valore attribuito ai diritti umani nel sistema internazionale.

Il regime egiziano

Abdel Fattah al-Sisi

Il generale Abdel Fattah al-Sisi è diventato l’uomo forte in Egitto nel luglio del 2013 quando, in qualità di Capo di Stato Maggiore dell’esercito, ha guidato il colpo di Stato che ha deposto Mohammed Morsi. Quest’ultimo era diventato, appena un anno prima, il primo Presidente democraticamente eletto nella storia del paese, in seguito alla Primavera araba che aveva messo fine al trentennale regime di Hosni Mubarak. Morsi faceva parte del ramo egiziano dei Fratelli Musulmani, il movimento che intende restaurare una visione tradizionale dell’islam nei paesi musulmani. All’indomani del golpe, al-Sisi ha messo in atto una violentissima repressione nei confronti dei membri della fratellanza, che nel corso degli anni si è estesa a tutti gli altri gruppi che si oppongono alla sua dittatura, compresi quelli più progressisti. Nel 2016 è uscito un rapporto di Amnesty International intitolato Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo, che documenta la scomparsa nel nulla di migliaia di attivisti, studenti e politici avversi al regime, proprio come accadeva ai desaparecidos in Argentina negli anni 70’. I casi Regeni e Zaki sono quindi soltanto la punta dell’iceberg. Infatti, ultimamente ha fatto molto scalpore la storia di Sarah Hijiazi, un’attivista LGBT che si è suicidata dopo le numerose torture subite nelle carceri egiziane.

Al-Sisi resta in piedi, nonostante tutto

al-Sisi stringe la mano a Donald Trump

Where’s my favourite dictator?”. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Trump si sarebbe espresso in questo modo prima di incontrare al-Sisi al G7 di Biarritz del 2019. Anche se per i sostenitori di The Donald è stata una semplice battuta infelice, il soprannome dato da Trump al Presidente egiziano è comunque emblematico, in quanto al-Sisi è davvero il “dittatore preferito” di gran parte dei Governi occidentali. Lo è ad esempio per la Francia, che lo scorso anno ha venduto armi all’Egitto per un valore di circa un miliardo di dollari. Ma lo è anche per la Germania, visto che nel 2017 Angela Merkel si è accordata con al-Sisi per mettere un freno ai flussi migratori provenienti dalla Siria verso l’Europa. Ma la vera motivazione che spinge i leader occidentali a sostenere il Presidente egiziano è di natura geopolitica. L’Egitto è probabilmente il paese più importante dello scacchiere mediorientale, poiché con la sua forza militare è in grado, entro certi limiti, di spostare gli equilibri del conflitto arabo-israeliano. Infatti, dopo che per trent’anni Il Cairo era stato a capo della coalizione araba contro Tel Aviv, con gli accordi di Camp David del 1978 riconobbe la legittima esistenza dello Stato d’Israele. Una svolta che fece entrare l’Egitto nella sfera d’influenza americana e portò alla nascita dell’attuale status quo in Nordafrica e in Medio Oriente. Molto probabilmente, uno degli obiettivi di lungo termine di Morsi era proprio quello di rompere gradualmente l’alleanza con Israele e con gli Stati Uniti. Inoltre, la sua appartenenza ai Fratelli Musulmani costituiva un serio pericolo per l’Arabia Saudita, che considera la fratellanza un competitor nel mondo islamico, tanto da bollarla come organizzazione terroristica. Invece al-Sisi è un partner fedelissimo di Riad, Washington e Tel Aviv. Per questo motivo, durante il golpe del 2013, tutti si sono schierati, più o meno esplicitamente, dalla sua parte.

L’Italia e l’Egitto

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte insieme ad al-Sisi in occasione di un incontro ufficiale / Corriere della Sera

I vari Governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi quattro anni sono stati più o meno tutti accusati dall’opinione pubblica di essere stati troppo indulgenti nei confronti di al-Sisi sul caso Regeni. Una critica fondata, se si considera che la decisione del Governo Renzi di ritirare l’ambasciatore italiano al Cairo fu revocata meno di un anno e mezzo dopo dal Governo Gentiloni. L’ultimo capitolo del tanto contestato dialogo italiano con al-Sisi si è consumato qualche settimana fa, con l’autorizzazione data dalla compagine giallorossa (seppur con qualche frizione interna) a Fincantieri per la vendita di due fregate all’Egitto. In seguito a questo episodio, il Premier Conte è stato incalzato dalla deputata del PD Lia Quartapelle, che gli faceva notare come l’Egitto sia diventato il primo paese che commercia armi con l’Italia. Il Presidente del Consiglio ha ribattuto che solo attraverso il dialogo si avranno prima o poi delle risposte su Regeni, non certo con l’interruzione delle relazioni. È evidente però che al momento il nostro Governo preferisce non mettere in pericolo i floridi rapporti commerciali che ha con Il Cairo. Del resto, nel paese delle sfingi operano più di 100 imprese italiane, tra cui l’ENI, che ha in gestione il giacimento di Zhor, uno dei più grandi bacini di gas naturale del mondo, una carta fondamentale nelle intricate dinamiche energetiche del Mediterraneo orientale. Perciò, gli analisti più pragmatici sostengono che sarebbe folle sacrificare i nostri interessi economici solo per far luce su una questione sulla quale al-Sisi difficilmente farà mai chiarezza. Inoltre – aggiungono – perché mai noi italiani dovremmo essere gli unici ad interrompere i rapporti con l’Egitto, quando il resto della comunità internazionale ci va a nozze?

I diritti umani e la comunità internazionale

Fin dai tempi di Machiavelli abbiamo imparato che la politica non va molto d’accordo con la morale. Chi mastica un po’ di storia e chi sa come funzionano le relazioni internazionali è consapevole che l’azione degli Stati non è mai guidata da nobili principi, ma esclusivamente da interessi. Partendo da questa premessa, non c’è purtroppo nulla di strano se la stragrande maggioranza della comunità internazionale, Italia compresa, fa affari con al-Sisi, nonostante le riprovevoli violazioni dei diritti umani che avvengono in Egitto. Il problema però sorge quando ci soffermiamo sulla narrazione del mondo portata avanti, soprattutto negli ultimi trent’anni, dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Dalla Jugoslavia di Milosevic alla Siria di Assad, dall’Iran degli Ayatollah fino alla Russia di Putin, i paesi occidentali hanno intrapreso numerose crociate (spesso sacrosante) in nome della difesa dei diritti umani. Tuttavia, guardando l’alleanza con l’Egitto, o meglio ancora quella con l’Arabia Saudita, due paesi che calpestano quotidianamente i diritti umani, ci rendiamo conto che si tratta di una ipocrita copertura ideologica per stigmatizzare i nemici degli interessi occidentali. Ma se i paladini del mondo libero pensano esclusivamente al loro tornaconto, chi è che davvero combatte per i diritti umani? Pur con le loro contraddizioni e i loro difetti, possiamo dire che solo le ONG denunciano seriamente gli abusi che avvengono nel mondo. Qualche giorno fa, un esponente della Lega ha esultato sui social per la il rinnovo della carcerazione di Zaki, irridendo le ONG per non essere riuscite ad impedirlo. Sebbene la Lega si sia prontamente dissociata dal post, è innegabile che negli ultimi anni alcuni partiti politici abbiano fatto un’accesa campagna di denigrazione delle ONG. Eppure spesso esse sono le uniche in grado di dar voce a coloro che vengono messi a tacere.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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